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Pnrr: unire i campanili

E’ l’imperativo per i nostri Comuni, se si vogliono intercettare i soldi dell'Europa. Per questo nella Marca l’Anci vara un’apposita task force. L'esperto: "22 bandi in arrivo, vietato improvvisare"

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Pnrr: unire i campanili

Se non ci sono fondi i Comuni dicono che lo Stato non li sostiene e devono rinviare i lavori, che non possono asfaltare le strade o costruire scuole. Se ci sono i fondi, come avviene adesso con i più di 60 miliardi di euro dedicati agli Enti locali con il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), i Comuni dicono che non riescono a spenderli, perché le regole sono complesse e manca il personale. Insomma, non va mai bene.

Stavolta, però, sarà difficile raccontare ai cittadini di aver fatto bene il proprio mestiere di sindaco se non si sono vinti bandi, se non sono arrivati fondi, insomma se nulla sarà cambiato nonostante il Pnrr.

L’Associazione dei Comuni della Marca trevigiana ha così messo in campo uno staff per supportare i Comuni nel recupero e la gestione fondi del Pnrr. Lo ha presentato lo scorso 2 dicembre, a una riunione nella sede della Provincia di Treviso, al Sant’Artemio.

Più di 300 sindaci presenti e un invito a tutti a entrare nella stagione dei “campanili coesi”, quasi un ossimoro, due termini finora antitetici: da una parte il campanile che rappresenta la storica tendenza dei Comuni veneti a fare da soli, a non riuscire a fare squadra, e dall’altra la necessità, alla luce del Pnrr, di investire su aree vaste, con una progettazione che nel tempo deve dare evidenze di miglioramento.

“Campanili coesi” perché altrimenti non si vincono bandi, perché altrimenti i soldi sono gocce che cadono nel deserto e presto inaridiscono. “Campanili coesi”, perché la maggior parte dei bandi riguarderà Comuni sopra i 15 mila abitanti o comunque realtà vaste, non ridotte e poche migliaia di abitanti o a pochi chilometri quadrati.

“Abbiamo 22 bandi in scadenza per giugno. I progetti dovranno essere pronti per il 2023”. Elenca una dopo l’altra le scadenze del Pnrr per i Comuni Michele Genovese, dell’Ipa Marca trevigiana, chiamato oggi a coordinare la squadra speciale di supporto ai Comuni per il Pnrr, attivata dall’Associazione dei Comuni della Marca Trevigiana.

Come vede la situazione organizzativa e operativa dei Comuni trevigiani in questo momento?
A macchia di leopardo. Qualcuno è più avanti, altri sono in difficoltà. L’Europa, però, non è un bancomat, non possiamo improvvisare. Se per gli edifici scolastici possono concorrere anche comuni di 2 mila abitanti, per quasi tutto il resto servono grandi numeri, superiori ai 15 mila abitanti. Il bando sulla rigenerazione dei “piccoli borghi” sarà gestito sicuramente in forma associata. Il territorio trevigiano, avendo le Intese programmatiche d’area, le Ipa, sta lavorando su progetti d’area, che poi ogni Comune dovrà realizzare per la sua parte.

Dove stiamo andando, qual è il futuro?
Stiamo andando verso una stagione di sviluppo locale i cui fattori di successo sono l’approccio strategico e un’adeguata organizzazione. Anche il Comune più piccolo deve mettersi a studiare i dossier, le linee di finanziamento, avere un piccolo parco progetti, senza tutto questo si rischia di sprecare un’occasione storica.

Certo, ma i Comuni sono preparati?
Impattiamo con la scarsità di personale, con la ridotta qualificazione, sono dieci anni che tagliamo, dieci anni che vanno in pensione cinque dipendenti e ne assumono uno. In questo momento poi l’area tecnica è subissata dalle richieste di bonus e superbonus, si figuri se possono pensare e studiare.

Per questo avete creato un servizio specifico per i Comuni?
Sì. Volevamo aiutare i Comuni a interfacciarsi con il Ministero, a compilare i documenti e le schede progetto. Abbiamo attivato una collaborazione con il Centro studi Enti locali San Miniato di Siena; riunito una serie di professionisti a livello locale, esperti nelle varie “missioni” del Pnrr, un team, una squadra multiprofessionale integrata con funzionari e dirigenti dei Comuni, segretari comunali.

Su cosa stanno puntando gli Enti locali?
Innanzitutto sulla scuola, aggiornamento e consolidamento degli edifici, e poi su piste ciclabili, itinerari turistici, promozione della cultura, ingresso nel mondo digitale e nel web, rigenerazione urbana e quindi recupero delle periferie e dei quartieri e frazioni degradate, sistemazione dei capannoni industriali dismessi, poi l’arredo urbano, recuperando l’idea di città “belle”.

Cambia anche la figura del sindaco, forse non c’è più bisogno del buon padre di famiglia che “tanto entra e tanto spende”?
I bilanci devono restare sani, ma per farlo bisogna essere imprenditori dello sviluppo, serve occupazione e lavoro, solo così il debito pubblico sarà sostenibile. Siamo un territorio di imprenditorialità viva, i sindaci devono promuoverla e cercare di capire la direzione dello sviluppo: ovvero la transizione ecologica, il digitale, l’economia globale. Fondamentale ad esempio per il turismo pensare i nostri comuni tra Venezia e le Dolomiti, questo significa avere una vision non focalizzata su se stessi, ma globale, in grado di cogliere tutte le opportunità.

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