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Polizia penitenziaria: un lavoro usurante

Abbiamo incontrato tre agenti in servizio nella casa circondariale di Treviso: il commissario De Matteo, l’assistente capo coordinatore Sartorato e l’ispettore Gemin. Ecco come vivono il loro servizio

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Polizia penitenziaria: un lavoro usurante

Dopo una panoramica generale, entriamo nel dettaglio della realtà trevigiana, incontrando il commissario Nicola De Matteo, comandante di reparto; l’assistente capo coordinatore del nucleo traduzioni Damiano Sartorato e l’ispettore Claudio Gemin. Agenti in servizio nella casa circondariale di Treviso, che in questo ultimo periodo è stata protagonista delle cronache a causa dell’evasione di un detenuto e per l’aggressione, invece, di un agente in servizio. “Il mese di giugno è sempre tra i più difficili - raccontano -, in quel periodo, quest’anno, ognuno di noi ha fatto anche 50-60 ore di straordinario. Non c’è una spiegazione scientifica, sarà l’inizio dell’estate, la mancanza di personale acuita dalle ferie, ma tutte le peggiori situazioni degli ultimi anni sono accadute in giugno. L’evasione ci ha lasciato molta amarezza, una sensazione di umiliazione e di fallimento, però ha almeno rinsaldato il legame tra di noi, come squadra. Cerchiamo di guardare alle poche cose positive di questa vicenda”.

I tre agenti hanno poi raccontato il lavoro e le difficoltà, partendo dal loro compito, che non si esaurisce nella presa in custodia dei detenuti: “Come agenti abbiamo diversi incarichi istituzionali - spiegano -. Dobbiamo assicurare i provvedimenti restrittivi, garantire le scorte per i trasferimenti, svolgiamo i compiti della polizia giudiziaria, ma siamo anche agenti di pubblica sicurezza con il compito di far rispettare la legge e proteggere i cittadini fuori e dentro l’istituto di pena. Inoltre dobbiamo partecipare all’opera di rieducazione del detenuto”.
“L’articolo 27 della Costituzione sancisce che il detenuto debba essere rieducato - chiarisce il comandante De Matteo - e anche noi siamo tra gli attori che fanno parte della rieducazione, in fondo siamo quelli che vivono a contatto con la persona ristretta 24 ore su 24, e il nostro motto ci ricorda che abbiamo il compito di «garantire la speranza»”.

Poi ci sono tutti gli incarichi quotidiani, per permettere lo svolgimento delle attività in carcere e dei colloqui. “L’istituto è come una città, e come tale va gestito”.
Gli orari sono pesanti, si lavora su turni, che dovrebbero essere di sei ore, ma, molto spesso, per la carenza di personale e per sostituire i colleghi in malattia, si allungano, e, se al mattino la casa circondariale può contare sull’attività di 40 o 50 persone, dal pomeriggio e fino a notte queste diminuiscono drasticamente. “Negli ultimi mesi i turni si sono allungati ad almeno 8 ore continuate, e di notte rimangono al massimo 8 o 9 persone, è un lavoro difficile, molto stressante, soprattutto per chi è a stretto contatto con i detenuti. Tanta è la fatica mentale di gestire 50, 60, 70 detenuti, tutti diversi tra loro. Oggi a Treviso ci sono persone appartenenti a 27 nazionalità diverse, con alcuni ci sono problemi di lingua e di comunicazione, altri hanno problemi di salute mentale o di dipendenze, non è per niente facile relazionarsi con loro. Cerchiamo di separare chi non va d’accordo, ma gli spazi sono limitati, non è sempre possibile”.
Nell’ultimo periodo sono aumentati gli eventi critici e i fenomeni di autolesionismo fra i detenuti, si tratta spesso di forme di protesta, spiegano gli agenti, ma anche di modi per somatizzare una sofferenza psicologica. “Fare fronte a queste crisi quasi quotidianamente è un’ulteriore fonte di stress. Ogni volta che c’è un allarme suona una campanella, come quella di scuola, così non riusciamo più a sentire il suono di una campanella senza associarlo a un momento di crisi, a un evento violento e traumatico”.

Il lavoro è usurante, ma la carenza di personale fa sì che si vada in pensione sempre più tardi. Alcune istanze che hanno migliorato la qualità della vita del persone detenute, poi, mal si conciliano con la scarsità di agenti. Per esempio, nel 2013, la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per il sovraffollamento nelle celle di detenzione. La “sentenza Torreggiani” ha portato maggiore libertà alle persone detenute, che trascorrono molte ore fuori dalle celle, in un regime di “sorveglianza dinamica”. “Come fa un collega a sorvegliare da solo anche 100 detenuti? - si chiedono gli agenti -. Ci troviamo a sorvegliare una piazza, in cui ogni movimento un po’ più brusco del solito crea un clima di tensione e di allarme. Questo tempo dovrebbe essere strutturato, con attività svolte in maniera costante, quando non lo è ci mette in difficoltà”.

Per migliorare le condizioni di lavoro gli agenti auspicherebbero un ricambio del personale, nuove leve dalla mente fresca, ma per il momento non sono previsti nuovi arrivi. I pregiudizi verso gli agenti di polizia penitenziaria sono tanti: “Siamo come i portieri di una squadra di calcio - raccontano - se la squadra vince è merito dell’attaccante che ha segnato, se perde è colpa del portiere che ha preso goal. Vorremmo avere gli strumenti per lavorare bene, ma non li abbiamo. Ci sono situazioni che ci fanno rabbia, perché si potrebbe fare di più. Ci sono detenuti che potrebbero lavorare, ma manca la volontà all’esterno, da parte della società, di accoglierli e di dargli una possibilità. Ci sono persone che dopo aver scontato una condanna hanno cambiato vita, si sono costruiti qualcosa, poi, dopo anni, gli arriva una sentenza definitiva di un reato che è stato commesso praticamente in un’altra vita. Come fai a riportare in carcere una persona così? Questi sono i veri fallimenti, la giustizia dovrebbe essere immediata, altrimenti diventa una tortura e l’aspetto rieducativo un’utopia”.

Per sostenere il carico di stress dell’agente di polizia penitenziaria bisogna essere persone equilibrate e ben strutturate. Si assiste a un carico di violenza a cui la gente comune non è abituata. Ogni agente ha l’obbligo di portare a casa l’arma a fine servizio, e di custodirla in maniera sicura. Soprattutto per chi ha una famiglia e bambini piccoli, questa è un’ulteriore fonte di preoccupazione. Il corpo di polizia detiene, infine, un triste primato nelle statistiche delle forze dell’ordine, essendo tra quelli con il più elevato tasso di suicidi: “E’ un lavoro che plasma il carattere, si assiste a episodi degradanti e allarmanti, si deve reagire a situazioni di emergenza, è chiaro che la tensione si porta anche a casa. Può sempre suonare il cellulare e riportarti in ufficio, anche mentre stai partendo per le ferie. Ognuno di noi impara, nel suo percorso, come scaricare la tensione, ma è necessario fare un lavoro su se stessi”.

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