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Povertà, il Veneto fa squadra

Nasce il coordinamento regionale dell'Alleanza contro a povertà. Il Tavolo veneto riunisce per ora 16 organizzazioni del territorio. Con il Reddito di inclusione, reso attuativo dal decreto legislativo n. 147 del 15 settembre 2017, anche l’Italia si e dotata di una misura strutturale rivolta ai poveri. Di fatto quella che si vuole costruire è una rete aperta al contesto di comunità, in grado di mobilitare le forze attive del territorio.

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Povertà, il Veneto fa squadra

Si sono definiti la “lobby dei poveri” contro la precarietà sociale e lavorativa e per la firma del protocollo che ne stabilisce la costituzione, hanno scelto un luogo fortemente simbolico oltre che concretamente operativo, la mensa dei poveri di Ca’ Letizia nel cuore di Mestre. E’ nato così, la scorsa settimana, dopo alcuni mesi di rodaggio, il coordinamento dell’Alleanza contro la povertà in Veneto, riunendo per ora 16 organizzazioni del territorio.
“Nata a livello nazionale nel 2013 l’Alleanza ha contribuito fattivamente alla costruzione di nuove politiche pubbliche per prevenire e contrastare il fenomeno della povertà in Italia, il cui strumento più importante è senza dubbio il Rei, il reddito di inclusione - ha spiegato Cristian Rosteghin, vicepresidente regionale Acli e portavoce del tavolo veneto -. Qui nella nostra regione non intendiamo solo dar vita a luoghi e occasioni di confronto tra le associazioni e favorire una sensibilizzazione dell’opinione pubblica, ma vogliamo anche confrontarci con le forze politiche e le istituzioni locali per sollecitare scelte di policy e interventi coordinati e integrati a sostegno dell’inclusione sociale”.
I numeri della povertà
Anche nel “ricco” Veneto, infatti, che pur segna una ripresa da un punto di vista economico, si registra un preoccupante aumento del fenomeno della povertà che investe diversi strati della popolazione, soprattutto minori, famiglie con un solo adulto occupato, giovani senza lavoro e senza futuro, persone in condizione di marginalità. I numeri – che non spiegano la complessità del fenomeno ma quantomeno ne danno un ordine di grandezza – dicono che gli indici di disuguaglianza sociale, di povertà e di esclusione sociale arrivano a coinvolgere un abitante su 6, pari a 800 mila persone con un reddito inferiore alla cosiddetta “minima sociale”, circa 350 mila famiglie.
“Nonostante l’acuirsi e il differenziarsi dei bisogni, le risposte hanno continuato per anni a essere le medesime - ha proseguito Rosteghin -: un insieme di misure locali come contributi a copertura di affitti e utenze, e nazionali caratterizzate dall’assenza di uno strumento universalistico di tutela di base per le famiglie in condizione di deprivazione economica e per la presenza di una serie di interventi frammentati, di natura assistenziale e tamponatoria”.
Il reddito di inclusione
Con il decreto legislativo n. 147 del 15 settembre 2017 che ha reso attuativo il Reddito di inclusione (Rei) finalmente anche l’Italia si e dotata di una misura strutturale rivolta ai poveri. Si tratta di un risultato indubbiamente molto rilevante per il nostro Paese, fanalino di coda d’Europa rispetto all’introduzione di un reddito minimo nazionale.
Come noto, siamo però di fronte a un primo tassello di una misura universalistica a beneficio di tutti i poveri assoluti, perché le risorse stanziate consentiranno di dare beneficio solo ai “più poveri tra i poveri” e il contributo economico alle famiglie risulta decisamente modesto.
“Ma occorre vedere il bicchiere mezzo pieno – ha spiegato il portavoce -. Innanzitutto la povertà e entrata a pieno titolo nell’agenda politica e l’accelerazione data negli ultimi due anni all’evoluzione normativa che la riguarda non ha precedenti nel nostro Paese”. Soprattutto, anche grazie alle risorse messe a disposizione dai Fondi strutturali, che per la prima volta con la Programmazione 2014-2020 intervengono a favore delle politiche di inclusione sociale, è stato possibile impostare una strategia di sviluppo dei sistemi di welfare territoriale, a supporto delle misure di sostegno.
Politiche sociali attive
“La collaborazione tra istituzioni diverse, ambiti sociali, centri per l’impiego, Inps, è un elemento centrale per il funzionamento del Rei, di fatto la grande scommessa, chiedendo ai servizi di lavorare in modo integrato che tenga conto dei bisogni e delle azioni da mettere in campo per sostenere e rinforzare l’autonomia. Di fatto quella che si vuole costruire è una rete aperta al contesto di comunità, in grado di mobilitare le forze attive del territorio”. Insomma il Rei invita a cambiare il modo in cui i cittadini guardano ai servizi e quello in cui i servizi si percepiscono tra loro e nei confronti della società civile.
Il fabbisogno finanziario necessario per l’estensione a tutto il territorio nazionale di una misura ‘più generosa’ a beneficio di tutti i poveri assoluti si aggirerebbe intorno ai 7/8 miliardi di euro, secondo varie stime, quindi pari a oltre tre volte le risorse attualmente stanziate.
Ora la vera sfida sarà nella messa in opera, tenendo conto dei differenti contesti territoriali in cui la misura è calata e avendo ben presente che una politica così complessa, che risponde a bisogni multiformi e ingaggia attori diversi a diversi livelli istituzionali, richiederà tempi lunghi per la sua implementazione e per generare i cambiamenti culturali e di governance necessari. La strada è stata ormai tracciata e il cantiere aperto.

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