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Profughi a Camalò: aggiungi sei posti a tavola

Ha fatto rumore la scelta della famiglia Calò di accogliere sei giovani rifugiati appena sbarcati dalla Libia nella propria abitazione. Solo il nostro giornale ha avuto “il permesso” di entrare in casa e vedere come sta crescendo una promettente convivenza. Che allarga i confini della fraternità.

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Profughi a Camalò: aggiungi sei posti a tavola

“E’ una cosa bella e nuova stare seduti tutti a tavola insieme, non eravamo abituati, non ci era mai capitato”. “Qui mi sveglio felice, ho trovato una famiglia”. Sono le frasi che pronunciano all’unisono i sei giovani stranieri che, arrivati in Italia dopo una vera e propria odissea attraverso la Libia e il mar Mediterraneo, sono ospiti da un paio di settimane di una famiglia di Camalò. Di loro ha parlato tutta Italia, o meglio tutti i media hanno parlato del gesto di Antonio e Nicoletta Calò (lui insegnante al liceo Canova, lei maestra alla primaria del paese dove vive), condiviso con i loro 4 figli (ormai quasi tutti fuori casa), che hanno accolto nella loro abitazione sei profughi. “La molla è scattata quando abbiamo visto la notizia degli ottocento morti nel Mediterraneo - spiega Antonio -. Abbiamo dato la nostra disponibilità alla Prefettura, inizialmente pensando a donne e minori. Poi ci è stata fatta questa proposta ed abbiamo accettato. In Prefettura ci hanno detto che eravamo sicuramente gli unici del Veneto e forse in Italia. In effetti, guardando alle reazioni di questi giorni dev’essere proprio così e la cosa, a dire il vero, ci ha stupito”.
Accolti in casa
Entro nella casa di Antonio e Nicoletta, che conosco da molto tempo, dopo diversi anni. E ad accogliermi sono proprio loro: Williams e Moubash (il più giovane, appena diciannovenne) provengono dal Ghana; Seahou e Mohammed dal Gambia; Aghedo e Jonathan dalla Nigeria. Gli ultimi due sono cristiani, gli altri musulmani. Il sole è da poco tramontato e i quattro musulmani stanno cenando, così come è previsto nel periodo del ramadan.
Ci sediamo attorno al tavolo. Ci sono Antonio, Nicoletta, i loro figli Giovanni e Francesco, l’operatrice Valentina, che li segue durante la giornata e naturalmente loro, i sei giovani profughi. E’ la loro prima intervista. I giornalisti di tutta Italia che nei giorni scorsi hanno intervistato Antonio, si sono infatti sempre dovuti fermare sulla soglia, nonostante le insistenti richieste. Solo per la “Vita del popolo” è stata fatta un’eccezione.
E per loro non è un’intervista facile. Le loro sono storie piene di ferite, drammi, violenze e soprusi. Perché hanno lasciato il loro paese? Perché hanno dovuto scappare, perché, almeno alcuni di loro, rischiavano la vita.
La lunga odissea
Poi, una volta presa la decisione, la “roulette russa” del viaggio, per alcuni durato anche più di un anno. “In Libia noi neri siamo discriminati - raccontano -. La gente si volta dall’altra parte e si copre il viso. Tutti hanno la pistola, anche i ragazzini. Noi siamo un possibile bersaglio”. E poi la violenza dei carcerieri, la lunga attesa... e finalmente il viaggio. Williams ha la capacità di far vedere visivamente le condizioni di viaggio, mima la posizione che avevano, uno sopra l’altro, e il mare mosso che faceva sobbalzare la barca. “Chi è al timone va sempre avanti - dice -, anche se c’è chi viene sbalzato fuori per le onde”.
Generosità contagiosa
Ora tutto questo è finito. “I take my family, I’m very happy”, dice uno di loro felice di aver trovato una famiglia. “Ci sentiamo fratelli, Antonio è nostro padre, Nicoletta la nostra madre. Ringraziamo Dio per come siamo stati accettati e preghiamo per chi ci ha accolto, che Dio li assista e li benedica”. C’è chi ha iniziato il ramadan con un giorno di anticipo per ringraziare Dio e spesso cristiani e musulmani condividono gli stessi spazi di preghiera. “Speriamo - dicono - che anche altri possano fare la nostra stessa esperienza”.
A distanza di qualche giorno Antonio e Nicoletta, scossi inizialmente per gli insulti e alcune minacce ricevute, vedono che il clima sta cambiando. “Per noi è una bellissima esperienza, che ci sta dando molto - dice Nicoletta -. Il bene genera bene”. Stanno arrivando molte lettere di incoraggiamento e sono molte le persone del paese che stanno aiutando e chiedono di rendersi utili in vari modi. Del resto la famiglia Calò è ben radicata nel tessuto sociale: Antonio è stato assessore qualche anno fa, Nicoletta è maestra elementare ed è attiva in parrocchia. “Gli unici che non si sono fatti vivi - fa notare Antonio - sono i politici, con tre eccezioni: oltre a due parlamentari del Pd, ci ha espresso vicinanza un amministratore della Lega, uno dei maggiori esponenti a livello provinciale”.

LEGGI L'INTERVISTA COMPLETA AI SEI RIFUGIATI E ULTERIORI APPROFONDIMENTI SUL NUMERO DELLA VITA DEL POPOLO DI DOMENICA 28 GIUGNO

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