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Profughi ucraini: la scuola continua in dad

Molti i ragazzi che stanno seguendo a distanza le lezioni, collegati con il proprio Paese. Ecco le loro storie

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Profughi ucraini: la scuola continua in dad

Se ancora era necessario l’ennesimo nuovo segnale, la guerra in Ucraina lo ha mandato forte e chiaro. La scuola è talmente importante per la qualità della vita dei bambini che continua, anche senza mura, senza contatti diretti, senza sapere quando tutto questo male finirà. Perché la scuola è lo spazio della relazione, dell’apprendimento autentico, del futuro. E resta in piedi, pure sotto le bombe, con i suoi ragazzini che fino al giorno prima correvano per i corridoi al termine delle lezioni e ora si ritrovano online, ma sparsi in tutto il mondo. Potere della dad, che ha tanti limiti per come l’abbiamo conosciuta negli ultimi due anni, ma in questo momento offre anche la possibilità di restare collegati, sentirsi uniti, riconoscere e incontrare la quotidianità, laddove essa è stata distrutta dalla guerra, dalla migrazione.

Matteo, nome italianizzato per Matbin, ha 8 anni. Sta seduto sul letto, nella camera che divide con la mamma e la sorella, accolto 20 giorni fa dalla nonna paterna nel Trevigiano, dopo la fuga da una cittadina vicina a Leopoli. Davanti, il monitor del pc gli rimanda i volti dei compagni, tutti riuniti in una sorta di classroom a salutarsi e “proseguire” con il programma scolastico. Gli insegnanti, con la loro dedizione e il loro coraggio, provano così a mantenere il legame dei ragazzi con la vita di sempre, quella che hanno dovuto lasciare per il conflitto. Qualcuno sta a casa sua, quattro bimbi sono collegati dalla Polonia, due si trovano in Italia, un paio in Spagna. “Questa è la mia maestra, sta spiegando un problema di matematica”, mi dice in ucraino, e la nonna traduce. La sorellina ha 6 anni, aveva cominciato la prima elementare, lei per ora non segue la dad.

“Abbiamo deciso per ora di fare in questo modo e di attendere e valutare se inserirli o meno nella scuola italiana” spiega la mamma, una giovane trentenne che ha lasciato in Ucraina un marito e un fratello disabile. Fortunatamente, da remoto, anche lei continua a lavorare per una multinazionale che paga lo stipendio a fine mese. “Stiamo chiedendo i visti per andare in Canada dove abbiamo degli amici e desideriamo ripartire, sperando che presto ci raggiunga il mio compagno. Per questo, per ora, Matbin segue la dad”.
Anche Larisa, 10 anni, ospite dalla zia insieme alla sorella maggiore di 15, segue le lezioni online. La sua mamma è rimasta a Kiev, dove ci sono un fratello maggiore e il padre. Le due ragazzine sono arrivate in Serbia attraverso la Romania con un parente e lì è andata a recuperarle la sorella della madre. Hanno visto cose che un bambino non dovrebbe vedere. Hanno lasciato la casa, gli amici. Il loro viso smarrito però riesce a raccontare anche la fiducia verso questo presente e il futuro. “Con i miei compagni facciamo proprio scuola. Andiamo avanti con il programma. Per ora io vorrei continuare così perché spero di tornare presto a casa”, racconta Larisa.

“Le lezioni online mi tranquillizzano - racconta la sorella Alina al penultimo anno di liceo linguistico -. Non sapere dove siano i miei compagni e i professori mi preoccupa molto, ma quando si connettono e vedo che sono vivi e stanno bene, sono più serena. E così mi sento a casa”.
Mentre la scuola italiana si sta preparando all’inserimento dei bambini ucraini, e in alcuni casi sono state anche messe a a disposizione le tecnologie per permettere loro dei collegamenti online con le scuole d’origine, tante famiglie devono ancora scegliere. Ma quello che resta, più forte di tutto, è che nemmeno la guerra ferma la scuola. Cioè il futuro dei bambini di oggi.

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