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Provvedimenti antismog: il patto padano

Dal 1° ottobre è diventato operativo il mega accordo tra Veneto, Emilia Romagna, Lombardia e Piemonte. Stop ai diesel euro 3. Ma le deroghe previste sono tante. E Legambiente accusa: "Solo equilibrismo".

Parole chiave: pm10 (29), polveri sottili (22), inquinamento (60), smog (36), pianura padana (6)
Provvedimenti antismog: il patto padano

Per il momento, il ministro per l’Ambiente Sergio Costa sta a guardare. Rilascia un’intervista in cui ricorda che, secondo l’Agenzia europea per l’Ambiente, più di 80mila morti premature l’anno, in Italia, sono dovute allo smog, nel suo complesso: più della Germania, più dell’Inghilterra. Dal 1° ottobre in tutto il bacino padano è diventato operativo il mega accordo tra Veneto, Emilia Romagna, Lombardia e Piemonte per combattere lo smog nel territorio. Un provvedimento che ha bloccato nei Comuni sopra i 30mila abitanti la circolazione delle auto diesel euro 3. Circa un milione di auto non potranno più circolare e le sanzioni per chi lo fa possono arrivare a quasi 700 euro. Intanto Costa si limita a ricordare i morti, ma non promette fondi e invita i padani a “cambiare stile di vita”.
L’Italia, così, va in ordine sparso come se lo smog si fermasse ai confini delle regioni e che ognuno respirasse lo smog che produce. Invece le particelle di pm10, che entrano negli alveoli dei polmoni, potenzialmente cancerogene, non conoscono confini e impazzano in quell’enorme catino costituito dalla Pianura padana, spingendosi a volte verso nord,  a volte nelle altre direzioni, permanendo per giorni nell’aria fino a che la bora, qualche altro vento forte o una copiosa precipitazione le spostano o le fanno precipitare a terra. Sull’Italia pesa la procedura di infrazione avviata dalla Commissione europea: se non si prendono provvedimenti efficaci, la sanzione sarà di almeno 40 milioni di euro.
I provvedimenti scattati il 1° ottobre bloccano i veicoli a benzina di categoria euro 0 e euro 1, oltre ai diesel privati e commerciali euro 0, euro 1, euro 2 ed euro 3 e ai ciclomotori e ai motoveicoli a 2 tempi euro 0. A Treviso come a Padova, come a Venezia, le vittime più diffuse sono i motori diesel, veicoli assai inquinanti, le cui immatricolazioni crescono solo in Italia, mentre diminuiscono in tutta Europa. Le città sono già in emergenza: a Venezia, in via Tagliamento già sono stati superati i 35 sforamenti annui della soglia di 50 microgrammi/m3, a Padova in zona Arcella siamo già a 41 sforamenti; a Treviso, a Sant’Agnese, siamo sulla soglia, con 32 sforamenti. E non ci sono dati sulla circonvallazione di Castelfranco e sul centro di Montebelluna. L’accordo padano prevede limiti ancora più stretti, con 4 giorni consecutivi di superamento del valore limite consentito per il pm10 (50 µg/m3), a quel punto sono bloccate anche le auto euro 4 diesel e con 10 giorni consecutivi di superamento del valore limite consentito per il pm10 saranno bloccati anche i veicoli commerciali euro 4.
Il provvedimento ha, però, una serie di criticatissime deroghe. Il divieto scatta solo dalle 8.30 alle 18.30 e non è in vigore nei giorni festivi. Se l’auto viene utilizzata per car sharing, ovvero da più persone per recarsi al lavoro, oppure da anziani over 65, potrà circolare. A Treviso potranno circolare i veicoli con targa estera, quelli utilizzati per attività urgenti o non programmabili, o per quelli che si recano all’aeroporto Canova. Lo stesso vale per le vetture dirette alla stazione ferroviaria e delle corriere. Potranno circolare liberamente anche coloro che vanno in visita ai degenti dell’ospedale Ca’ Foncello. Superponte natalizio infine per i diesel inquinanti: potranno circolare liberamente dal 17 dicembre 2018 all’Epifania del 2019, anche per le pm10 arriva Babbo Natale.

La delusione di Legambiente

“Abbiamo iniziato il 2018 con il codice rosso e nel prossimo inverno rischiamo la solita mitragliata di sforamenti sulle pm10. Padova e Venezia hanno già raggiunto il limite a inizio anno e a Treviso mancano solo tre sforamenti per raggiungere i 35 annui”. Non è ottimista Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto.  “L’accordo padano nasce dalla necessità di dare una risposta alle procedure di infrazione europee contro l’Italia per i frequenti superamenti dei limiti di qualità dell’aria negli anni passati (dal 2006) e poi ancora per la non corretta applicazione della direttiva del 2008, che imponeva all’Italia politiche efficaci per ridurre drasticamente e in poco tempo le emissioni inquinanti. Un accordo che risponde alle esigenze di equilibrismo della politica, ma non alle esigenze sanitarie dei cittadini. E’, infatti, molto evidente che le misure intraprese non sono affatto sufficienti, neppure per farci uscire rapidamente dall’emergenza, figuriamoci se ci proponessimo di rendere l’inquinamento nella Pianura Padana privo di rilevanza sanitaria, secondo i valori guida suggeriti dell’Organizzazione mondiale della Sanità”.
Da quando nel 2001 si è deciso di misurare i valori delle pm10, “siamo sempre andati fuori dai limiti. Vero che le pm10 sono sempre diminuite ogni anno, ma il ritmo è troppo lento. Poi c’è il tira e molla tra Regione e Comuni: tocca e me, tocca a te. La Regione ha rinunciato di fatto a esercitare la sua regia e ha scaricato sui Comuni. Questi ultimi hanno tardato a fare le delibere e non hanno attivato i controlli. Non ci sono risorse per il trasporto pubblico, che i Comuni sopra i 30mila abitanti dovrebbero rendere sempre più efficienti”. Lazzaro lamenta l’operazione di annacquamento che i Comuni hanno compiuto riempendo le delibere antismog di deroghe. Respinge anche la tesi della Regione Veneto, secondo la quale la prima causa di inquinamento è legata al riscaldamento domestico e alle biomasse: “Forse a livello di macroaree la situazione può essere questa, anche perché la Regione non ha completato il processo di metanizzazione, ma certamente fra le strade delle nostre città, nei centri urbani le emissioni maggiori sono quelle delle auto. La controprova si può vedere tra l’11 e il 12 settembre, dati molto più alti per mercoledì 12 giorno di inizio delle scuole, in quel giorno gli impianti di riscaldamento non erano accesi”.

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