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Pubblico impiego e scuola: la Cisl in piazza

Il segretario generale della federazione di Treviso e Belluno in un intervento spiega i motivi dello sciopero di lunedì 1° dicembre. E lancia una sfida al governo

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Pubblico impiego e scuola: la Cisl in piazza

Il sindacato del lavoro pubblico della Cisl ha proclamato per lunedì 1° dicembre uno sciopero di una giornata per il rinnovo dei rispettivi  contratti nazionali di lavoro, scaduti da oltre cinque anni.

Sono due le domande che ci siamo sentiti rivolgere in questo periodo: perché la Cisl non aderisce allo sciopero generale promosso da Cgil e Uil e proclama a sua volta questo sciopero? E perché lo si dichiara nel pubblico impiego, là dove si collocano i lavoratori che - a differenza di quelli del privato - non devono temere per il loro posto di lavoro?

Cominciamo dal primo interrogativo. Gli scioperi si possono fare per molti motivi: per protesta, per contrastare decisioni di qualcuno, per raggiungere degli obiettivi concreti.

Ebbene, se ci sono obiettivi chiari e negoziabili si rimane nell’ambito della rivendicazione sindacale, diversamente si fa qualcos’altro. Nel nostro caso è evidente che il rinnovo di un contratto di lavoro è un obiettivo squisitamente sindacale.

Quando invece c’è solo protesta, si rimane nel terreno dell’ “agitazione e della propaganda”: non serve a niente, ma si dà l’impressione di fare qualcosa.

Ci sono infine gli scioperi chiaramente politici, come quello previsto per il prossimo 12 dicembre. Lungi dal rappresentare l’esercizio di autonomia sindacale (da parte della Cgil nei confronti del Governo a guida PD), tale sciopero si configura proprio come un regolamento di conti all’interno di un partito, che è iniziato con le primarie tra Bersani/Cuperlo e Renzi e che si sta concludendo attorno all’art. 18, una questione che – per come è stata posta – non ha niente a che fare né con la riduzione della disoccupazione nè con la tutela del lavoro.

Veniamo alla seconda domanda: i pubblici dipendenti devono “darsi una calmata” oppure le loro rivendicazioni sono sacrosante?

Nel settore privato, in questi ultimi 6 anni, nonostante la crisi e nonostante la perdita di oltre un quarto della produzione e di quasi un milione di occupati, i contratti nazionali sono stati rinnovati per ben due volte.

Nel pubblico impiego in questo periodo il numero dei dipendenti è diminuito di circa 300.000 unità, i contratti non sono stati rinnovati, ma la spesa della pubblica amministrazione è addirittura aumentata: com’è possibile? Un mistero? Tutt’altro! Chiediamolo magari ai 250.000 lavoratori precari della scuola che il Presidente del Consiglio ha “scoperto” solo perché era in arrivo – ed è arrivata – una condanna da parte della Corte Europea! 

E’ sotto gli occhi di tutti l’eccesso di burocrazia e di inefficienza di parti consistenti della pubblica amministrazione, una situazione che non accenna a migliorare. Il motivo non è oscuro, anzi. Come dice un vecchio detto, il pesce “puzza dalla testa”; in altre parole le responsabilità vanno ricercate in chi ha ruoli di direzione e non in chi - nonostante tutto e nonostante tutti - compie ogni giorno il proprio lavoro facendo in modo che scuole, ospedali, tribunali, Comuni, ecc. non collassino del tutto in se stessi. Un lavoro oscuro, prezioso, insostituibile. E, spesso, sottovalutato, disconosciuto, disprezzato.

E allora è chiara una cosa: per uscire da questa situazione occorre responsabilizzare i dirigenti e motivare i lavoratori. Proprio qui si colloca il rinnovo del contratto di lavoro, che deve servire non per dare più soldi a tutti indistintamente, ma per migliorare l’efficienza e la produttività nei luoghi di lavoro, premiando chi ha contribuito a rendere più efficiente l’amministrazione e penalizzando quelli che vogliono continuare a vivere di rendita.

Un’illusione? Forse. E’ indiscutibile però che non basterà “un uomo solo al comando” per risolvere questi problemi, ma che sarà necessario il contributo di tutti, a partire da quello dei lavoratori.

Questa la posta in palio. La Cisl è pronta alla sfida. E il governo?

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