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Recovery fund, è ora di decidere

Le ricadute sul Veneto interessano anche il fiume Piave, che nei giorni scorsi ha di nuovo mostrato la sua pericolosità. "Occasione storica - avverte il sindaco di San Donà Cereser -, ma bisogna fare presto". E ciò vale anche per altre priorità strutturali del nostro territorio. Intanto la Regione sceglie la mobilità su "gomma"

Recovery fund, è ora di decidere

Il problema è decidere, dove e come spendere i soldi del Recovery fund. Emblematica la partita che si è aperta sul fiume Piave, che dopo la tragica alluvione del 1966 resta nelle medesime condizioni; anzi, a causa delle escavazioni e della pulizia non regolare, è ancora più pericoloso di un tempo. Il sindaco di San Donà, Andrea Cereser, città minacciata da questo fiume anche nei giorni scorsi, ha lanciato un appello: sa bene che l’occasione del Recovery fund non si può perdere e il tempo è poco. “I fondi potrebbero essere utilizzati per finanziare questi costosi interventi, ma, perché ciò avvenga, le risorse devono essere impegnate entro la fine del 2022. Di conseguenza, c’è tempo solo fino alle fine del 2021 per completare la progettazione definitiva”.

Con lui il professor Luigi D’Alpaos, professore emerito di idraulica dell’Università di Padova, che ricorda la lunga lista delle opere idrauliche incompiute nel Veneto, almeno 20 bacini di laminazione per una spesa di 580 milioni, solo in parte coperti da fondi regionali. D’Alpaos lamenta che la politica continua a cavalcare i comitati popolari per bloccare le opere idrauliche sul Piave. “Siamo in ritardo di 50 anni. Il ministro Costa ha riattivato i contratti di fiume e così se ne andranno altri due anni in discussioni”. Per il Piave ci sono tre Contratti, solo quello del basso Piave è composto da 22 membri tra i quali il centro didattico il “Pendolino”, assieme a Provincia, Regione, Consorzi, associazioni di categoria e il Canoa club di San Donà.

Risponde l’ingegnere ambientalista Alessandro Pattaro: “D’Alpaos sbaglia a confondere le proteste con i Contratti di fiume. I 50 anni di ritardo non possono essere imputati a dei processi di gestione condivisa del territorio che sono da poco stati attivati. I Contratti di fiume sono processi di democrazia partecipativa finalizzati al miglioramento delle componenti ambientali dei fiumi e del territorio e vengono realizzati proprio per ovviare alle criticità del processo decisionale convenzionale, che innesca dinamiche conflittuali con le comunità, pregiudicando la realizzazione stessa di qualsiasi opera”.

Vedremo se lo strumento del Contratto di fiume riuscirà a risolvere il problema della mega casse delle Grave di Ciano o quello a valle di Ponte della Priula e le proteste per gli interventi sul Meduna e il Livenza. “D’accordo per gli strumenti di concertazione, ma senza ritardare le fasi di progettazione e realizzazione degli interventi - ribadisce il sindaco di San Donà -. Abbiamo una possibilità unica di utilizzare i fondi del Recovery fund per eliminare una volta per tutte la spada di Damocle della prossima alluvione del fiume Piave”.

Piano per la ripresa: Il Veneto sceglie “la gomma”

Saranno 82 miliardi a fondo perduto e 127 in forma di prestito. Questa la cifra stanziata dall’Europa per la “ripresa” italiana dopo la pandemia. Soldi garantiti all’interno del bilancio pluriennale europeo. In un librone di 460 pagine, inviato da Venezia a Roma, la Regione presenta 155 progetti già cantierabili, se il Governo li accettasse invierebbe al Veneto il 12 per cento del Recovery. Spicca lo spazio dedicato alla “gomma”: la Romea Commerciale, 2 miliardi per 70 chilometri, che collegherebbe Mestre a Cesena e proseguirebbe fino a Orte, la “Nogara mare” da Verona all’Adriatico, altri due miliardi. Solo un miliardo sul ferro, sul trenino delle dolomiti, non proprio un’opera per i pendolari, oggi stretti su carrozze e linee sovraffollate. Si pensa al completamento dell’idrovia Padova Venezia. Tre miliardi sarebbero dedicati a nuovi ospedali e nuove strutture sanitarie. Infine si propone di spendere 70 milioni per l’inceneritore di Fusina.

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