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Recovery fund: per il futuro di chi?

Fra gli interventi da portare avanti grazie ai fondi Ue manca un piano per la natalità. E' così che si tradisce il senso stesso dell'investimento che è stato chiamato "Next generation Eu". Chi ripagherà questo Piano nazionale di ripresa e resilienza se tra qualche anno crolleranno il sistema pensionistico, sanitario e il welfare?

Recovery fund: per il futuro di chi?

Da quasi sette mesi attendiamo che venga predisposto il piano di sviluppo per il “Next Generation Eu” (il fondo approvato dal Consiglio europeo al fine di sostenere gli Stati membri colpiti dalla pandemia di Covid-19, più noto come Recovery fund). Il tempo corre veloce, ma sembra che siamo ancora in alto mare. Impastoiati nelle dinamiche di un Paese zoppo e di fronte all’ennesima crisi politica (sono ben 16 i Governi negli ultimi 20 anni contro i tre della vicina Germania).

In questo quadro di fragilità, latitano i processi di partecipazione (democrazia deliberativa) su quello che è il nodo strategico per il futuro. Preoccupa la capacità di gestire l’arrivo delle ingenti risorse del Recovery Plan. Il prof. Luigino Bruni parla in questo senso della cosiddetta “maledizione delle risorse”. Quando le stesse persone improvvisamente aumentano in modo rilevante le risorse da gestire, l’attenzione che mettono per le risorse gestite crolla. Se poi l’andamento precedente è negativo, siamo di fronte a un burrone. Questo è ciò che può accadere con il Recovery fund. Possiamo aspettarci razionalmente che verrà sperperata gran parte delle risorse. Il conto verrà presentato tra qualche anno, ai nostri figli e ai nostri nipoti. E proprio questi dovrebbero essere i più preoccupati, perché non possono esprimere il loro dissenso in alcun modo.

Ci troviamo a essere il Paese con il numero più basso di nati al mondo, il più alto di morti da Covid nell’Unione europea, con più giorni di chiusura delle scuole, con i dati peggiori sul Pil, con un tasso altissimo di emigrazione giovanile.

Ecco che il Recovery non rappresenta solo una lista della spesa da presentare in Ue, ma un piano programmatico di visione sul futuro del nostro Paese. La seconda bozza (171 le pagine), pur di fronte a diverse migliorie, soprattutto in alcuni ambiti indirizzati a innovazione e sostenibilità ambientale, manca di qualcosa di importante. Anzi di fondamentale: un piano per la natalità.

Chi lo ripagherà in futuro questo “Piano nazionale di ripresa e resilienza” se tra qualche anno, a causa della denatalità, crolleranno il sistema pensionistico, il livello dei consumi, il welfare e il sistema sanitario nazionale?

Che ricadute positive possiamo offrire alle giovani famiglie e alle future generazioni che dovranno portare sulle spalle questo gravoso nuovo debito? Come potremo evitare che un debito sempre più vasto cada sulle spalle di una platea sempre più esigua?

In una progettualità senza un Piano natalità, le scuole si svuoteranno: a cosa servirà potenziamento della didattica e aumento dei posti negli asili nido? L’alta velocità, la riqualificazione urbana per chi saranno se non ci saranno più utenti a fruirne? Siamo il Paese più vecchio al mondo e si vogliono spendere, giustamente, 70 miliardi di euro per la rivoluzione verde e la transizione ecologica e nemmeno un euro per un serio piano per la natalità.

Senza un vigoroso rilancio delle nascite salterà, del tutto, la sostenibilità intergenerazionale. I pochi giovani che resteranno in Italia (molti già stanno fuggendo) saranno schiacciati dalla piramide demografica rovesciata che si sta creando. Saremo ulteriormente lanciati a essere un Paese sempre più vecchio, meno innovativo e generativo, più rassegnato e stanco. Di quale “next generation” stiamo parlando? La storia non sarà clemente se perdiamo anche questa occasione.

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