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Referendum sulla giustizia: le ragioni del sì e del no

Le interviste a due parlamentari, rispettivamente Vannia Gava della Lega e Francesca Businarolo del Movimento 5 stelle

Parole chiave: referendum (106), giustizia (31), parlamentari (8), lega (139), movimento cinque stelle (5)
Referendum sulla giustizia: le ragioni del sì e del no

Vannia Gava, (Lega Nord) è sottosegretaria alla Transizione ecologica. Il suo partito, insieme ai radicali, invita a votare “sì” per tutti e cinque i quesiti sulla Giustizia (presentati lo scorso numero di “Vita”). “E’ da più di trent’anni - dice - che si rileva una diffusa esigenza di una riforma della giustizia, una giustizia che, oggi, è troppo lenta e inefficiente. Condanna quasi mille innocenti all’anno al carcere, costringe il nostro Paese a spendere molti soldi - dal 1992 a oggi 900 milioni di euro - per risarcimenti per ingiusta detenzione e, soprattutto, trascina centinaia di cittadini in processi che durano anche un decennio. Queste inefficienze, specie quelle della giustizia civile, hanno anche avuto effetti drammatici sull’attrattività del nostro Paese rispetto a possibili investitori stranieri”.

Perché votare sì?
Perché si affermano alcuni principi di civiltà. Basta con le correnti e con i giochi di potere in magistratura: lo stesso Capo dello Stato, che pure lo presiede, ha ammesso che sistema di elezione del Cdm deve essere modificato. Con i quesiti introduciamo l’equa valutazione dei magistrati, che non possono essere giudicati soltanto da altri magistrati, per il famoso principio per cui “cane non mangia cane”. Voteremo per la separazione delle carriere: basta alle porte girevoli tra Pm e giudici. Introduciamo limiti agli abusi della custodia cautelare, perché mille persone all’anno finiscono dietro le sbarre da innocenti e questo è inaccettabile. Il referendum può rappresentare uno stimolo importante per una riforma organica.

Non si potrebbe affrontare in Parlamento la riforma, come sta cercando di fare la ministra Cartabia?
Certo. Il compito di scrivere le leggi spetta al Parlamento. Purtroppo, però, le correnti di sinistra della magistratura sono sempre riuscite, attraverso i partiti di riferimento, a impedire che si formasse la giustizia in maniera organica. Gli interventi spot, gli “stop and go”, cui il Paese è stato costretto tra proposte, proteste e scioperi, hanno prodotto piccoli avanzamenti prontamente cancellati dalla resilienza della burocrazia italiana. L’occasione offerta dalla riforma di Marta Cartabia, che il nostro Paese deve approvare perché l’Ue l’ha individuata tra le condizioni necessarie per poter accedere ai fondi del recovery fund, non ha quella portata generale innovativa che avrebbe potuto avere.

E se non si raggiunge il quorum?
Il rischio è più che reale: i sondaggi dicono che ancora pochi italiani sono a conoscenza del fatto che si voterà tra poche settimane. C’è un pezzo della classe politica italiana che lo sta facendo apposta. Noi della Lega, con gli amici radicali e di Forza Italia, stiamo facendo il contrario: cerchiamo di fare pubblicità, di far sapere cosa si vota e perché, di convincere più persone possibile a dare il loro contributo, di fare in modo che non si sprechi anche questa occasione. (Alessio Magoga)

“Sulla giustizia, il Movimento 5 Stelle ha le idee chiare da sempre. E a questo referendum rispondiamo con cinque no. Non si tratta, infatti, di una riforma, quanto di un’operazione che rischia di peggiorare seriamente le cose su un fronte in cui l’Italia è già molto carente: quello della legalità”. L’on. Francesca Businarolo non usa mezzi termini per sostenere la contrarietà sua e del Movimento rispetto ai cinque quesiti referendari.

“Partiamo dalla legge Severino. Il suo scopo è quello di impedire a soggetti mafiosi, terroristi, colpevoli di corruzione e di altri gravi reati, condannati in via definitiva, di candidarsi alle elezioni per il Parlamento europeo, la Camera dei deputati e il Senato. Abolirla significherebbe un anacronistico ritorno al passato, al regime vigente prima del 2013, quando mancava una norma generale che prevedesse l’incandidabilità automatica per tali soggetti, prevedendo soltanto l’interdizione dai pubblici uffici, di portata molto limitata”.

Il secondo mira alla limitazione alle misure cautelari.
Con questo quesito, i promotori vogliono limitare i presupposti che sono alla base dell’applicazione delle misure cautelari personali e in particolare il pericolo di reiterazione del reato, che rischia - in caso di vittoria del sì - di essere cancellato dal codice di procedura penale. Mi chiedo: con che faccia chi va in Tv a sbraitare di “sicurezza” riesce a dirsi favorevole a qualcosa del genere?

E sulla separazione delle funzioni dei magistrati?
Siamo contrari alla separazione delle carriere dei magistrati, perché lede l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Il fatto che il percorso di formazione sia condiviso tra Pubblici ministeri e giudici contribuisce a impedire il rischio che si crei un corpo separato, con la figura del Pm che diventerebbe “avvocato di polizia” come in un sistema accusatorio puro.

Il quarto quesito riguarda il voto di avvocati e professori nei consigli giudiziari su valutazioni dei magistrati...
I proponenti vogliono la diretta partecipazione di avvocati e docenti universitari sia alla discussione che alle deliberazioni dei Consigli giudiziari, anche attraverso un diritto di voto ai singoli. Ciò introdurrebbe meccanismi distorsivi e potenziali conflitti di interessi. Siamo favorevoli, invece, a un voto unitario come previsto dal recente progetto di riforma proposto dalla Ministra Cartabia.

Infine, il quesito per eliminare la necessità di presentazione delle firme per candidare i magistrati al Csm.
Assolutamente inutile: elimina in maniera parziale una norma, mentre è necessaria una riforma organica e complessiva di tutto il Csm, a partire dal consiglio dell’Ordine. La riforma già approvata dalla Camera e ora al Senato permetterà di superare il quinto quesito. (Federico Citron)

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