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Regionali: tutti i numeri del voto

Il “partito del non voto” ha sfiorato il 50 per cento. In Veneto Zaia vince nettamente e si dimostra più forte del suo stesso partito. Centrosinistra mai così in basso nella nostra regione. Risultato in chiaroscuro per Tosi.

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Regionali: tutti i numeri del voto

Quando si parla di elezioni, conviene sempre partire dai numeri. Possono essere variamente interpretati, ma, se vengono messi in fila, non mentono.
I numeri dicono, allora, che il primo grande vincitore è il partito del non voto. Che, a furia di essere evocato (e favorito dalla demenziale scelta di farci votare nei giorni di uno dei pochi “ponti” di quest’anno), ha sfiorato la maggioranza assoluta, visto che solo 52 italiani su cento sono andati a votare. In Veneto è andata un po’ meglio (57,15%), ma non di molto.

Il trionfo di Zaia
A tal punto che anche l’altro indiscusso vincitore delle elezioni regionali in Veneto, Luca Zaia, ha perso per strada 400mila voti rispetto a cinque anni fa: domenica scorsa sono stati 1.107.454, (50,08%), nel 2010 erano stati 1.528.382 (60,15%) e anche Giancarlo Galan, dieci anni fa, aveva fatto meglio (1.359.879 voti, con il 50,58%). Certo, il contesto politico era molto diverso, meno frammentato.
E in effetti non c’è dubbio che questa è in gran parte la vittoria di Luca Zaia. Come capita spesso ai sindaci al secondo mandato, ha ricevuto un plebiscito. Gli elettori hanno detto con chiarezza che considerano Zaia “il sindaco del Veneto”. La sua lista personale (peraltro infarcita di leghisti doc) ha surclassato la Lega Nord ufficiale, soprattutto nella roccaforte di Treviso (36,98% contro 16,75%). Salvini può prendere nota.

Il dilemma di Renzi
Allargando lo sguardo allo scenario nazionale, tra i vincitori andrebbe annoverato anche il Pd, visto il 5 a 2 finale, con la vittoria in Campania (strappata al centrodestra), Puglia, Marche, Umbria e Toscana e la sconfitta in Veneto e in Liguria (quest’ultima cocente e imprevista). Ma in realtà le cose non stanno così, come hanno messo in evidenza tutti i commentatori politici. Si è trattato della prima battuta d’arresto per Matteo Renzi, che in un anno ha perso vagonate di consensi, sia sul fronte moderato (terreno di conquista dichiarato) sia a sinistra. Molti elettori se ne sono stati a casa, vuoi perché Renzi ha promesso molto, forse troppo (e le riforme portate a casa hanno lacerato non solo il suo partito, ma anche il suo elettorato), vuoi perché in politica difficilmente chi “forza” e “spacca” guadagna voti, vuoi perché nei territori il Pd è ancora quello di prima, di renziano non ha nulla. Per il premier un bel dilemma: se tiene fede alla sua immagine di uomo “del fare” deve procedere ad ulteriori strappi con la minoranza interna; se cerca di ricompattare il partito, rischia di farsi invischiare nei veti incrociati.

Moretti “ladyflop”
Ma se il Pd non gioisce, in Veneto addirittura piange a dirotto. Alessandra Moretti è di gran lunga la candidata di centrosinistra meno votata degli ultimi vent’anni, sia in termini assoluti che percentuali. Basta, ancora una volta, mettere in fila i numeri. Quelli della Moretti, innanzitutto: 502.949 (22,74%). Male, molto male, ha ammesso lei. Peggio, molto peggio, diciamo noi, rispetto al già non esaltante risultato riportato 5 anni fa da Giuseppe Bortolussi (738.763 voti, 29,07%). E che dire del risultato di Massimo Carraro nel 2005? 1.138.631 voti, pari al 42,35% (più voti assoluti rispetto a quelli conquistati da Zaia domenica scorsa!). O di quello di Massimo Cacciari nel 2000? In quel caso i voti furono 1.032.255 (38,22%). Anche Ettore Bentsik nel 1995, nelle prime Regionali con l’elezione diretta del presidente – quelle delle bandierine di Emilio Fede – arrivò vicino al milione di voti: 945.753 voti, pari al 32,35%.
Numeri impietosi. E dire che solo un anno fa, dopo le Europee, tutti dicevano che il Pd di Renzi aveva conquistato il popolo delle partite Iva, che la partita delle Regionali poteva essere vinta. Invece è stata una débâcle clamorosa. Molti, ora, sostengono che la Moretti non era la candidata giusta. Forse è vero, ma dirlo adesso non ha molto senso. Anche perché le cause dell’insuccesso sembrano parecchie: dalle vicende nazionali, agli “impresentabili” della Campania, dalle tante beghe locali di un partito appaltato a piccoli feudatari a liste inadeguate (per esempio a Treviso era chiaramente sottorappresentata la componente di ispirazione moderata e cattolica). La scellerata moda di circondare i candidati presidenti di liste pseudo civiche ha ulteriormente frammentato i pochi consensi e fatto perdere dei seggi.

Forza Italia quasi sparita
Ma l’elenco degli sconfitti è lungo: fa impressione vedere Forza Italia al 6% in Veneto e al 4% a Treviso, gli alfaniani ridotti all’1-2 per cento, lo stesso Movimento 5 stelle è condizionato in negativo dal boom di Zaia. Tra gli sconfitti, complessivamente, c’è anche il sindaco di Verona Flavio Tosi. La sua idea che solo un fronte largo e moderato può contendere a Renzi la guida del paese è plausibile. Il gradimento dei veronesi sul suo modo di amministrare è risultato evidente (ma anche a Verona città vince Zaia, seppure per una manciata di voti). Tuttavia, per dare ali alla sua ambizione nazionale Tosi puntava al 15%. Invece il risultato a due cifre (sotto il 12%) è arrivato solo grazie alla provincia di Verona.
Ma ci sarà tempo per analisi più dettagliate. Intanto Zaia si appresta a governare. Con una squadra tutta sua. E, dunque, senza più alibi.

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