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Riforma del Terzo settore: vera opportunità?

Può rappresentare una buona occasione anche per gli Enti ecclesiastici, come Diocesi, Parrocchie e fondazioni. A patto di prepararsi per tempo e di saper valutare pro e contro prima di “entrare”

Riforma del Terzo settore: vera opportunità?

Quale sarà l’impatto della riforma del Terzo settore sugli Enti ecclesiastici, parliamo di Diocesi, Parrocchie e Fondazioni canoniche? La riforma ancora zoppica, ma iniziare a pensare quali opportunità potrebbero presentarsi è cosa davvero buona e giusta. Gli Enti ecclesiastici, oltre che il fine di “religione e di culto”, svolgono anche numerose altre attività che sono previste e regolate oggi dalla riforma del Terzo settore. Pensiamo soprattutto agli “interventi e prestazioni sanitarie e sociali”, alla “educazione, istruzione e formazione professionale”, alla “organizzazione e gestione di attività culturali, artistiche, ricreative e turistiche di interesse sociale”, tutti termini usati dal Codice del Terzo settore. La specificità degli Enti ecclesiastici e gli accordi concordatari tra la Santa Sede e Stato italiano impediscono, tuttavia, un’applicazione tout court della Riforma del Terzo settore. In pratica, un Ente ecclesiastico non potrà mai diventare un Ente del Terzo settore. Ognuno deve stare al suo posto.

Cos’è un “ramo”?

La Riforma ripropone il modello introdotto dalla disciplina delle Onlus. Per le Onlus, infatti, qualora si fosse svolta un’attività di interesse generale, gli Enti ecclesiastici potevano creare il “ramo”, in questo modo si isolava l’attività, non andando a intaccare l’ente in quanto “istituzione”.  

Ora anche nella riforma del Terzo settore rimane questa possibilità e quindi una parrocchia, per esempio, può creare un “ramo Ets” (Ente terzo settore). In questo caso deve adottare un regolamento che recepisca le norme del Codice del Terzo settore e poi iscriversi nel registro del Terzo settore (Runts), anche se per ora non ancora operativo. Inoltre, deve destinare un patrimonio per lo svolgimento dell’attività di interesse generale, e predisporre la tenuta di scritture contabili separate. Così, per quel “ramo”, si potrà beneficiare di tutto il regime fiscale agevolato introdotto dalla riforma del Terzo settore, come accade ora già per i “rami Onlus”.

Valutare bene costi e benefici

Ma è opportuno valutare bene i costi e i benefici per l’ingresso nel Terzo settore dei “rami” di Diocesi e Parrocchie. Il modello del “ramo”, consente una separazione tra attività e patrimonio dell’Ente ecclesiastico rispetto al patrimonio destinato al “ramo”. Ma qui c’è chi sostiene che dal punto di vista tecnico-giuridico è assai difficile che le attuali norme di legge consentano di isolare veramente l’opera dell’Ente ecclesiastico “istituzione” dal “ramo”. Per alcuni è debole la definizione di “patrimonio destinato”, e quindi non sarà il solo a pagare nel caso di insolvenza del “ramo”. Se fosse così, sarà intaccato l’intero patrimonio dell’Ente ecclesiastico coinvolto. La questione del patrimonio, per alcuni, rende troppo rischiosa l’adesione al sistema del Terzo settore. Diciamo che lo era anche per i “rami Onlus”, e che gli organi di controllo diocesani sono decisivi per prevenire “buchi” irreparabili, però questo vale non solo per i “rami”, ma anche per l’Ente capofila. Per evitare questo rischio c’è sempre la possibilità di istituire una società distinta, sotto il controllo diretto e totale dell’Ente ecclesiastico, una Società a responsabilità limitata Impresa sociale (Srl Is).

Tre diversi scenari

Ecco tre diversi scenari che potrebbero presentarsi in base alle dimensioni dell’attività che si vuol fare. Le attività di grande dimensione sono, infatti, maggiormente in grado di assorbire i costi di gestione, che invece possono risultare insostenibili per attività di medie o piccole dimensioni. 

Grandi dimensioni. Per le attività di grandi dimensione la strada potrebbe essere l’impresa sociale nella forma di società a responsabilità limitata come unico socio l’Ente ecclesiastico. Parliamo di ospedali, residenze per anziani, università, scuole di grandi dimensioni, grandi opere di assistenza, fondazioni a carattere culturale, enti di turismo sociale.

Medie dimensioni. Il “ramo Ets” dell’Ente ecclesiastico potrebbe essere la soluzione migliore per le attività di medie dimensioni. Sono attività che hanno come obiettivo il pareggio di bilancio e comportano scelte gestionali con limitate ricadute patrimoniali. Parliamo di opere di assistenza, opere culturali, opere di ospitalità, ma soprattutto di opere educative, gli asili parrocchiali per esempio, per i quali la scelta del “ramo” è davvero interessante.

Piccoli dimensioni. Per le attività di piccole dimensioni è meglio andare verso un unico ente centrale diocesano, superando così le micro-strutture autonome. Un modello organizzativo nel quale gli adempimenti amministrativi e fiscali sono centralizzati e in capo a un unico ente. Un esempio sono le raccolte fondi, un unico ente mette a disposizione la propria struttura giuridica e amministrativa e le competenze nella gestione filantropica e finanziaria a favore delle realtà che intendono usufruire dei loro servizi e garantiscono agevolazioni fiscali a favore dei donatori. Ma anche la gestione delle Sale delle comunità. Il cinema in quanto “muri” resta della parrocchia, ma la gestione è in capo a un unico ente diocesano che può gestire contemporaneamente una grande e unica multisala diocesana.

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