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Roulette Piave

La grande piena, dopo quella del 1966, prima o poi, arriverà. Tutti coloro che hanno responsabilità sperano che non succeda durante il loro mandato. Un rinvio sempre più pericoloso. Ora su Ciano è il momento di decidere

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Roulette Piave

Io speriamo che me la cavo. Sembra essere questo il pensiero dei tanti amministratori e ministri che si sono alternati al capezzale del fiume Piave. Il 1966 fu l’anno della grande tragedia, il fiume riversò verso valle più di 5000 mc al secondo e fu un’esondazione terribile, arrivò morte e distruzione. Si disse che non doveva più ripetersi, fu istituito uno speciale organismo, la commissione De Marchi (Commissione interministeriale per lo studio della sistemazione idraulica e della difesa del suolo) per mettere in equilibrio idrogeologico l’intera asta del fiume. E’ trascorso più di mezzo secolo, “ne è passata di acqua sotto i ponti” da Vidor a San Donà, ma, invece che assistere ai lavori di sistemazione, abbiamo assistito al prelievo massiccio di ghiaia, all’incuria del letto del fiume e ancora a tante esondazioni: le ultime quelle del 2018 e 2019, vittima in particolare il Basso Piave, dopo la “strozzatura” di Ponte di Piave.

Hanno studiato i cicli del fiume e la pallottola, sotto forma di una marea di fango e acqua partirà all’interno di un ciclo stimato in 100 anni; a volte può essere prima, a volte dopo, ma partirà. I sindaci sperano che non accada durante il loro mandato, i ministri pure, il direttore dell’Autorità di bacino distrettuale della Alpi Orientali pure, anche chi governa la Regione Veneto ha scommesso su questa tragica roulette russa.

Le criticità sono evidenti a tutti, come lo erano quelle del ponte Morandi: il Piave scorre nella parte bassa come dentro un imbuto, fino a restringersi a 100 metri tra argine e argine a Eraclea. La vicenda delle casse di espansione delle Grave di Ciano, come di altre ipotesi di intervento a nord e a sud lungo il Piave, contiene tutti i mali della politica italiana. La tattica del rinvio, quella del “non è mia responsabilità”, del “noi abbiamo fatto la nostra parte”, dell’“uno vale uno”, per cui ciò che dico io vale quanto quello che dice il più illustre ingegnere idraulico. I partiti si dividono, si dividono gli uomini vicini al centrosinistra: da una parte il sindaco di San Donà, dall’altra il consigliere Zanoni. Si dividono gli uomini della Lega: da una parte la sindaca di Crocetta, dall’altra l’assessore regionale all’Ambiente Giampaolo Bottacin. La ricerca del consenso a tutti i costi sembra essere la stella polare. Eppure, tutti noi, se dobbiamo costruire una casa, andiamo da un ingegnere o un architetto, non ci sogneremmo mai di mettere ai voti la quantità di cemento o la calibratura dei muri portanti.

Per domare, invece, il grande fiume del Veneto ognuno ha da dire la sua, chi vuole argini più alti, chi le casse di colmata, un ginepraio da cui i decisori politici non sanno cavarsi, terrorizzati dalla perdita di consenso. Le Grave di Ciano sono, effettivamente, un patrimonio notevole fatto di prati, orchidee, anfibi, mammiferi, farfalle, scorci unici, patrimonio che difficilmente resisterebbe all’escavazione di 550 ettari di terreno sul greto del Piave e la realizzazione di 14 chilometri di argini per contenere 33 milioni di metri cubi d’acqua.
L’assessore regionale Bottacin, però, ha tirato dritto e portato a termine il bando per la progettazione. Luigi D’Alpaos, ingegnere idraulico, docente emerito dell’Università di Padova, che conosce come pochi altri il Piave da tempo invoca un metodo, “ci vuole un po’ di solidarietà, finora le portate non hanno mai raggiunto il limite e ce la siamo cavata”.

Per D’Alpaos occorre difendersi a nord, se la piena prende velocità e si ingrossa è devastante. L’intervento alle Grave di Ciano non è risolutivo, ma ridurrebbe in limiti accettabili gli eventi estremi. D’Alpaos ritiene opportuno anche l’intervento a Ponte di Piave. Spresiano non sarebbe invece adatto e comunque difendersi a sud, nella parte terminale non serve a nulla. Ricorda il numero chiave dell’alluvione del 1966: arrivarono 5.000 metri cubi al secondo. Sono questi i numeri con cui confrontarsi, sono numeri noti, non noto il motivo per cui si attenda ancora, poi tutti diranno “l’avevo detto”, ma non servirà a restituire la vita a chi l’ha persa e a chi ha perduto la casa e gli averi.

Ulteriori approfondimenti e interviste nel numero di Vita del Popolo del 13 marzo

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