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Russia-Ucraina: perché questa guerra

Incontro promosso da Giavera Festival con il giornalista Matteo Zola. “Per Putin le tre grandi potenze devono spartirsi il mondo, ha una visione tripolare”. L’Ucraina vuole uscire da questa logica

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Russia-Ucraina: perché questa guerra

“Se ci si guarda intorno, c’è sempre chi pretende di avere già capito tutto”, afferma don Bruno Baratto, presidente del Giavera Festival, organizzatore dell’incontro sulla guerra in Ucraina tenuto al centro parrocchiale di Cusignana, sabato 12 marzo, da Matteo Zola, giornalista e direttore del quotidiano East Journal, collaboratore dell’Osservatorio Balcani Caucaso e di Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale). Il 24 febbraio scorso, la Russia invade l’Ucraina: un’azione di qualche giorno. Non sarà così: dopo settimane il conflitto continua e lascia sulla neve migliaia di vittime e milioni di profughi per le vie dell’Europa.

La storia recente
Nel 1991, l’Ucraina, indipendente dopo l’accordo con Bielorussia e Russia, si trova con 1900 testate nucleari; si corre ai ripari nei 1994 con gli accordi di Budapest con i quali Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e il Regno Unito si impegnano a garantire la sovranità dell’Ucraina, l’integrità territoriale e la sicurezza in cambio dello smantellamento delle armi nucleari che vengono consegnate in mani russe.

La Russia non ha un porto sul mar Nero, ma le sue navi da guerra sono ancorate a Sebastopoli. E così, nel 1997, i due Stati firmano un trattato di amicizia che riconosce la Crimea come parte inviolabile dell’Ucraina, stracciato poi dai russi nel 2014, quando in Crimea arrivano gli “omini verdi” senza divisa riconoscibile, prendono possesso dei punti strategici e fomentano la gente che chiede l’intervento. E così la Russia se la annette. In poche ore l’esercito c’è, arrivato non si può immaginare da dove se non dalla base navale.
Nel febbraio del 2015 altro tavolo per la guerra in Donbass e altri accordi, quelli di Minsk: cessate il fuoco bilaterale, individuazione della linea di contatto, amnistia generale a Donetsk e Lugansk, ritiro dei mercenari e disarmo dei paramilitari, elezioni locali con osservatori internazionali, riforma costituzionale in senso federale in Ucraina. Accordi disattesi: alle elezioni gli oligarchi filorussi non ammettono gli osservatori internazionali e l’Ucraina non si trasforma in uno Stato federale, facile preda degli agitatori esterni. Nei due Paesi non si governa senza l’appoggio degli oligarchi: un’enorme potenza economica proveniente dalla privatizzazione dei beni statali acquisiti per una pipa di tabacco. In Ucraina sono proprio gli oligarchi filorussi a vincere le elezioni fino a quando, nel 2004, si candida Viktor Yushchenko, con idee liberali e gradito all’Occidente, che, come nei film di spionaggio, viene avvelenato con la diossina. Sopravvive, continua la campagna elettorale, è avanti nei sondaggi, eppure non vince. E’ la stagione delle proteste in piazza contro i brogli: la Corte suprema ordina nuove elezioni. Vince Yushchenko e allora la Russia, che aveva sempre concesso il gas a prezzo di favore, pretende la quotazione di mercato e il pagamento anticipato: è la guerra del gas che mette in crisi il Paese e crea tensioni sociali. Dal 2010 e fino al 2014 al potere c’è Janukovyc, un oligarca che promette di avviare l’adesione dell’Ucraina all’Unione europea, ma alla fine non firma, fa una virata e accetta 15 miliardi di aiuti dalla Russia. Tornano le proteste, si spara sulla folla: il presidente sale su un aereo e vola in Russia.

Oggi la Russia è nelle mani di Vladimir Putin, l’Ucraina in quelle di Volodymyr Zelesky, presidente eletto con stragrande maggioranza nel 2019. Ed eccoci all’invasione con i motivi addotti da Putin: minaccia della sicurezza, salvaguardia della minoranza russofona, che non significa filorussa. Per lui l’Ucraina non esiste, è una creatura della Russia. All’opposizione interna di Zelenski c’è un oligarca proprietario di tre reti televisive russe e della cui figlia Putin è il padrino.

La trattativa fallita
Nel dicembre 2021 la Russia - che ha già accumulato 140.000 uomini e mezzi ai confini dell’Ucraina e anche in Bielorussia - comunica che non invaderà l’Ucraina se la Nato si ritira dai Paesi Baltici e dell’Est: Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania, Croazia, Montenegro e Macedonia del nord. Proposta irricevibile perché gli Stati sono sovrani e quasi tutti membri dell’Ue, quindi solo una parte dell’Unione europea sarebbe protetta dallo scudo Nato.
Gli Stati Uniti formulano una controproposta non pubblica, ripresa da un quotidiano americano (The Politico): sospensione di qualsiasi processo di adesione dell’Ucraina alla Nato, proprio impegno a non schierare mai missili e truppe in Ucraina, e altre offerte. La Russia rende pubblico il suo rifiuto perché, a suo dire, non si fida della promessa Nato di non schierare missili. Forse i motivi dell’invasione sono la democrazia ucraina che potrebbe superare i confini, la voglia di controllare una zona strategica per i disegni di potenza e quindi la ricostruzione dello spazio di influenza in Europa come nel secolo scorso.
“Il Cremlino ha la visione di un ordine mondiale tripolare: grandi potenze - Russia, Usa, Cina - si spartiscono i territori in sfere di influenza, potenze in equilibrio tra di loro e i piccoli Paesi devono solo accettare. Ecco perché Putin non dà importanza ai colloqui con l’Europa”, conclude Matteo Zola. E la guerra continua.

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