Società e Politica
stampa

Sagre: perché non ripartiamo dal patrono?

Le parrocchie si riorganizzano. Una bella occasione per ripensarle. E’ sotto gli occhi di tutti che spesso altri elementi hanno di fatto svuotato il contenuto cristiano e umano che era all’origine

Parole chiave: sagre (10), patrono (13), festa (153), parrocchie (69), comunità (93)
Sagre: perché non ripartiamo dal patrono?

Le parrocchie si stanno riorganizzando per il ritorno delle sagre parrocchiali dopo le chiusure forzate per l’emergenza sanitaria. Si inizia a incontrarsi, a vedere le date, l’organizzazione, ci si conta, chi c’è ancora e chi non c’è.
Alcune si stanno già svolgendo proprio in questi giorni e già appaiono un po’ diverse nelle dimensioni, rispetto a quelle che hanno preceduto la pandemia.
Sono stato invitato ad una serata per parlare di sagra e di ripartenza a tre gruppi organizzatori di tre parrocchie che organizzano tre sagre diverse. Un dibattito interessante, tanta voglia di uscire, di ripartire, di esserci. Ma come e da dove si riparte?

Le origini
Le “feste patronali” o “sagre” nella loro origine, come leggiamo nel “Direttorio su pietà popolare e Liturgia” del 2002 a cura della Congregazione per il culto divino, erano giorni di festa, momenti di vita spirituale, familiare e sociale, con manifestazioni di gioia semplice.
Al centro della festa c’era la santa messa e la processione in onore del santo patrono. Era l’occasione per riunirsi o incontrare i propri familiari e parenti che spesso abitavano fuori paese.
Era, poi, anche un momento di socializzazione attraverso manifestazioni folkloristiche e giochi popolari. Poi, per tutti, gli immancabili “poenta e ossetti”.
Le forme genuine di pietà popolare sono anzitutto la testimonianza della fede dei semplici di cuore, espressa in modo immediato. L’aspetto economico c’era, ma era marginale.

Oggi cos’è invece?
E’ sotto gli occhi di tutti che altri elementi hanno preso il sopravvento e hanno di fatto svuotato il contenuto specificatamente cristiano e umano che era all’origine, per lasciare il campo a una manifestazione, sempre bella, ma quasi esclusivamente commerciale e folkloristica.
Grandi stand gastronomici, menù pazzeschi, tanta musica in una grande sala musicale all’aperto.
Questo per far diventare la dimensione religiosa, marginale, a volte addirittura inesistente. Anche se il carattere di incontro e di dialogo tra i membri di una stessa comunità è rimasto intatto, ed è ancora oggi il punto di forza della sagra.
E poi l’aspetto economico, da marginale, è diventato prevalente.
Perché la parrocchia senza sagra non riuscirebbe più a far fronte ai tanti interventi soprattutto straordinari.

Da dove si riparte?
Dobbiamo ripensare la festa patronale attualizzandone il più possibile il significato originario, senza però eliminare tutto ciò che va oltre la dimensione religiosa. Le feste patronali andrebbero inserite in un “itinerario di fede” parrocchiale. Nella programmazione della festa patronale andrebbero proposti incontri per approfondire, per esempio, la testimonianza del santo patrono, spesso non si sa neanche chi sia, e la sua valenza per la Chiesa di oggi. Interessante per esempio un lavoro con i gruppi di catechismo o con il Grest.
Non basta più continuare a festeggiare il patrono per fedeltà al passato e perché è tradizione.

Nuove motivazioni
Dobbiamo trovare, in quanto comunità parrocchiale nuove motivazioni e rispondere alle sfide del presente, tra le quali emerge, per esempio, l’attenzione ai nuovi arrivati. Se partecipano come volontari è un modo per entrare in confidenza con il paese e sentirsi coinvolti anche se non si è grandi frequentatori della chiesa.

L’organizzazione
Andrebbe rivista anche l’organizzazione. Spesso i gruppi sagra si chiudono ed è difficile il ricambio, oppure rappresentano solo alcune, poche, famiglie del paese. Dove c’è stato, e non è facile, è sempre coinciso con nuove idee, nuova energia. Se vogliamo il ricambio i più anziani devono fare un passo indietro e lasciare la responsabilità. Non diamo troppa importanza al fatto che i giovani siano inesperti, potranno fare anche degli errori, ma è solo questo il modo per un sano rinnovamento.
E poi non significa che chi si toglie alcune responsabilità deve per forza stare a casa, può partecipare, ma con ruoli diversi, quasi come un “tutor”.

C’è una sintesi a tutto questo?
La sagra è importante. Fare festa è bello. L’aspetto economico è importante. Le relazioni sono importanti. Il coinvolgimento è importate. Il ricambio è importante.
Ma la sintesi vera sta nella dimensione religiosa: siamo parrocchia, comunità in un cammino di fede. Dobbiamo coinvolgere il Consiglio pastorale parrocchiale e il Consiglio parrocchiale per gli affari economici per “ripensare” la festa patronale quale occasione straordinaria di incontro e festa tra le diverse generazioni di una comunità cristiana, coinvolgendo ragazzi e giovani, andando a invitare per accoglierle le nuove famiglie. Le sagre parrocchiali devono essere riaperte, dobbiamo ripartire, ma facciamolo dal santo patrono.

Tutti i diritti riservati
Sagre: perché non ripartiamo dal patrono?
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento