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Salute se tutti stanno bene

Walter Ricciardi, professore ordinario di Igiene e Medicina preventiva, consigliere del Ministero della Salute per l'emergenza coronavirus, è convinto: "Il Covid ci ha fatto capire che la salute di ogni singola persona che vive sul nostro pianeta è strettamente correlata a quella delle altre. Ciò che accade in una parte del mondo può riverberarsi, in pochi giorni, nell'emisfero opposto. Siamo tutti nella stessa barca e dobbiamo lavorare insieme"

Salute se tutti stanno bene

Priorità assoluta alla copertura sanitaria universale e invito a investire l’1 per cento del Pil nelle cure di base. Queste sono le indicazioni che l’Organizzazione mondiale della sanità ha rivolto agli Stati membri a settembre 2019, presentando il Rapporto di monitoraggio globale della copertura sanitaria universale.

Parole che oggi appaiono profetiche, alla luce di quanto stiamo affrontando da un anno a questa parte, ma che in quel momento erano la conseguenza dei dati emersi dall’indagine che raccontava come la metà degli oltre 7,8 miliardi di persone nel mondo non può accedere ai servizi sanitari essenziali e il divario nell’aspettativa di vita, tra i paesi più poveri e quelli più ricchi, è di circa 18 anni.

“Se vogliamo raggiungere una copertura sanitaria universale e migliorare la vita delle persone – spiega Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms – dobbiamo prendere sul serio l’assistenza sanitaria di base fornendo a tutti i servizi essenziali: immunizzazione, cure prenatali, consigli per uno stile di vita sano, assicurandoci che le persone non debbano pagare per questi interventi”.

E’ giunto il momento di cambiare l’approccio al tema della salute, integrando ricerca e azione; dando una visione della salute come stato di benessere bio-psico-sociale e come diritto umano fondamentale. Dobbiamo, dunque, seriamente parlare di salute globale. Walter Ricciardi, professore ordinario di Igiene e Medicina preventiva all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, consigliere del ministro della Salute Roberto Speranza per l’emergenza coronavirus e direttore dell’edizione 2020 del Festival della salute globale a Padova, ne è più che convinto: “Il Covid ci ha fatto capire che la salute di ogni singola persona che vive sul nostro pianeta è strettamente correlata a quella delle altre. Per la velocità con cui oggi ci muoviamo ciò che accade in una parte del mondo può riverberarsi, dopo pochi giorni, nell’emisfero opposto. Siamo tutti quanti nella stessa barca e dobbiamo lavorare insieme. Quanto questa consapevolezza si stia traducendo in decisione politiche è ancora troppo presto per dirlo”.

Eppure nel 2015 gli Stati membri delle Nazione Unite si sono impegnati a raggiungere entro il 2030, i 17 obiettivi interconnessi per ottenere un futuro migliore e più sostenibile per tutti, guidati dal motto “Non lasciare indietro nessuno”. Tra le sfide, c’è anche la copertura sanitaria universale, perché ogni individuo abbia accesso ai servizi sanitari di cui ha bisogno senza sofferenza economica: viene così chiesto ai Governi di investire per il rafforzamento dei sistemi sanitari, inteso sia come potenziamento del finanziamento che come miglioramento della governance, dell’organizzazione della forza lavoro sanitaria, dell’erogazione di servizi, dei sistemi di informazione sanitaria e della fornitura di medicinali e altri prodotti sanitari.

Investire sull’assistenza primaria

Il tema della copertura sanitaria universale trae la sua origine storico-culturale dalla conferenza di Alma Ata del 1978, che esortava a un’azione urgente ed efficace a livello nazionale e internazionale per sviluppare e implementare l’assistenza sanitaria primaria in ogni parte del mondo secondo uno spirito di cooperazione tecnica e in accordo con un nuovo ordine economico Internazionale. “La pandemia – prosegue Walter Ricciardi – ci ha fatto capire l’importanza di investire in prevenzione. Ci ha indicato la strada che dobbiamo intraprendere per le nostre scelte future. Investire di più sull’assistenza primaria, questo il nostro obiettivo. Prendiamo l’esempio della Lombardia, che è la regione che investe meno nella prevenzione: in questi mesi ha pagato un prezzo altissimo in vite umane, pur avendo gli ospedali migliori d’Italia. La spiegazione è semplice: gli ospedali hanno un impatto relativo sulla salute globale perché, di fatto, possono solo curare le persone malate, ma non evitare che si ammalino. Il sistema sanitario deve puntare a prevenire. Invece, nel mondo la stragrande maggioranza degli Stati ha puntato su sistemi sanitari incentrati sugli ospedali. Sono poche le eccezioni: in Europa i Paesi del Nord e nel mondo l’Australia, la Nuova Zelanda e il Canada”.

Una popolazione in buona salute giova a tutti i settori della società. Il benessere della popolazione contribuisce all’incremento della produttività, a rendere efficiente la forza lavoro, a un invecchiamento più sano e a una riduzione delle spese per malattie e indennità.

Scelte politiche lungimiranti

L’Istituto superiore di sanità, fotografando lo stato di salute del nostro Paese, ci dice che l’Italia è uno dei più longevi d’Europa, con una speranza di vita alla nascita di 83,1 anni nel 2017. Tuttavia, più della metà degli anni di vita successivi ai 65 anni di età sono vissuti, soprattutto dalle donne, con problemi di salute e disabilità. Tra le ultra 65enni una su 6 convive con limitazioni nelle attività di base della vita quotidiana, come il vestirsi e il nutrirsi, che possono richiedere un’assistenza a lungo termine, e circa 4 su 10 riferiscono sintomi depressivi.

“Investire in salute globale dà dei vantaggi – spiega ancora il consulente del ministero della Salute –, ma è necessaria una decisione coraggiosa dei politici di fare scelte lungimiranti. Purtroppo però non è molto frequente che ciò avvenga”. L’attuale sfida dell’immunizzazione di massa sta mostrando come i Paesi ricchi si stiano accaparrando il numero maggiore di vaccini penalizzando le Nazioni povere. “Speravano non accadesse – conclude Ricciardi –, ma lo avevamo previsto. Il Canada, per esempio, ha acquistato dosi per un numero sei volte maggiore rispetto alla sua popolazione. Ovviamente queste scelte rassicurano i cittadini, ma dal punto di vista della pandemia non aiutano a debellare il virus. In un mondo globalizzato una Nazione totalmente immunizzata non torna alla normalità, se anche gli altri Stati non hanno sconfitto il virus. L’auspicio è che tutti i Governi mantengano quanto annunciato ossia che una volta soddisfatti i bisogni nella propria popolazione metteranno a disposizione della parte più povera del mondo le dosi eccedenti”.

Intanto, l’Oms ha avviato il progetto Vaccine global access, meglio conosciuto come Covax, che ha l’obiettivo di assicurare che anche le Nazioni povere abbiano vaccini per proteggere gli operatori sanitari e almeno il 20 per cento della loro popolazione più vulnerabile. Al momento, oltre 170 Paesi hanno aderito al progetto condividendo i costi di ricerca e distribuzione delle profilassi.

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