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Sanità: impariamo la lezione

L'intervista: il premier Draghi ha parlato di un servizio sanitario più vicino al territorio. Una correzione di rotta rispetto agli ultimi anni, come spiega l'on. Rosy Bindi, già ministra della Sanità dal 1996 al 2000

Sanità: impariamo la lezione

“Papa Francesco lo ha detto diversi mesi fa. «Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla»”. E questo vale anche per la sanità, per il nostro sistema e per le logiche che reggono questo fondamentale servizio nel mondo, a partire dalla campagna vaccinale. Ne è convinta l’on. Rosy Bindi, ministra della Sanità dal 1996 al 2000, oltre che, successivamente ministra per le Politiche della famiglia e presidente della Commissione Antimafia, deputata fino al 2018. Conosce, dunque, molto bene il sistema sanitario italiano, ed è convinta che nella gestione della pandemia siano emerse in tale sistema diverse “fragilità strutturali”, come del resto ha fatto intendere il premier Mario Draghi parlando alle Camere sulla necessità di investire di più e meglio sulla Sanità. Certo, con una premessa: “L’entità della sfida che stiamo affrontando era imprevedibile per tutti. Se un film di fantascienza avesse provato ad anticiparla, non ci sarebbe riuscito così bene. L’emergenza, nonostante i limiti, ha mostrato il valore del sistema pubblico universalistico ed è stato ribadito il valore di quella scelta, fatta nel 1978 quando era ministra Tina Anselmi. Abbiamo visto che, quest’anno, i disastri più grandi sono avvenuti in sistemi misti o in quelli basati su assicurazioni.

Sono però emerse varie problematiche...

Credo che durante la cosiddetta prima ondata si sia agito sostanzialmente bene, mentre mi pare che nella seconda fase ci siano state più incertezze e fatiche. Rispetto alla seconda ondata, mi chiedo se c’era la possibilità di evitarla, almeno nei modi in cui si è manifestata. Avremmo potuto essere più attrezzati, ma non sto facendo accuse, i primi responsabili in fondo siamo tutti noi, che avevamo invocato un’estate diversa. Poi, certamente, c’è tutto il capitolo delle fragilità strutturali.

Quali?

Ne indico quattro. In primo luogo, è emerso il sotto-finanziamento degli ultimi anni. Ci sono stati troppi tagli e un sistema universalistico regge solo se i livelli essenziali di assistenza sono finanziati, senza tagli nascosti; spero proprio che la lezione venga appresa. In secondo luogo, c’è una carenza strutturale di personale, che non si colma in poco tempo. Per formare un medico ci vogliono dieci anni. Bisognerebbe fin da subito togliere i blocchi ancora esistenti. Si possono attrezzare le terapie intensive, ma se mancano gli anestesisti si ferma tutto. Qui c’è stata una distrazione della politica, con delle responsabilità. Me li ricordo bene tutti gli emendamenti che mi sono vista respingere in Parlamento quando chiedevo borse di studio per nuovi medici! In terzo luogo, il rapporto tra la regionalizzazione, che è un valore, e l’esigenza di un maggior coordinamento nazionale. In quarto luogo, il rapporto con il territorio. Un sistema universalistico richiede integrazione tra territorio e ospedale e tra servizi sociali e sanitari.

Andiamo con ordine: una maggiore autonomia regionale non è positiva?

Certo, la specificità regionale è un valore, ricordo ancora la riforma del Titolo V, ma dico anche che un sistema sanitario nazionale richiede una regia migliore, 21 sistemi sanitari non fanno un sistema sanitario nazionale. Mi sembra chiaro che non tutti hanno retto allo stesso modo. So di parlare a lettori veneti, molto sensibili sul tema, ma mi chiedo se su questo settore non sia il caso di abbandonare i sogni di autonomia differenziata. Tenga presente, in ogni caso, che in tutti i sistemi federali c’è un’armonizzazione tra livello centrale e periferico molto forte, proprio per evitare diseguaglianze. Mi riferisco, in particolar modo, al Canada.

A proposito di diversità regionali, in questi mesi sono finite sul banco degli imputati realtà agli antipodi, come la Calabria - ed era prevedibile - e la Lombardia. Cosa ne pensa?

In Calabria non basta mandare un commissario per aggiustare i conti, bisogna mandare qualcuno che riorganizzi la sanità regionale da zero, c’è poco da fare. In Lombardia le riforme Formigoni e Maroni hanno dato vita a una competizione tra sistema pubblico e privato, con una suddivisione che è ormai al 50%. Un sistema universalistico non può fondarsi sulla competizione, semmai sull’integrazione. Tra l’altro, esso stava in piedi solo grazie a pazienti che venivano a curarsi da altre regioni. La conseguenza di queste riforme è stata la centralità dell’ospedalizzazione, è stato dimenticato il territorio. Poi è arrivata l’emergenza Covid, concentrata all’inizio soprattutto in Lombardia per motivi che prima o poi verranno spiegati, e il sistema non ha retto, perché era organizzato solo sugli ospedali. E pensare che qualcuno riteneva che tale sistema fosse esportabile...

Velata allusione al Veneto, che invece è sempre stato portato d’esempio per la virtuosa integrazione territoriale e tra sociale e sanitario. E’ ancora così?

In parte sì, ora meno di prima. Per esempio, con Ulss più grandi questa virtuosa integrazione tra servizi sociali e sanitari si è un po’ incrinata, è stato mortificato il ruolo dei sindaci. Ricordo che a fine anni Novanta si citava del Veneto proprio questo aspetto: i distretti, i direttori del Sociale equiparati a quelli sanitari, il ruolo della medicina generale. Ampliando il discorso, l’istituzionalizzazione delle fragilità non sempre garantisce le persone. Abbiamo constatato in questi mesi che lo stesso modello delle rsa è da ri-discutere.

Veniamo ai vaccini, una sfida enorme. Come la stiamo affrontando a suo avviso?

E’ un tema che riguarda i diritti delle persone e al tempo stesso i rapporti globali. Nella Costituzione quello alla salute è un diritto fondamentale dell’individuo nell’intera comunità. La mia salute dipende da quella degli altri, la mancanza di salute mia mette a rischio gli altri. Ora questo diritto si proietta su scala globale. Ricordo che sul vaccino il Papa ha anticipato tutti, ha chiesto per tempo che il vaccino fosse messo a disposizione di ogni popolazione, anche dei più poveri. E aveva già intuito che serve a poco vaccinare tutto Israele se non si vaccinano anche l’Africa o il Brasile. La questione della varianti ce lo dimostra chiaramente.

Concretamente, cosa pensa dei ritardi italiani?

Oggi c’è semplicemente un problema di approvvigionamento, non tanto di organizzazione. Ma questa attuale carenza chiama in causa l’Europa, che di fatto è debole di fronte allo stra-potere delle case farmaceutiche. Si tratta di un’altra conferma della debolezza della politica di fronte alle grandi potenze economiche. Mi faccia dire una cosa, fa ridere vedere i governatori delle Regioni che cercano intermediari. Questa è una questione enorme, da G20. Emergono diseguaglianze enormi, c’è da ridiscutere tutto il sistema, a partire dai brevetti, che non possono diventare una barriera. Poi, come dicevo, resta il fatto che oggi non solo l’Italia, ma la stessa Europa non è in grado di avere un settore all’avanguardia in questo campo. Oggi, nel nostro Paese, non siamo in grado di produrre direttamente vaccini, al momento siamo solo in grado di metterli nelle fiale, e solo in quattro siti. E qui emerge un altro peccato capitale, quello di aver sottovalutato l’importanza della ricerca, che non può continuare a essere la “Cenerentola”.

Intanto si è insediato il Governo Draghi, che sulla sanità e sulla necessità di servizi territoriali ha insistito, durante il dibattito sulla fiducia. E’ ottimista?

Le parole di Draghi sulla sanità sono state importanti. Sul Governo, mi pare che le parole del presidente Mattarella abbiano fatto comprendere bene l’eccezionalità del momento. Non ci possiamo permettere altro che scommettere sul senso di responsabilità di tutti. Se si inizia con i piccoli calcoli di convenienza elettorale allora è finita, non avremo altre possibilità. Se invece ci sarà senso di responsabilità ne potremo uscire bene. Non dimentichiamoci che Draghi è un punto di riferimento in Italia, ma soprattutto in Europa.

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