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Sanità: la riforma che vorrei

Carlo Gambaro, medico di famiglia, commenta le parole di Mario Draghi: "Nell'ultimo decennio abbiamo assistito al taglio graduale dei posti letto in ospedale senza che venisse colmato questo vuoto con un potenziamento della rete assistenziale territoriale. Da un lato bisognerebbe potenziare le attività esistenti; dall'altro bisognerebbe investire nella medicina generale che, salvo qualche eccezione, è ferma a 20 anni fa"

Sanità: la riforma che vorrei

Nel suo discorso di presentazione del programma di Governo in Senato, il presidente Draghi ha auspicato un “confronto a tutto campo sulla riforma della sanità” italiana. Più territorio per creare una forte rete di servizi più vicini ai cittadini e per rendere esigibili i Lea (Livelli essenziali di assistenza). Abbiamo chiesto a un giovane medico di Medicina generale come ha accolto questa novità. Carlo Gambaro, 41 anni, ha lo studio a Noale, insieme ad altri tre colleghi.

Dal suo osservatorio di medico di famiglia, è favorevole e con quali priorità?

Sono molto favorevole e mi ha stupito positivamente quanto affermato dal presidente Draghi. Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a un taglio graduale dei posti letto in ospedale senza che venisse colmato questo vuoto con un potenziamento della rete assistenziale territoriale. Da un lato bisognerebbe potenziare le attività esistenti, con l’assunzione di più personale - penso agli infermieri dell’assistenza domiciliare del distretto, agli oss, al nucleo cure palliative, che stanno facendo un ottimo lavoro, ma sono notevolmente sottodimensionati; dall’altro bisognerebbe riformare e investire nella medicina generale che, salvo qualche eccezione, è rimasta ferma a 20 anni fa.

Draghi ha parlato della “casa come principale luogo di cura”. E’ un obiettivo praticabile a suo avviso?

Non solo praticabile, ma auspicabile. Quando mi laureai, feci una tesi proprio sui pazienti terminali e uno dei dati più interessanti, che emersero dalle interviste ai familiari, era che il 90% dei malati aveva come desiderio principale quello di morire a casa. Purtroppo, però, questo desiderio veniva disatteso nella maggioranza dei casi. Noi dobbiamo creare le condizioni affinché la casa possa diventare un luogo di cura in cui ciascuna persona, soprattutto nelle fasi terminali della vita, possa essere accompagnata in modo dignitoso, con le cure e l’assistenza adeguata e con il conforto amorevole dei propri cari. Morire in ospedale, peggio ancora nell’astanteria di un pronto soccorso, è un fallimento per tutti.

Quali scelte concrete si possono mettere in campo?

Potenziando la rete di cure domiciliari si potrebbero davvero curare a casa molte più persone. Per fare questo, però, servono strumenti adeguati, serve investire sulla telemedicina e sul personale addetto all’assistenza domiciliare. Quante volte vorrei curare a casa dei pazienti, ma non posso farlo, perché avrei bisogno di risposte immediate, di poter eseguire degli esami del sangue con urgenza, di poter richiedere l’intervento di un infermiere con urgenza… e invece tutto questo, in tempi brevi a domicilio, non è al momento possibile. E quindi sono costretto a inviare in pronto soccorso le persone. Si potrebbero dotare i medici di medicina generale di elettrocardiogrammi portatili con cui fare un tracciato a casa del paziente e, in caso di dubbio, trasmetterlo a un cardiologo per una refertazione estemporanea; di ecografi portatili con cui fare delle ecografie a casa del paziente per escludere le cose più grossolane, tipo calcoli, aneurismi aortici o polmoniti. Noi questo lo stiamo già facendo nel mio gruppo, ma è su base volontaria, un’iniziativa nostra, mentre dovrebbe diventare un modus operandi su cui si investe, come Paese.

Tutti i medici di famiglia sarebbero preparati e disponibili a fare questo?

Oltre che negli strumenti bisognerebbe investire anche in formazione, i medici vanno preparati. Il ministro Speranza voleva dotare gli studi di medicina generale di spirometri, elettrocardiografi ed ecografi. Ben venga! A questo però dovrebbe corrispondere una de-burocratizzazione del nostro lavoro. Attualmente io impiego l’80% del mio tempo lavorativo a scrivere ricette, compilare moduli, certificati, rinnovare piani terapeutici ecc. e solo il 20% a fare attività clinica. Dovrebbe essere il contrario. Bisognerebbe affidare la gestione burocratica ad altre figure paramediche o di segreteria e far tornare il medico a fare il medico. Anche perché, pagare un medico per fare il segretario è un notevole spreco di risorse economiche per la collettività. Per quanto riguarda la medicina generale, sarebbe bello organizzarsi in microteam di 4/5 medici con segretarie, infermiere e anche lo psicologo. Con un lavoro di rete di questo tipo, sono sicuro che si abbatterebbero gli accessi impropri in pronto soccorso e la spesa sanitaria per esami e visite inutili di un 50%, come già avviene nel Regno Unito. Un altro piccolo esempio: noi nel nostro studio ci siamo comprati una macchina che, tramite un semplice prelievo di sangue capillare, consente di indagare il valore della PCR (la proteina C-reattiva) e, grazie a questo parametro, siamo in grado di capire se un paziente ha in atto un’infezione batterica, virale o altro, e in questo modo possiamo razionalizzare l’utilizzo degli antibiotici, come già avviene in Svezia. Anche questo potrebbe essere un investimento per ridurre il fenomeno dell’antibiotico resistenza da un lato e la spesa farmaceutica dall’altro.

Perché ha scelto di esercitare la Medicina generale?

Perché mi è sempre interessato prendermi cura della persona in toto, nella sua globalità, essere il medico della persona, non solo di un organo o apparato, anche perché, dopo un po’, mi sarei annoiato. Insomma, mi è sempre piaciuto conoscere un po’ di tutto e non tutto di un po’! Poi, quando ho iniziato a fare il medico di medicina generale, mi sono reso conto che si diventa anche medico della famiglia, quindi, non solo ci si prende cura della persona, ma dell’intera famiglia che si accompagna nei momenti cruciali della vita (nascita, malattia, morte) e questo è un aspetto che mi piace ancor di più.

Come ha vissuto quest’anno di pandemia a livello professionale e personale?

E’ stato molto faticoso, siamo arrivati a dicembre e gennaio scorsi a passare intere giornate al telefono con persone ammalate, febbrili, contatti di casi, a fare e richiedere tamponi, attività di tracciamento, visite e a proseguire comunque l’attività ambulatoriale ordinaria. Si arrivava a sera distrutti fisicamente e psicologicamente e con la paura di essersi contagiati e di portare a casa il virus ai propri familiari. Sono più di 300 i medici morti finora per coronavirus e di questi, quasi la metà erano medici di famiglia. Io ho avuto due colleghi del mio gruppo ammalati. Non è stato un periodo semplice e non è ancora finito.

Probabilmente come medici di famiglia sarete chiamati a partecipare alla vaccinazione dei vostri pazienti. E’ favorevole?

Sì, certo. In un momento così drammatico per il Paese, nonostante l’enorme carico di lavoro che già dobbiamo sostenere, non possiamo tirarci indietro e daremo il nostro contributo.

Che cosa ha “imparato” da questa emergenza?

Ho imparato a non dare nulla per scontato, sia nella salute che nelle relazioni interpersonali. Papa Francesco ha detto che ci sentivamo sani in un mondo malato. Credo che questa emergenza abbia fatto vacillare tutte le nostre certezze, sicurezze, e ci abbia fatto capire che non ci salviamo da soli. Da questa vicenda si esce solo se tutti facciamo la nostra parte.

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