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Scuola aperta e inclusiva

Il ritorno in classe alle superiori e l'impatto dell'isolamento. Un volume collettivo, edito da Erickson, fa il punto su "Bambini, adolescenti e Covid-19" mostrando i dati e le riflessioni sulle conseguenze della pandemia. Tra le priorità, la maturità degli studenti con disabilità: "Ridurre ansia e lamentosità e garantire l'inclusione"

Scuola aperta e inclusiva

Si prova a ripartire, in molti istituti superiori d’Italia, dopo mesi di scuola da casa.

Ritorno in classe “a colori”. Lunedì 18, infatti, è stato il primo giorno di nuovo in classe per tanti ragazzi e ragazze in Lazio, Molise, Piemonte (al 50%), Emilia-Romagna. Rimangono ancora chiuse, invece, fino al 31 gennaio, le scuole superiori in Veneto, Friuli Venezia Giulia, Marche, Calabria, Basilicata e Sardegna, in seguito alle ordinanze regionali, contro le quali alcuni genitori hanno fatto ricorso. Nelle regioni rosse - che in questo momento sono Lombardia, Sicilia e provincia autonoma di Bolzano -, invece, sia chi frequenta le scuole superiori che chi è iscritto alla seconda e terza media dovrà continuare con la didattica a distanza. Slitta, invece, al 25 gennaio il rientro in presenza degli studenti delle superiori in Umbria, in Campania, in Liguria e in Puglia, sempre sulla base di ordinanze regionali. I primi a tornare tra i banchi erano stati gli studenti delle superiori della provincia di Trento e della Valle d’Aosta, rientrati al 50% giovedì 7, subito dopo le vacanze di Natale. Abruzzo e Toscana, invece, hanno riaperto lunedì 11 in presenza al 50%.

L’allarme degli esperti. Non sono pochi gli esperti che in questi mesi hanno lanciato l’allarme per questo isolamento forzato dei più giovani, che non possono incontrarsi tra coetanei, e non solo a scuola. A meno che non si sia dei piccoli atleti, infatti, anche lo sport è vietato e molte limitazioni si vivono anche negli incontri e nelle attività di gruppi e associazioni.

Le conseguenze sono oggetto di studi nazionali e internazionali e sono una sorta di “impatto non sanitario della pandemia”, che si fa sentire soprattutto sulle giovani generazioni. Tra gli studiosi c’è Stefano Vicari, primario di Neuropsichiatria infantile presso l’ospedale pediatrico Bambino Gesù, che già tempo fa metteva in guardia contro i rischi di un prolungato isolamento dei giovani e che è curatore, insieme a Silvia De Vara, del volume, appena pubblicato dalle edizioni Erickson, “Bambini, adolescenti e Covid-19. L’impatto della pandemia dal punto di vista emotivo, psicologico e scolastico”.

Come scrive proprio Vicari nell’introduzione, “sottovalutare l’impatto del Covid-19 anche tra i più giovani rischia di trasformare una emergenza sanitaria come quella che stiamo vivendo non solo in una crisi economica, ma anche in una crisi dei diritti dei bambini e dei ragazzi. Inoltre, sebbene sia ancora prematuro tracciare un quadro preciso delle reali conseguenze della pandemia sul benessere mentale dei più piccoli, cominciano ad essere disponibili dati poco rassicuranti. Obiettivo di questo volume è quello di raccogliere le riflessioni di importanti esperti del nostro Paese in tema di infanzia e adolescenza, per tentare una prima valutazione dell’impatto della pandemia su aspetti emotivi, psicologici e scolastici dei minori”. Proprio Vicari pochi giorni fa aveva denunciato un forte aumento di accessi al pronto soccorso per tentativi di suicidio e di autolesionismo tra gli adolescenti.

Tra gli esperti chiamati a raccolta, c’è Dario Ianes, docente ordinario di Pedagogia e Didattica Speciale all’Università di Bolzano e fondatore del Centro studi Erickson di Trento. Durante e dopo il lockdown, Ianes ha osservato con attenzione la condizione dei più giovani, soprattutto quelli con disabilità. Nel giorno in cui la maggior parte degli studenti delle scuole superiori rientrano in classe, la sua preoccupazione è soprattutto per quelli dell’ultimo anno e per gli alunni con disabilità.

“Togliere ansia” all’esame di maturità. “La scuola superiore è stata la più martoriata, mentre i primi livelli, tranne in alcune regioni, non hanno avuto un’interruzione grave, in questa seconda fase. Se vogliamo soffermarci solo sull’aspetto didattico, in questo momento credo che sia da affrontare urgentemente il tema della maturità. Tutti gli autori, nel libro, evidenziano un aumento di incertezza e ansia tra i giovani e i giovanissimi. Sappiamo bene quanto l’ultimo anno del liceo sia di per sé l’anno dell’ansia, per una prova che è di passaggio, anche dal punto di vista psicoevolutivo. Come se non bastasse, questo è anche per molti il periodo degli esami di ammissione alle università, che anticipano sempre più le prove d’ingresso, molte già a febbraio. Questa sovrapposizione crea un surplus di incertezza e ansia, che in questa fascia, ora particolarmente fragile, dobbiamo assolutamente ridurre”.

La “lamentosità”. C’è poi una questione, che Ianes evidenzia, citando Recalcati: la “lamentosità”. Questa ha a che fare con “la frustrazione di questi «tira e molla» – spiega Ianes – del non poter andare a scuola, delle regole durante le feste: i ragazzi più grandi hanno sentito molto profondamente queste limitazioni e sviluppano una «lamentosità», appunto, che è legata al fatto di non aver sviluppato una capacità di resistere alle difficoltà. Come osserva Recalcati, abbiamo cresciuto i nostri ragazzi senza fare attenzione alla loro capacità di sopportare le avversità, perché abbiamo sottratto loro molte difficoltà. Per questo, oggi sono impreparati a limitazioni importanti come la quarantena, più difficile da comprendere e da accettare rispetto al lockdown totale: se quello ha rappresentato un’impresa corale, collettiva, le quarantene sono sottotraccia, dividono dal gruppo, spesso anche all’interno della stessa famiglia, creano separazione, frammentano. Questo contribuisce a sviluppare quell’ansia e quei disturbi che sono in aumento tra i giovani”.

La “strana storia” degli studenti con disabilità. Per quanto riguarda invece gli studenti con disabilità, con disturbi dell’apprendimento, con bisogni educativi speciali, questi hanno vissuto diverse stagioni: Ianes ricorda l’iniziale “senso di smarrimento: da marzo a giugno ci dicevamo: «Li stiamo perdendo». E’ quello che in tanti abbiamo denunciato, durante la prima fase. E proprio per questo, la seconda fase si è aperta con un sussulto di consapevolezza: «Non possiamo lasciarli in Dad», abbiamo gridato. Così a scuola sono entrati solo loro, scatenando però giustamente un putiferio, di fronte a soluzioni emarginanti, tutt’altro che inclusive. Si sono quindi fatte strada diverse ipotesi, come i piccoli gruppi eterogenei, ma cosa sia accaduto realmente, non lo sappiamo: non ci sono dati, non ci sono monitoraggi. Abbiamo solo storie sparse, singole esperienze, ma manca un quadro generale su quale sia stata la sorte degli studenti disabili delle scuole superiori durante questi mesi di didattica a distanza”.

Il punto adesso è: se l’impatto c’è stato e il danno anche, cosa si può fare per recuperare, ora che – si spera – la scuola riapre? Anche in questo caso, Ianes guarda con attenzione particolare agli studenti con disabilità, che per mesi hanno visto scomparire i compagni dietro uno schermo e oggi li vedono rientrare dalla porta. “Facciamo in modo che in classe ci sia sempre un gruppo ridotto di studenti, che garantisca inclusione e stabilità a tutti. Perché tutti ne hanno bisogno”.

Fonte: Redattore Sociale
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