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Sedicenni: li facciamo votare?

Votare a sedici anni, invece che agli attuali 18 (25 è, invece la soglia per eleggere i senatori). La proposta, che gira da tempo come ipotesi, è stata rilanciata con forza, qualche settimana fa, dall’ex presidente del Consiglio Enrico Letta. Il dibattito è ora sul tavolo. Appassiona e divide, anche gli stessi adolescenti. Abbiamo, perciò, voluto sentire due voci competenti, una a favore della proposta, il demografo Alessandro Rosina, e una contraria, il medico e psicoterapeuta Alberto Pellai.

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Sedicenni: li facciamo votare?

Votare a sedici anni, invece che agli attuali 18 (25 è, invece la soglia per eleggere i senatori). La proposta, che gira da tempo come ipotesi, è stata rilanciata con forza, qualche settimana fa, dall’ex presidente del Consiglio Enrico Letta. E, stando alle reazioni raccolte, potrebbe finire nel “pacchetto” di riforme costituzionali che la nuova maggioranza giallorossa cercherà di far approvare, in aggiunta a quella della diminuzione del numero dei parlamentari.

L’ipotesi era già stata ventilata dalla Lega nel 2016. E la proposta di Enrico Letta è stata valutata con favore dai principali “azionisti” della maggioranza: il premier Giuseppe Conte, il leader del M5S Luigi Di Maio, il segretario del Pd Nicola Zingaretti. Gli interessati sono circa un milione e 100mila, cioè circa il 2% del corpo elettorale.

In ogni caso, al di là della reale fattibilità in tempi brevi (in quese settimana la maggioranza pare già traballare), il dibattito è ora sul tavolo. Appassiona e divide, anche gli stessi adolescenti. Abbiamo, perciò, voluto sentire due voci competenti, una a favore della proposta, il demografo dell’Università cattolica del Sacro Cuore Alessandro Rosina, e una contraria, il medico e psicoterapeuta Alberto Pellai, dell’Università degli Studi di Milano.

Perché sì, Rosina: "Sarebbe un atto di coraggio, che inverte la tendenza"

“Io la proposta la vedo positivamente. E i motivi sono vari”. Il demografo dell’Università Cattolica Alessandro Rosina, da tempo curatore del Rapporto giovani dell’istituto Toniolo, li inizia a elencare: “Storicamente le democrazie sono nate quando il peso demografico era dalla parte dei giovani, naturalmente più propensi all’innovazione. Ora tutto è cambiato e non siamo il Paese con meno under 30 al mondo. Dal 2000 gli ultra 65enni sono aumentati di 3 milioni, da qui al 2050 aumenteranno di altri 6 milioni. Se non facciamo nulla, vuol dire che il peso elettorale degli anziani aumenterà di molto e che questo ci va bene. Naturalmente, far votare i sedicenni non invertirebbe la tendenza ma almeno la bilancerebbe un poco”.

Ma ci sono, per il docente, anche altri motivi: “Se riteniamo che una persona di 16 anni possa lavorare e pagare le tasse, perché non dovrebbe poter decidere come vengono spesi quei soldi? Non vogliamo farli votare alle Politiche? Iniziamo, almeno, dalle elezioni Amministrative”. E ancora: “L’influsso sulle nuove generazioni non sarebbe solo qualitativo, ma anche quantitativo, perché aiuteremmo l’educazione alla cittadinanza. Se non facciamo nulla, non avremo solo sedicenni immaturi, ma anche diciottenni immaturi, e così via. Invece, in tal modo aiutiamo appunto la maturazione dei giovani”. Da ultimo: “C’è in ogni caso bisogno che i politici siano più attenti alle nuove generazioni e l’allargamento della base elettorale favorirà questo processo”.

Per il prof. Rosina, a queste motivazioni di principio si aggiunge anche una constatazione: “L’emergere della cosiddetta «generazione Greta», delle manifestazioni per il clima, aiuta questo processo. Ci accorgiamo che i giovani sanno guardare al futuro con attenzione”.

Il docente riserva una stoccata alle obiezioni degli scettici: “Si dicevano queste cose anche per il voto delle donne: che avrebbero votato sull’onda dell’emotività, che si sarebbero fatte influenzare dal marito... e così via. Invece la scommessa è proprio quella di aiutarli alla responsabilità delle scelte, da parte del Paese sarebbe un gesto di coraggio”.

Perché no, Pellai: "Non ancora raggiunta maturitàm alto il rischio di manipolazione"

“Sono contrario, sia per un motivo di carattere scientifico, legato alla psicologia dello sviluppo, sia per un motivo di carattere sociale”. Lo psicoterapeuta Alberto Pellai, grande esperto di età evolutiva, ha già manifestato nelle scorse settimane il suo parere sul voto ai sedicenni. E a noi conferma: “Faccio in primo luogo riferimento alle tappe dell sviluppo neurobiologico. Il sedicenne non ha ancora raggiunto una maturità cognitiva, un pensiero stabile, al quale si arriva tra i 18 e i 20 anni. Siamo ancora nel pieno dell’età evolutiva, non c’è una visione complessa  e integrata delle cose. E il voto comporta, invece, anche questo approccio”.

Pellai fa riferimento anche a una motivazione di carattere sociale: “I nostri sono figli cresciuti lontani anni luce dalla politica, anzi è in assoluto la generazione più distaccata, quella che più di tutti ha vissuto il riflusso del post Sessantotto. Il rischio è quello di avere un voto impulsivo, passionale, difficile attribuire una valenza civile alla propria scelta ed esercitare un voto consapevole”.

In conclusione, secondo lo psicoterapeuta, quello dei più giovani sarebbe “un voto manipolabile, diventerebbe un target a livello di strategie, il consenso cadrebbe sul candidato più simpatico o più «bulletto»”. Non è quello che spesso avviene anche per gli adulti?, gli obiettiamo. “Certamente, tutto questo c’è già nella politica italiana - la risposta -. Ma questa tendenza peggiorerebbe. Temo che alla fine questa apertura diventerebbe un boomerang”.

Pellai è invece d’accordo con chi si dice a favore del voto ai sedicenni quando si tratta di insistere sull’educazione alla cittadinanza, a partire dalle scuole: “Intanto bisognerebbe cambiare i programmi di Storia, iniziare a studiare quella contemporanea, cosa che non accade mai. Poi c’è tutto l’aspetto dell’educazione alla cittadinanza. Infine, servirebbe un vero «allenamento» alla partecipazione, cominciando dalle scuole. Penso all’esperienza dei Consigli comunali dei ragazzi. Finora, però, la mia impressione, a partire dall’esperienza di genitore, è che si sia spesso trattato di esperienze superficiali, che non portano a una partecipazione politica o all’impegno attivo”.

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