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Servono interventi urgenti per la famiglia

Domenica 15 maggio è la Giornata internazionale della famiglia. Per l'occasione proponiamo l'intervista sul tema al presidente dell'Istat Gian Carlo Blangiardo

Parole chiave: famiglia (294), giornata internazionale (6), istat (36), gian carlo blangiardo (2), nascite (13)
Servono interventi urgenti per la famiglia

Proclamata nel 1994 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, la “Giornata internazionale della famiglia” si celebra ogni anno il 15 maggio. Definita come “il fondamentale gruppo sociale e l’ambiente naturale per lo sviluppo e il benessere di tutti i suoi membri, in particolare i bambini”, la famiglia è il luogo della cura e del sostegno reciproco. Tale ricorrenza è perciò occasione per fare una fotografia degli andamenti demografici nel nostro Paese, alla luce degli ultimi dati pubblicati.

L’Italia da troppo tempo è uno dei Paesi che meno sostengono la scelta di avere figli. Per far ripartire la natalità, partendo dai livelli più bassi in Europa, è necessario passare dall’essere stati, nel decennio scorso, i peggiori, a porsi, ora, l’obiettivo di invertire la rotta con politiche attive, per ritornare ai valori del 2019 (pre-Covid) entro il 2025.
A delineare i contorni demografici del nostro Paese abbiamo chiesto il contributo del prof. Gian Carlo Blangiardo, presidente dell’Istat.

Professore, i dati Istat su natalità e fecondità della popolazione residente nel 2021 sono quelli che ci si aspettava?
Sono quelli che riflettono fattori ben noti. Mettono insieme la tendenziale decrescita in atto da oltre un decennio e il calo addizionale indotto dalla paura e dalle preoccupazioni derivanti dalla comparsa della pandemia. Non dimentichiamoci che già prima che arrivasse Covid-19 eravamo in presenza di un continuo calo di nascite. Si tratta di una dinamica, avviata a partire dal 2008, che ha raggiunto già nel 2013 valori da record: mai così in basso nella storia del nostro Paese. Peraltro, quel record al ribasso è stato poi costantemente “migliorato” in ognuno degli anni successivi al 2013, sino ad arrivare ai 405 mila nati del 2020. Va però segnalato come l’effetto Covid sulla natalità del 2020 sia stato del tutto parziale, in quanto è solo a fine anno che si sono osservati gli effetti del calo dei concepimenti durante la prima ondata della pandemia. Stanti i segnali positivi che provengono dalla ripresa della nuzialità nel 2021, considerato che tutt’oggi nel Paese almeno i due terzi delle nascite hanno origine all’interno del nucleo coniugale, si potrebbe sottintendere un parziale recupero di nascite nel corso del 2022.

Tra i dati emersi quali sono quelli che la preoccupano di più?
La preoccupazione non è tanto sul singolo dato, quanto sulla persistente tendenza alla denatalità. Sul fatto che non si hanno segni di interruzione - men che meno di inversione della tendenza - e che, al tempo stesso, ci si avvia a una stagione in cui i cambiamenti strutturali della popolazione femminile in età feconda - sempre meno numerosa e sempre più “matura” - renderanno la ripresa ancora più difficile da avviare.

Come invertire la tendenza di decrescita della popolazione italiana?
Se parliamo genericamente di popolazione, ossia di numero di residenti, le leve su cui agire per accrescere il numero di abitanti, o anche solo per arrestarne la decrescita, sono sostanzialmente due: rilanciare la natalità e intervenire su fronte delle migrazioni. Quest’ultima azione significa non solo introdurre un sistema di flussi di ingresso nel nostro Paese che siano governati e funzionali, ma anche contenere le uscite, le emigrazioni, che rappresentano un fenomeno ormai rilevante sia per la quantità dei movimenti in uscita, sia per la qualità degli stessi. Spesso si tratta di giovani con un alto livello di formazione che espatriano per mancanza di adeguate opportunità di valorizzazione in patria.

Cosa serve per far ripartire la natalità?
Quanto al discorso sul rilancio delle nascite, occorre mettere in conto che l’obiettivo è impegnativo e va articolato su più fronti. Bisogna intervenire sul piano economico, con iniziative che valgano a compensare i costi dei figli (l’assegno universale è già un buon inizio), ma anche con misure che consentano di accettare, senza traumi, le inevitabili trasformazioni dell’organizzazione degli impegni esterni e della vita familiare che un figlio porta con sé. E’ dunque fondamentale la disponibilità di adeguate strutture per la cura dell’infanzia, che siano armonizzate rispetto ai tempi del lavoro.

E poi…
Serve altresì un sistema normativo che sappia introdurre forme di flessibilità e di lavoro a distanza, mirate a seguire le esigenze che insorgono durante le prime fasi di vita del bambino. Sono anche opportuni adeguati riconoscimenti - ad esempio nel conteggio dei contributi pensionistici - che siano diretti a gratificare chi è genitore, in quanto impegnato a portare avanti un investimento nella produzione di quel capitale umano che è essenziale per garantire il futuro del Paese.

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