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Solo il lavoro genera valore

Da venerdì 31 marzo Franco Lorenzon ha lasciato la segreteria generale della Cisl Belluno Treviso a Cinzia Bonan. Per lui una vita all'interno del sindacato, prima alla Filca, e poi per 9 anni nella carica di segretario generale con molto risultati ottenuti e qualche rammarico.

Solo il lavoro genera valore

E’anche lui una “vittima" della Riforma Fornero. Per la pensione dovrà attendere il prossimo luglio. Intanto da venerdì scorso Franco Lorenzon non è più il segretario generale della Cisl di Belluno Treviso. Il congresso ha eletto Cinzia Bonan. Il momento più tranquillo per chiedergli di raccontare questi nove anni alla guida della Cisl. Lorenzon, 64 anni, è stato eletto segretario generale della Cisl di Treviso il 15 gennaio 2008 e ha guidato l’organizzazione durante l’unificazione con il territorio di Belluno sancita nel marzo del 2013, quando è stato eletto Segretario generale della nuova Unione sindacale territoriale di Belluno e Treviso. Ha lavorato come operaio dal 1974 al 1977 presso il mobilificio Battistella di Pieve di Soligo, dove si è avvicinato al mondo sindacale diventando delegato. Nel 1977 viene chiamato alla Filca Cisl, la federazione del legno, dell’edilizia e delle costruzioni, di Treviso e svolge la propria attività nel Quartier del Piave. Nel gennaio del 1981 diventa segretario generale della Filca Cisl di Treviso; nel 1986 entra in segretaria regionale della Filca, di cui viene eletto Segretario generale nel 1992. Nel 2002 diventa componente della segreteria confederale della Cisl del Veneto, fino all’elezione a Segretario generale della Cisl di Treviso. “Ma come ho sempre detto, il lavoro al sindacato non è filosofico ma sempre molto pratico, con me ci sono state centinaia di persone che aprono una sede, fanno assemblee, rispondono al telefono, compilano una pratica, parlano con le persone. E’ vero, ci sono gli ideali, ma poi ci sono le cose concrete che sono quelle di aiutare le persone che lavorano ad avere risposte, a risolvere i problemi”.
Com’è cambiato il mondo del lavoro e del sindacato in questi anni?
Non c’è un momento per cui ti accorgi che ieri era in un modo e improvvisamente è tutto diverso, i cambiamenti avvengono quotidianamente. L’importante per il sindacato è rimanere radicato nel territorio, a contatto con i lavoratori, essendo rimasto una delle poche realtà che non vive di immagine o di internet. Ho detto anche nella relazione al congresso che il 2005 è molto più simile al 1950 di quanto il 2017 non sia simile al 2005. I cambiamenti sono stati profondissimi nel mondo del lavoro. Le faccio un esempio: i nostri iscritti sono stabili, anzi con una certa crescita, ma è cambiata completamente la struttura di questi iscritti. Se prima avevamo una preponderanza di iscritti della funzione pubblica e dei metalmeccanici, oggi emergono iscritti appartenenti a settori più flessibili, o per meglio dire precari. Prima di me alla segreteria c’era Maurizio Cecchetto che proveniva dalla funzione pubblica, che con i metalmeccanici, conta 5.000 iscritti, io provengo dalla Filca, legno edilizia, 8.000, Cinzia Bonan dalla Fisascat, commercio, turismo, servizi con 12.000 iscritti, di gran lunga la più grossa categoria.
Vuol dire che cambia anche il modo di fare sindacato?
Se prima potevo riunire 1.000 persone all’Electrolux facendo un’assemblea, oggi per mettere insieme 1.000 persone tra badante, commesso col turno di notte o domenicale, dipendente della cooperativa sociale, impiegata dello studio notarile… ho davanti un lavoro molto meno ideologico o ideale, ma più concreto e legato a problemi strutturali che hanno interessato il lavoro. Siamo passati dall’ossessione verso il lavoro, che abbiamo anche esportato in Romania che è diventata l’ottava provincia del Veneto, a togliersi la vita perché il lavoro non c’è più. Ricordiamoci che il lavoro non conta per il solo aspetto economico, avere un reddito, ma anche per la dignità personale, per l’autostima. Siamo di fronte a un doppio meccanismo infernale. Da una parte chi non può andare in pensione a 70 anni, dall’altra chi non riesce ad entrare nel mondo del lavoro. In mezzo quelli che lo perdono, e non riescono a ricollocarsi. Per riprendere il titolo della mia relazione al congresso, dobbiamo tornare a generare valore, fino adesso abbiamo consumato valore, la speculazione consuma valore, lo sfruttamento del territorio consuma valore... Il lavoro, invece, produce valore e lo redistribuisce.
Ma sarà possibile creare nuovi posti di lavoro? Molti sono scettici su questo punto.
Al congresso ho chiesto se finalmente riusciremo a vivere senza lavorare. E soprattutto chi saremo senza il lavoro? La tecnologia distrugge posti di lavoro, ma anche ne crea seppur con una gradualità maggiore. Nuove tecnologie ci sono sempre state, solo che prima i servizi e la pubblica amministrazione assorbivamo lavoratori. Se vanno distrutti lavori e professionalità, al loro posto ci vuole altra professionalità, e questa si ha, attraverso la formazione continua, l’alternanza scuola lavoro e le politiche attive del lavoro. Lo diciamo da dieci anni... Come Cisl di Treviso abbiamo messo in piedi, primi nel Veneto, uno sportello lavoro, che fornisce consulenza ai lavoratori, indirizzandoli verso corsi di formazione. Abbiamo ottenuto un tasso di ricollocazione attorno al 30%. Piccolissima polemica sull’art. 18: per trovare un altro posto di lavoro, o hai competenze o non c’è lotta che tenga.
Cosa ne pensa, invece, del reddito di cittadinanza?
Decisamente contrario. Parte dal presupposto che ci siano i robot e le nuove tecnologie che creano valore, e che lavorano per noi. Mi convince di più il lavoro di cittadinanza, di cui ha parlato Renzi, anche se andrebbe approfondito. Il lavoro incorpora anche il significato di “mi sento utile per la società, per la mia famiglia, contribuisco al cambiamento del mondo, concetto marxista, o, concetto religioso, continuo la creazione di Dio. Un mio amico teologo dice che una cosa che unisce tutti i lavori è che il lavoro dà un risultato che va a favore di qualcun altro, dà un senso alla tua vita nel momento in cui tu dai un servizio che qualcun altro gode. L’aspetto preoccupante è che c’è una polarizzazione di saperi, poteri e tanti soldi da una parte, mentre dall’altra abbiamo una moltitudine crescente che si fa la guerra per avere uno straccio di lavoro. Una volta il povero era solo chi non aveva il lavoro, oggi c’è gente povera che ha un lavoro o è costretta a farne due o tre per sopravvivere.
Quali battaglie sindacali ricorda con maggior soddisfazione?
Non ci sono momenti topici, ho sempre cercato di prevenire e non di andare allo scontro, non a caso si parla di “Modello Treviso” nei rapporti tra imprenditori e sindacato, quindi ricordo con soddisfazione l’accordo sindacale con Unindustria. O anche Solidarietà Veneto, di cui sono stato tra i fondatori nel 1988, quando nessuno aveva la percezione che il nostro risparmio previdenziale avrebbe avuto dei problemi, visto che la Riforma Dini è del 1995, poi il primo contratto regionale artigiani del legno, o il primo regionale degli edili... E’ importante avere una buona capacità di previsione. Poi il Primo maggio in piazza, imprenditori e sindacato, un messaggio fortissimo. Non è più il periodo eroico delle occupazioni di fabbrica, che ho fatto nel 77/78 quando non venivano riconosciuti i diritti del lavoro. Ora lo sfruttamento c’è ancora, ma è più subdolo... E poi il sindacato è un po’ vittima dei suoi successi, sono stati ottenuti risultati che non sono replicabili. Il problema vero, invece, è quello dell’inclusione e della esclusione. Stiamo accumulando squilibri e rischiamo il terremoto… Dobbiamo prestare molta attenzione alla ricucitura della società, alla capacità di vivere insieme. Come dice papa Francesco, dobbiamo superare la cultura dello scarto, altrimenti per forza questa società esploderà.
Dove, invece, non ha ottenuto il successo sperato?
Avrei voluto creare esperienze sindacali più favorevoli ai giovani. I giovani stanno dentro con modi e forme e strutture di un sindacato tradizionale, di categorie di lavoro stabile mentre i giovani fanno lavori atipici. Avrei voluto un sindacato più veloce nel rispondere a queste problematiche, però ci vuole anche prudenza perché se prendi il nuovo con troppo entusiasmo c’è il rischio che si bruci tutto. Ma il sindacato è ancora, fortunatamente, un punto fermo per chi ha problemi, nonostante la sua struttura organizzativa per la quale veniamo tanto criticati. Sono d’accordo che deve essere più snella, più partecipata. Ho ricevuto in regalo una targhetta con scritto “Grazie per la tua passione”. Dopo 40 anni aver conservato la passione mi fa pensare a San Paolo. “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”. Auguro a chi viene dopo di me di continuare in questa esperienza con la passione per chi sta peggio, per chi è intrappolato nei passaggi della vita. Lascio nella mani di una donna, indicata perché era la migliore. La aspetta un compito non facile. Ha avuto una fiducia molto ampia che le servirà per fare i passaggi che io non ho saputo o potuto fare.
 

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