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Speedline di Santa Maria di Sala: la vicinanza del Vescovo e del Patriarca

Domenica 19 dicembre il vescovo di Treviso e il patriarca di Venezia hanno portato la loro solidarietà e il loro sostegno alle lavoratrici e ai lavoratori dello stabilimento. Riportiamo le parole dell'omelia di mons. Tomasi, che ha presieduto la messa al termine della manifestazione, e del patriarca Moraglia che è intervenuto durante la giornata

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Il Vescovo Tomasi a Santa Maria di Sala

Domenica 19 dicembre, il corteo dei dipendenti della Speedline di Santa Maria di Sala e delle loro famiglie ha percorso a piedi il tragitto dalla Tabina (dove ha sede l’azienda) a villa Farsetti, dove rappresentanti sindacali, autorità civili e rappresentanti istituzionali sono intervenuti a difesa dell’occupazione e della qualità del lavoro che da molti anni Speedline assicura, la cui proprietà ha annunciato la chiusura entro un anno.

Il vescovo Tomasi, intervenuto assieme al Patriarca di Venezia e Presidente della Conferenza Episcopale Triveneto Francesco Moraglia per portare la propria solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori, ha celebrato la messa che ha concluso la mattinata di mobilitazione.

Al termine, la santa messa presieduta dal nostro Vescovo, Michele Tomasi. A causa del protrarsi della manifestazione e delle condizioni di freddo e umidità, il Vescovo ha preferito sintetizzare la sua omelia. Eccola nella sua forma integrale.

Omelia IV Avvento – 19 dicembre 2021 – Santa Maria di Sala

di mons. Michele Tomasi, vescovo di Treviso

Ci stiamo avvicinando alle festività del Natale, la celebrazione dell’Incarnazione del Verbo eterno. Dio si fa presente, presente per sempre nella storia degli uomini, prendendovi parte, senza riserve, fino in fondo.

Si fa presente nella piccolezza del bambino, nella povertà della sua nascita precaria.

Si fa presente nella condizione di straniero e di profugo, nella fuga dal potere di Erode.

Si fa presente nel suo lavoro manuale, negli anni di cui non sappiamo quasi nulla, se non che “cresceva in età e grazia”, e da figlio di Giuseppe, il carpentiere, l’uomo del lavoro, Gesù “ha imparato il valore, la dignità e la gioia di ciò che significa mangiare il pane frutto del proprio lavoro” (“Patris corde”, 6).

Si fa presente nelle sue opere e nei suoi giorni, nell’annuncio del regno di giustizia, nelle opere di guarigione e di liberazione.

Si fa presente nella sua passione, in cui si dona completamente per la nostra salvezza, e nella sua Risurrezione si fa presente al di là della barriera definitiva della morte, che ha sconfitto per sempre.

Si fa presente in questa sua comunità, la Chiesa, che lo segue sulle strade del mondo, che tenta di viverne la Buona notizia, e che da Lui, figlio eterno, tenta di imparare, di nuovo, ogni giorno, la fraternità.

Fraternità semplice e coerentemente solidale ci insegna Maria santissima, nel brano di Vangelo che abbiamo appena proclamato. Ella, la fanciulla di Nazareth, aveva appena accolto l’impossibile, e – letteralmente – aveva appena concepito l’inconcepibile. Rendendosi presente con il suo «eccomi» all’annuncio dell’angelo ha cambiato la storia, primo passo della presenza di Dio nella nostra storia. E subito, si mette in moto.

Toccata da qualcosa di immenso non poteva restare ferma, ma “si alzò e andò in fretta” a trovare la parente Elisabetta, di cui aveva appena saputo la vicenda, anch’essa sorprendente: la vergine che sarà madre condivide la sua esperienza con chi forse la può comprendere, la sterile che ha concepito un figlio.

Non frappone tempo o indugio per questo incontro, per questa condivisione, Maria. Subito si alza – «risorge», ci dice il testo, nell’anticipo di vita nuova per chi si lascia toccare nella carne dal Dio della vita – e in fretta si mette in cammino, per una condivisione che si farà servizio: infatti “Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua”. Sicuramente non è rimasta con le mani in mano, sicuramente Elisabetta ha avuto davvero bisogno dell’aiuto della giovane.

Ecco due donne che condividono un’esperienza centrale della loro esistenza, che si incontrano in un saluto fatto di benedizione, origine di gioia profonda: una gioia che coinvolge i figli che esse portano in grembo, una danza di speranza, un sussulto di futuro.

C’è preghiera e grande poesia, in questo incontro: il saluto di Elisabetta che è diventato parte dell’Ave Maria, invocazione di tutti in tutti i tempi, in ogni situazione, e la risposta di Maria che sarà il Magnificat: un inno alla grandezza di Dio che guarda alla condizione dei piccoli e dei poveri e ribalta le priorità del nostro mondo, a ben vedere le priorità di ogni tempo: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”…

Preghiera e poesia, certo: ma una preghiera che non è fuga dalle fatiche anche gravi del tempo, e poesia che non è facile slogan, o coloritura emotiva a buon prezzo. In questo incontro c’è realtà, vita vera, fatica di chi sta in bilico: fiducia vera perché animata da una grazia a caro prezzo.

Sono due donne che non restano isolate, ma che si cercano a vicenda, e insieme affrontano le sfide del loro presente: accogliamo anche noi l’invito, viviamo un’autentica solidarietà fatta di incontro, di cura reciproca, di assunzione comune di responsabilità, di servizio quotidiano e fattivo. Ricreiamo le ragioni e le forme della comunità, l’unica che può sostenere le nostre difficoltà e precarietà.

Sono due donne che danno carne ad una promessa. Nella lettera agli Ebrei lo abbiamo sentito in maniera esplicita: “entrando nel mondo, Cristo dice: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato»”. In questo corpo sono racchiusi i mondi della vita, e i mondi del lavoro. È in esso che possiamo fondar l’impegno a “assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze” (Fratelli tutti, 162).

È l’impegno a mettere la persona umana e la sua dignità al centro di ogni impegno, di ogni politica, di ogni solidarietà, e anche di ogni preghiera. Perché è nel lavoro che si misura e si compie il nostro stare al mondo nella partecipazione alla continua creazione di Dio.

Per tutti e per ciascuno, in tutto il mondo, anche qui, anche ora, l’obiettivo deve essere – ce lo ricorda instancabile papa Francesco – di consentire a tutti, davvero a tutti, di “consentire una vita degna mediante il lavoro”.

Proprio nella sua enciclica sulla fraternità e sull’amicizia sociale – Fratelli tutti – papa Francesco ha parole illuminanti sul senso e il significato del lavoro umano:

Per quanto cambino i sistemi di produzione, la politica non può rinunciare all’obiettivo di ottenere che l’organizzazione di una società assicuri ad ogni persona un modo di contribuire con le proprie capacità e il proprio impegno. Infatti, «non esiste peggiore povertà di quella che priva del lavoro e della dignità del lavoro». In una società realmente progredita, il lavoro è una dimensione irrinunciabile della vita sociale, perché non solo è un modo di guadagnarsi il pane, ma anche un mezzo per la crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere sé stessi, per condividere doni, per sentirsi corresponsabili nel miglioramento del mondo e, in definitiva, per vivere come popolo” (Fratelli tutti, 162).

Trovarci qui, insieme, a pregare il Signore, a celebrarne la presenza viva nella nostra storia nella Parola, nel Pane e nel Vino, nella comunità riunita, nel popolo in cammino, significa affidarci ancora una volta al suo aiuto, che invochiamo con tutto il cuore.

Significa ricercare con Lui e tra noi le ragioni della solidarietà e dell’impegno comune, affinché tutte le strade di bene e di concordia possano essere percorse, tutte le vie di dialogo e di ricerca del bene comune intraprese e aperte, in uno sforzo di tutti, senza perdere mai fiducia e speranza.

Significa chiedere a Maria santissima l’intercessione e la forza di seguirne l’esempio, per risorgere nella quotidianità, per non rimanere da soli, per condividere le ragioni e il sogno della speranza, per metterci a servizio gli uni degli altri.

Per poter dire nell’imminenza del Natale, in un contesto difficile, gravido di preoccupazioni e di timori, ripetendo le parole che già abbiamo fatte nostre nel Salmo: “Signore, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi”.

Apri, Signore, cammini di solidarietà e di fraternità al nostro territorio, al mondo intero.

Durante la manifestazione, come detto, è intervenuto anche il patriarca Moraglia, ecco le sue parole:

“Sono qui nella veste di Presidente della Conferenza Episcopale Triveneto (CET), insieme al Vescovo di Treviso Michele Tomasi che è anche il Vescovo delegato per la Pastorale sociale e del lavoro del Triveneto.

Insieme rappresentiamo le Diocesi della nostra Conferenza Episcopale ma, in particolare, quelle più direttamente coinvolte in questa vicenda che riguarda centinaia di lavoratori, lavoratrici e le loro famiglie, ossia le Diocesi di Venezia, Treviso, Padova, Chioggia. A questi lavoratori assicuriamo tutta la nostra vicinanza e solidarietà.

Volentieri i Vescovi aderiscono a questa giornata di sensibilizzazione perché in essa c’è una risposta di tipo trasversale e non di parte; tutte le componenti che vivono in questo territorio sono, infatti, presenti. Lo sappia la proprietà della Speedline. Sì, è un territorio intero che si è mosso, con i diversi soggetti che lo rendono attivo, vivace e significativo anche a livello nazionale. Questo, con Porto Marghera, è il comprensorio industriale più importante.

Come ho scritto nella lettera con cui ho risposto ai segretari della FIM-CISL e della FIOM-CGIL ai Vescovi stanno a cuore i lavoratori, le lavoratrici e le loro famiglie, ben consapevoli che il lavoro è ciò che contribuisce a dare dignità sociale all’uomo.

La nostra Carta Costituzionale, poi, ci ricorda già nel suo primo articolo che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Lasciateci lavorare! Dateci la possibilità di lavorare! E’ un diritto. E, quindi, il lavoro deve essere un bene fruibile per tutti, per generare e garantire vita e prosperità e mai morte come, purtroppo, accade nei troppi incidenti sul lavoro che le cronache venete e nazionali di questi giorni ci raccontano e che, in modo eufemistico, sono denominate morti “bianche”. Sono morti.

Quante volte Papa Francesco è ritornato proprio sul tema del lavoro, ponendolo come questione essenziale per la dottrina sociale della Chiesa!

I Vescovi e le Chiese venete auspicano, quindi, la piena riuscita della trattativa in corso, attraverso la modalità del confronto e della concertazione, non degli ultimatum o dei diktat. Possibilmente, non una trattativa non in chiave conflittuale.

Dopo l’incontro tra le parti – avvenuto venerdì scorso, presso il Ministero dello Sviluppo Economico – e a seguito della volontà manifestata da Ronal Group di sospendere la decisione di chiudere, entro un anno, la Speedline di Santa Maria di Sala, è lecito guardare con più serenità ad una soluzione condivisa.

Chiediamo, allora, alla politica che continui ad essere presente aiutando le parti – per quanto è di sua competenza – a trovare un giusto ed equo accordo. Certamente riteniamo che gli anelli più deboli debbano essere maggiormente garantiti e tutelati.

Nutro fiducia anche perché, sul sito di Ronal Group, si leggono come premessa alla filosofia della azienda queste parole: ”Una cultura d’impresa motivante, che oltre all’impegno nel lavoro si focalizzi anche sulla coesione e la soddisfazione dei collaboratori, è ciò che contribuisce in maniera sostanziale al nostro successo”. Tutto questo autorizza a sperare.

Desidero ricordare quanto sia importante l’impegno comune delle categorie e delle istituzioni nel costruire insieme una politica ed un’economia in grado di stimolare al massimo le attuali dinamiche industriali nel rispetto della dignità della persona e nel perseguire il buon sviluppo di un territorio.

Così ci appelliamo, con forza, alla responsabilità sociale dell’impresa, considerando il valore sociale del lavoro soprattutto in rapporto ad un territorio, in un’alleanza tra territorio ed azienda per il bene di tutti. E qui aspettiamo la politica, l’impegno della politica.

È, poi, un dato obiettivo che lo stabilimento di S. Maria di Sala abbia professionalità importanti e, quindi, nell’ottica dello sviluppo del capitale umano l’eventuale scelta di depauperare il territorio di tali professionalità suonerebbe ancor più come una sconfitta e una sconfessione dei soggetti chiamati oggi a collaborare per dare soluzione alla vertenza.

Mere logiche economiche dimenticano che uno stabilimento non è solo un luogo ove si produce e crea profitto, ma è anche un luogo di umanità, per far crescere le persone, e il recente dibattito sugli spostamenti dei siti produttivi si spera conduca a strumenti e a leggi validi e condivisi per la salvaguardia del lavoro.

La strada che, come Vescovi, riteniamo percorribile è quella di un accordo, di un dialogo paziente, realista, tenace e coraggioso tra le parti affinché, insieme, si possa raccogliere e vincere questa sfida per il bene di tutti. Buon Natale a tutti”.

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