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Vaccini: ci sono tutte le garanzie

L'intervista a Giorgio Palù, professore emerito dell'Università di Padova, presidente dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e membro del Comitato tecnico scientifico del ministero della Salute per l'emergenza coronavirus. Il professore fa chiarezza sul funzionamento e sulla sicurezza di questi farmaci che promettono di farci uscire dalla crisi sanitaria

Vaccini: ci sono tutte le garanzie

Il continuo susseguirsi di notizie sui vaccini contro Sars-Cov-2 ha creato confusione e timori fra la popolazione. Per questo motivo abbiamo contattato Giorgio Palù, professore emerito di Microbiologia e Virologia dell’Università degli Studi di Padova, presidente dell’Agenzia italiana del farmaco e membro del Comitato tecnico scientifico del ministero della Salute per l’emergenza coronavirus, per chiedergli di fare un po’ di chiarezza sul funzionamento e sulla sicurezza di questi farmaci che promettono di farci uscire dalla crisi sanitaria.

Professore, in primo luogo le chiedo se può aiutarci a comprendere come funzionano i vaccini che oggi utilizziamo contro Sars-cov-2 e perché sono differenti fra loro.

Pfizer e Moderna sono basati su una piattaforma estremamente innovativa, la più recente, costituita dall’RNA messaggero o mRNA, cioè la molecola che porta l’informazione di un gene, che viene poi tradotto nella proteina S. Si tratta della proteina presente sulla superficie del virus Sars-Cov-2, quella che permette l’aggancio del virus al recettore delle cellule sensibili, il relativo ingresso nella cellula e la conseguente infezione dell’organismo. Contro questa proteina, si formano i cosiddetti anticorpi neutralizzanti, così chiamati perché hanno l’effetto di bloccare il virus al suo ingresso, impedendo lo svilupparsi dell’infezione e della conseguente malattia.

Questi anticorpi, di solito, si creano o nel corso di un’infezione naturale, o in seguito all’impiego di un vaccino. Il vaccino è un componente microbico, che introdotto nel nostro organismo serve a produrre un’immunità artificiale attiva, capace di proteggerci da un agente patogeno e dall’infezione e malattia a esso collegate. Fino agli anni ‘70 del secolo scorso, i vaccini si producevano isolando virus, batteri o tossine, che venivano inattivati con procedure chimico-fisiche prima di essere iniettati.

Dagli anni ‘70, con l’ingegneria genetica, si è cominciato a produrre antigeni proteici sintetizzati in laboratorio. In seguito si è passati all’uso di antigeni modificati e coniugati chimicamente, e poi all’impiego della vaccinologia inversa, cui ha largamente contribuito Rino Rappuoli: senza più isolare il microbo o sintetizzare geneticamente un suo componente antigenico, si parte dal Dna microbico, cercando di scoprire funzioni geniche codificanti specifici antigeni. Più recentemente è nata la biologia strutturale, introdotta da Barney Graham, Jason McLellan e Peter Kwong per vaccini antivirali di ultima generazione. Questi sono basati sulla struttura tridimensionale di una proteina virale di superficie, struttura che rispecchia la precisa configurazione nativa con cui la proteina riconosce il recettore cellulare ed è vista dal nostro sistema immunitario. Questo approccio è stato utilizzato anche da Pfizer e Moderna per creare una molecola di mRNA che codifica la proteina di Sars-Cov2 nella sua configurazione di trimero aperto, con esposti tutti e tre i domini leganti (RBD) il recettore ACE2. A gennaio 2020, sette giorni dopo la pubblicazione della sequenza del genoma virale, già i laboratori delle due aziende avevano costruito un vaccino basandosi sulla biologia strutturale e sulla tecnologia dell’mRNA introdotta da Drew Weissman e Katalin Karikò. E’ la prima volta che l’Rna messaggero viene utilizzato sull’uomo.

AstraZeneca invece usa una tecnologia anch’essa alquanto recente, ma che sfrutta un adenovirus dello scimpanzé come vettore virale. Questo adenovirus viene deleto dei geni E1 ed E3, essenziali per la replicazione del virus, che vengono sostituiti con il gene che codifica la proteina S. Questo virus è così in grado di infettare le nostre cellule, di entrare nel nucleo e liberare l’acido nucleico che contiene il gene S, ma non è più in grado di replicarsi e dare quindi manifestazioni patologiche. Si tratta quindi di un vaccino a base di DNA veicolato da un vettore virale non replicativo e non virulento.

Il vaccino di Johnson and Johnson ha una formulazione e un funzionamento simile a quello di AstraZeneca, ma utilizza un adenovirus umano, AdV tipo 26, anch’esso deleto nelle stesse porzioni geniche. Si tratta di un virus che causa il raffreddore nell’uomo. Mentre non abbiamo mai incontrato il virus dello scimpanzé, molti di noi, sin da bambini, sono venuti a contatto con l’AdV26 e si sono ammalati di raffreddore. Ecco perché possiamo già avere anticorpi diretti contro questo virus che sarebbero in grado di neutralizzare il vettore, se questo fosse somministrato più di una volta.

Per quanto riguarda gli effetti collaterali di cui si è parlato in particolare per il vaccino di AstraZeneca, ci può aiutare a comprendere di cosa si tratta?

Gli effetti collaterali più frequenti in tutti i vaccini possono essere reazioni locali: nel 10/20% dei casi si riscontrano arrossamento, dolore e ingrossamento nel sito di inoculo; poi si hanno effetti sistemici, quali febbre, malessere generale, cefalea, dolori, artralgie (dolori alle articolazioni o al tessuto circostante ndr) e questi avvengono in un ordine del 30 e più per cento. E, ribadisco, sono quelli di tutti i vaccini. La trombosi, invece, è un effetto rarissimo, riscontrato in Ue e nel Regno Unito in oltre 200 persone con 37 decessi su più di 25 milioni di dosi somministrate. Nel Regno Unito si sono contati 19 decessi, in Europa 18 su 5 milioni di somministrazioni. Si tratta, dunque, di effetti che avvengono con una frequenza di circa uno ogni 100 mila somministrazioni. Sono delle trombosi trombocitopeniche, cioè dei coaguli di sangue con assenza di piastrine in circolo, che possono accompagnarsi anche a emorragie. Si tratta di un evento molto raro a carico della vena centrale del cervello, oppure delle grandi vene che drenano il sangue dalla cavità addominale come la vena cava e la vena mesenterica.

Il professor Andreas Greinacher, dell’Università di Greifswald, ha messo in relazione questi eventi con degli autoanticorpi contro il fattore piastrinico PF4 che causerebbero l’aggregazione piastrinica e il conseguente trombo. Si tratta dunque di una reazione autoimmune simile a quella che si ha nei soggetti trattati con eparina. E’ paradossale, ma l’eparina che serve a sciogliere i coaguli nel sangue può creare in alcuni soggetti predisposti, circa nello 0,5% dei casi, una trombosi trombocitopenica. Questo raro effetto avverso alla vaccinazione è allo studio di molti ricercatori in varie parti del mondo per verificarne con precisione il meccanismo patogenetico. Nonostante le segnalazioni, sia l’Ema che l’Oms non hanno posto restrizioni alle vaccinazioni con AstraZeneca perché il rischio di trombosi è estremamente limitato e comunque di gran lunga inferiore a quello di morire per un’infezione causata da Sars-Cov-2, soprattutto per gli over 60.

Ci sono dei sintomi che possono mettere in allarme sulla possibilità di aver sviluppato questo tipo di trombosi?

I sintomi che devono mettere in allarme sono disturbi della vista, grave cefalea, vomito, emorragie cutanee che possono indicare la mancanza di piastrine in circolo oppure altri legati a trombosi addominale quali dolori addominali e alterazioni delle funzioni del ritorno venoso. Questi casi sono comunque stati rilevati nella quasi totalità al di sotto dei 55 anni.

Il ministero della Salute in Italia ha indicato un utilizzo preferenziale di AstraZeneca per gli over 60, tuttavia le seconde dosi a chi ha ricevuto questo vaccino saranno somministrate normalmente, altri Paesi europei hanno deciso diversamente. Come mai questa differenza?

Francia e Germania hanno consigliato di fare la seconda dose in soggetti sotto i 55 o i 60 anni, rispettivamente, con un vaccino a mRNA. L’Italia non ha ancora adottato questa indicazione, perché tutte le trombosi si sono verificate in seguito alla somministrazione della prima, ma non della seconda dose.

Il vaccino di Johnson and Johnson potrebbe avere gli stessi effetti collaterali di AstraZeneca visto che è prodotto in maniera simile?

L’Fda (Food and drugs administration, l’Ente statunitense che si occupa della regolamentazione dei farmaci) ha finora riportato 4 casi di trombosi venosa profonda in oltre 4,5 milioni di soggetti vaccinati con J&J. Evento quindi ancora estremamente raro, che fa nettamente prevalere il vantaggio della vaccinazione sui rischi conseguenti. Naturalmente, stanno monitorando la situazione. Una cosa che ci tengo a dire è che questo effetto avverso non si poteva valutare nella fase 3 degli studi validativi. E’ solo nella fase della vaccinazione di massa che si possono osservare certi effetti. Ricordo infine che Ema dà in primo luogo un’approvazione emergenziale, dopo la fase 3 di studio, dunque non si è saltata nessuna fase di sperimentazione, ma l’autorizzazione è condizionata alla continua sorveglianza.

(A riprova dei continui controlli, dopo che il professor Palù ha rilasciato questa intervista è arrivata la notizia che gli Stati Uniti intendono sospendere per accertamenti la somministrazione del farmaco. Ritardata per lo stesso motivo anche l’avvio della campagna vaccinale in Europa. Ndr).

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