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Vaccini: crollo che ci mette a rischio

La Regione ha scelto di sospendere l’obbligo, ma contemporaneamente ha previsto “misure eccezionali” per recuperare le coperture introducendo la richiesta del certificato all’atto di iscrizione dei bambini a nidi e scuole dell’infanzia. La soglia sotto la quale c’è rischio per la salute di tutta la comunità è, infatti, il 90 per cento. L’epidemiologo rassicura: “Attualmente il rischio non c’è, ma bisogna vigilare”.

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Vaccini: crollo che ci mette a rischio

Il calo c’è, anzi è proprio un crollo, tanto che già oltre un anno fa la stessa Oms (Organizzazione mondiale della sanità) aveva richiamato il nostro Paese: la copertura vaccinale sulla popolazione è scesa dal 98% circa del 2008 all’attuale 91,5% per le quattro vaccinazioni “obbligatorie”, avvicinandosi così alla soglia di attenzione che il Veneto ha fissato al 90% e che è diversa dal 95% decisa dall’Oms stessa e dal parametro dell’85% universalmente riconosciuto come “pericolo epidemie”.
La discussione è aperta, con la Regione che ancora a fine novembre ha deliberato in materia scegliendo una sorta di compromesso tra la sospensione dell’obbligo varato nel 2007 e l’attesa sentita di una presa di posizione data proprio dall’allerta seguita al progressivo calo delle vaccinazioni in età pediatrica.

Il compromesso Veneto

A fine 2016, la Giunta guidata da Luca Zaia ha approvato, infatti, una delibera proposta dall’assessore alla Sanità Luca Coletto in cui sono state previste “misure eccezionali” per il recupero delle coperture, introducendo la richiesta del certificato vaccinale all’atto di iscrizione ai nidi ed alle scuole dell’infanzia. A fine gennaio, per evitare code agli sportelli dei servizi di igiene e sanità pubblica e considerando che le pubbliche amministrazioni possono interloquire direttamente passandosi i dati di cui sono già in possesso, si è stabilito di sospendere la raccolta e di incaricare le scuole, a maggio, di inviare all’Ulss l’elenco di tutti gli iscritti per il controllo della copertura. Nel caso in cui un singolo nido o scuola d’infanzia dovesse scendere sotto il 90%, l’Ulss informerà il Sindaco del Comune perché decida se disporre, con propria ordinanza, il temporaneo allontanamento del bambino o la sua esclusione fino a che i genitori provvedano alla vaccinazione.
“Le ultime rilevazioni mostrano un trend in diminuzione in tutte le regioni – ha spiegato Coletto – determinato dalla scarsa percezione del rischio da parte dei genitori. E i dati dicono chiaramente che non influisce la non obbligatorietà introdotta in Veneto nel 2007, ma una sorta di sottovalutazione generale del rischio dovuto al possibile ritorno di malattie che proprio dai vaccini erano state debellate. Per questo, abbiamo scelto la strada di stretti controlli sul territorio e della valutazione caso per caso”. Lo stesso presidente Zaia ha sottolineato come si sia voluto “evitare la banalizzazione del “vaccino obbligatorio sì o no, perché la questione è assai più complessa. Vogliamo incentivare l’informazione corretta, la presa d’atto che la libertà di ogni individuo finisce dove comincia quella dell’altro; non vaccinare i propri figli può mettere a repentaglio la salute pubblica”.

I vaccini imposti?

A fronte di questa decisione molti sindaci hanno cominciato a muoversi, Treviso in primis, per regolamentare le proprie scuole inserendo l’obbligo, anche in considerazione del parere espresso dalla società italiana di Virologia che ha fatto presente come si tratti di un provvedimento senza basi scientifiche “perché la soglia del 90% non rappresenta niente”. Del resto c’è anche il precedente di Trieste, dove l’obbligo è stato introdotto e il ricorso al Tar contro di esso bocciato, le decisioni prese in Emilia Romagna, Toscana, Lombardia ed ancora più recentemente Calabria, tutte orientate in questo senso. Il fatto che in Veneto si sia sotto la quota del 95% - una sorta di soglia di sicurezza che garantisce la cosiddetta “immunità di gregge” per cui anche i non vaccinati beneficiano degli effetti positivi della vaccinazione - ha avviato diverse componenti politiche e civili a promuovere la bontà dei vaccini.
Getta acqua sul fuoco Mauro Ramigni, dirigente medico del servizio di Igiene e Salute pubblica dell’Ulss di Treviso: “Dal punto di vista epidemiologico in questo momento non c’è alcun rischio nelle scuole del nostro territorio. E dunque nessun motivo per togliere la frequenza dei bambini non vaccinati anche perché le vaccinazioni «ex» obbligatorie - antitetanica, antiepatite B, antipolio, antidifterite - riguardano malattie debellate molti anni fa, nel caso del tetano non contagiosa tra bambini e per quanto concerne l’epatite B con trasmissione difficile da immaginare in contesto di scuola”. Certo, una persona non vaccinata corre prima di tutto rischi per se stessa: “E’ evidente che va trovato l’equilibrio tra l’interesse di sanità pubblica e la responsabilità della scelta personale. Ed ancora di più serve rimanere vigili perché laddove si smette di vaccinare possono ricomparire malattie debellate”. Forti differenze ci sono nelle percentuali tra i diversi tipi di vaccino che scendono sotto il 90% per morbillo e pertosse; ed anche tra diverse Ulss le coperture variano, fatto dovuto alla presenza in alcune aree di vivaci movimenti “no vacs”. “Hanno argomenti senza fondamento, senza rilevanza scientifica” sottolinea Ramigni. Del resto, l’attenzione su questo tema è tornata alta dopo che a fine 2014 l’Italia è stata designata dall’Oms capofila per un quinquennio delle strategie e campagne vaccinali nel mondo e che nel 2015 la stessa Oms ha richiamato il nostro Paese per il netto calo delle vaccinazioni obbligatorie nei bambini.

Le novità del piano nazionale

E mentre prosegue il dibattito, proprio la scorsa settimana si è concluso anche l’iter per il piano nazionale vaccini 2017/2019 che di fatto allarga l’offerta vaccinale con l’antipneumococco e zoster (causa del Fuoco di Sant’Antonio) per gli anziani, l’antimeningococco B, rotavirus (causa di gastroenteriti molto forti) e varicella per i più piccoli, l’antipapilloma virus anche per gli adolescenti maschi. “Di fatto per il Veneto non cambia molto perché per la maggior parte questi vaccini erano già presenti ed offerti” spiega Ramigni. Su quello contro la meningite, in particolare, non ha dubbi, data la situazione che sta emergendo “come si fa a non consigliarlo?”. “Dal piano stesso emerge come la nostra regione è effettivamente in ritardo rispetto alla media nazionale per i vaccini contenuti nell’esavalente, tra cui ci sono gli obbligatori, ma migliora nelle altre vaccinazioni facoltative, a riprova del vantaggio dato dall’obbligatorietà, ma anche dell’effetto negativo della differenziazione tra vaccini - conclude Ramigni -. Le maggiori distanze per esempio su varicella e pneumococco sono dovute anche al fatto che alcune regioni italiane non le offrono”. (pagina a cura di Francesca Gagno)

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