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Veneto: la popolazione invecchia e i medici di base non ci sono

Il gruppo Pd in Consiglio regionale il 16 gennaio scorso, a Montebelluna, durante un incontro pubblico ha presentato i dati sul sistema sanitario veneto. 

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Veneto: la popolazione invecchia e i medici di base non ci sono

La sanità non è in salute. Si potrebbe sintetizzare così la presentazione della ricerca curata dal gruppo del Pd in Consiglio regionale. I dati, già resi noti ad ottobre, sono stati presentati in un incontro pubblico lunedì 16 gennaio a Montebelluna. “Il sistema sanitario pubblico – ha detto il consigliere comunale Davide Quaggiotto – deve essere tutelato. Le tante persone presenti a questa serata confermano che il tema della salute è percepito come importante dalla cittadinanza. A Montebelluna abbiamo chiesto e ottenuto la convocazione di una commissione sanità e di un Consiglio monotematico con la presenza del direttore generale dell’Ulss 2, Francesco Benazzi. Sulla situazione dell’ospedale San Valentino, le esternalizzazioni di alcuni reparti, il quadro della sanità territoriale abbiamo fatto diverse interrogazioni e accessi agli atti”. Ne è emerso che non c’è possibilità di prevedere la tendenza dei pensionamenti dei medici di medicina generale. Dei 16 operativi in città, con 27.460 assistiti, solo 7 operano nel sistema della medicina di gruppo integrata, e 3 cesseranno l’attività entro i prossimi quattro anni.
Marta Casarin, segretaria generale Fp Cgil Treviso, ha dipinto un quadro a tinte ancora più fosche. “Nell’area montebellunese ogni medico di base ha in media tra i 1.800 e i 2.000 assistiti, ben superiore alla media regionale, pari a 1.365, a quella nazionale che è di 1.224. Per quanto riguarda la medicina integrata, la previsione per il trevigiano era del 60% nel 2022, ma in realtà siamo fermi al 14%. Il problema è che mancano le persone, i professionisti della sanità a tutti i livelli di competenza, mentre coi soldi del Pnrr si investe sui mattoni delle strutture”. Seconda la sindacalista, il tema salariale e degli organici è centrale. “Le carenze che registriamo e registreremo sono frutto di un concorso di colpa tra Ulss e conferenze dei sindaci. Se manca la medicina territoriale è ovvio che il pronto soccorso si intasi di codici bianchi, come succede a Treviso. I cittadini si devono rendere conto che gli stipendi bassi dei sanitari si traducono in un maggiore costo per tutti”.
Della fuga del personale dalle strutture pubbliche verso quelle private, non solo per ragioni di retribuzione, ha parlato il dottor Giangiacomo Tessari, già presidente dell'Ordine dei medici di Treviso e del Veneto ed ex parlamentare. “C’è stato il blocco del turnover dal 2005 al 2019, con tagli per 37 miliardi di euro, ma già da metà degli anni ‘90 arrivavano dall’Inghilterra le prime richieste di medici italiani. Tuttora sono migliaia quelli che vanno all’estero, dopo che spendiamo 50 mila euro per formarli. In Veneto mancano 1.300 specialisti e nel 70% dei casi le strutture di pronto soccorso sono in appalto a società private”. Tessari e gli altri relatori hanno precisato di non avere nulla contro le cooperative, evidenziando però le difficoltà complessive del sistema sanitario. “Le carenze partono dalle borse di studio, in calo da 7-8 anni. Ci sono sempre meno aspiranti e il 10% abbandona durante il corso. C’è una totale mancanza di programmazione regionale. I sanitari che ne vanno dal pubblico lo fanno perché non hanno alcuna gratificazione professionale, e non solo per denaro”.
Dalla ricerca, curata da Stefano Dal Pra Caput e Francesco Peron per conto dei consiglieri Pd Possamai, Bigon, Camani, Montanariello, Zottis e Zanoni, emerge la prospettiva che l’invecchiamento della popolazione sarà accompagnata dalla diminuzione dei medici di base. Oggi un veneto su 4 ha più di 65 anni, nel 2041 saranno uno su 3. Ed è proprio questa la fascia di popolazione che contatta più spesso il dottore. “Dei circa 3.000 medici in servizio – ha spiegato Andrea Zanoni -, due terzi andranno in pensione nei prossimi 15 anni, con picchi di 180 nel 2023 e 2024. E’ sempre più urgente e necessario sostenerli, per garantire a tutti l’accesso alla sanità pubblica. Ma la Regione ha preferito non introdurre la maggiorazione dell’aliquota Irpef e finanziare la Spv”.

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