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Vera scuola in carcere

Ebbene sì. C’è anche chi tra le possibili destinazioni mette una crocetta per andare a insegnare in carcere. Tra di loro Roberta Dudan, trevigiana, per un periodo collega alla Vita del popolo e poi giornalista nell’Ufficio stampa di Koinè Comunicazione prima di dedicarsi, davvero anima e cuore, all’insegnamento. “Con la fine di questo strano anno scolastico ha termine anche la mia esperienza come insegnante in carcere", afferma raccontando questi 12 anni.

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Vera scuola in carcere

Ebbene sì. C’è anche chi tra le possibili destinazioni mette una crocetta per andare a insegnare in carcere. Tra di loro Roberta Dudan, trevigiana, per un periodo collega alla Vita del popolo e poi giornalista nell’Ufficio stampa di Koinè Comunicazione prima di dedicarsi, davvero anima e cuore, all’insegnamento. “Con la fine di questo strano anno scolastico ha termine anche la mia esperienza come insegnante in carcere, iniziata nel 2007. Dodici, anzi quasi 13 anni in un ambiente molto particolare, anni intensi e difficili, che ho vissuto con entusiasmo, anni ricchi di incontri: dal personale ai detenuti, tutti mi hanno lasciato un segno. In questi anni credo di aver dato qualcosa, ma più di tutto ho ricevuto” ha scritto in un post sul suo profilo Facebook. L’abbiamo contattata mentre si sta godendo le meritate ferie con la sua famiglia, dopo la soddisfazione di vedere arrivare al diploma di terza media sette corsisti del Cpia Alberto Manzi, guidato dall’attenta dirigente Michela Busatto.

E’ tanto diverso insegnare in carcere? Come ci si avvicina a questo luogo?

Ho varcato i cancelli della Casa circondariale di Santa Bona come insegnante il 1° settembre del 2007. Era però un luogo che conoscevo per averlo frequentato come giornalista. Non ti abitui mai, comunque, alle porte che si chiudono dietro di te e alla visione di detenuti in manette. Ci sono regole da seguire e abitudini che devi imparare a conoscere. Negli ultimi due anni ho svolto il ruolo di coordinatrice e ai nuovi colleghi consigliavo sempre di prendersi tempo per osservare e ascoltare.

Quali corsi vengono offerti alla popolazione detenuta?

I Cpia (Centri provinciali per l’Istruzione degli adulti) che hanno preso il posto  nell’anno 2014/2015 dei vecchi centri territoriali permanenti (Ctp) offrono corsi di alfabetizzazione, corsi di primo livello primo periodo per acquisire il diploma di scuola media e relativi corsi preparatori. E poi corsi primo livello, secondo periodo, che sarebbero 800 ore equivalenti al biennio superiore con materie generaliste, come italiano, storia, scienza, matematica, lingua inglese, per potersi iscrivere a un tecnico professionale. E poi ci sono corsi di lingua e informatica come ampliamento dell’offerta formativa. Quest’anno eravamo otto insegnanti.

Com’è la frequenza, sono i detenuti che chiedono di partecipare ai corsi?

Sì, è un diritto di cui possono usufruire. Rientra nel percorso di riabilitazione del detenuto. Nella scuola media erano 13 e 7 hanno, con tutte le difficoltà di quest’anno scolastico,  conseguito il diploma. Nel primo livello, secondo periodo erano di più, una quarantina divisi tra le due sezioni, quella del penale, dove c’è un vero polo scolastico con 4 aule e 2 lavagne lim  e quella del giudiziario, dove facciamo lezioni in celle adibite ad aule o a biblioteca. E poi 4 corsi di lingua A1 con 20 persone circa e 2 corsi di lingua A2 per circa 10 persone. A cui si aggiungono svariati corsi di inglese e informatica, corsi brevi di 30 ore. In questo periodo in cui non si è potuto entrare in carcere per il problema del virus abbiamo fornito fotocopie e fatto delle videochiamate con Skype per rimanere vicini ai nostri studenti e prepararli all’esame di terza media. Un po’ come hanno fatto tutti gli insegnanti.

Che tipo di relazione si instaura tra voi e questi alunni particolari?

E’ proprio la relazione il centro del nostro lavoro che fa in modo che una persona detenuta decida di venire a scuola. Con tutte le difficoltà e gli alti e bassi. Persone che sospendono per un periodo la frequenza, c’è chi apprende una brutta notizia e va in crisi, chi viene inserito nel lavoro e quindi la scuola passa in secondo piano, deve essere fatta in un orario extra, dalle 17,30 alle 18,30. E’ un gruppo agguerrito, questo, perché non è semplice stare sui libri dopo una giornata di lavoro. Certo, ti mettono alla prova come insegnanti, l’importante per noi è essere autentici. Posso sicuramene dire che la scuola in carcere è stata per me un arricchimento non solo professionale, ma anche e soprattutto umano.

Conoscete le storie personali di chi avete di fronte, il motivo per cui sono detenuti?

Non siamo tenuti a saperle. A volte lo sappiamo perché sono loro a raccontarcelo o perché lo abbiamo letto nei giornali. Noi ascoltiamo, accogliamo senza giudicare, siamo pronti a cambiare piano di studi se quello previsto non funziona, stimolando la loro curiosità e partendo dalla loro storia anche personale. In carcere si impara che si può cambiare, che ci sono possibilità di recupero, e a volte il recupero avviene, ed è veramente motivo di gioia. Ho sperimentato come la scuola offra occasione per riconquistare la propria dignità, per superare i fallimenti passati, per tirare fuori lati di sé accantonati. Personalmente se c’è da riprenderli, li riprendo, se c’è da incoraggiarli, li incoraggio. Come si fa con tutti gli studenti.

Ci sono corsisti che ti hanno sorpreso o che ti sono rimasti nel cuore?

Ho conosciuto corsisti che hanno letto e scritto molto, con competenze. Vorrei ricordare in particolare una persona che porto sempre come esempio, cambiato tantissimo anche grazie alla scuola, partendo da una situazione di alfabetizzazione bassissima. Aveva dei figli e voleva dar loro il buon esempio. E’ riuscito a completare con tanta volontà anche il percorso dei due anni delle superiori. Oggi non c’è più, aveva problemi di salute che non ha superato. Ma il suo esempio è uno stimolo per tutti i corsisti e anche per i miei colleghi insegnanti.

Il gruppo degli insegnanti deve essere necessariamente unito, immagino…

Certo, la realtà che affrontiamo è particolare e l’armonia tra noi è il nostro punto di forza. Ho avuto colleghi e colleghe magnifici, docenti che credono in ciò che fanno e lo fanno con passione. Come vorrei ricordare gli educatori e gli agenti che in carcere ci aiutano con la scuola. E i promotori di progetti particolari come, dal 2016/2017, il teatro fatto con Mirko Artuso e Bruno Lovadina, insieme alla Fondazione Benetton, che ha permesso ad alcuni detenuti di portare il loro testo teatrale fuori dalle mura carcerarie. Ora per me è tempo di dedicarmi ad altre avventure professionali, insegnerò al Besta. Ma questa esperienza è nel mio cuore.

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