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Violenza contro le donne: recuperare la fiducia

Porte aperte al Centro delle donne libere dalla violenza di Quinto di Treviso per far conoscere il progetto e presentare la raccolta fondi

Violenza contro le donne: recuperare la fiducia

Nel centro di Quinto c’è un luogo da cui parte il riscatto, la nuova vita di molte. All’insegna della speranza. E’ il Centro per le donne libere dalla violenza, inaugurato nell’aprile 2020, su iniziativa della cooperativa La Esse e della Casa religiosa Domus Nostra. Dall’apertura e fino a novembre scorso la struttura ha ricevuto 159 richieste di informazioni, aiuto e orientamento, prendendo in carico 86 donne, di cui 59 con figli. 32 le donne supportate con consulenze legali e 27 quelle affiancate con un percorso di consulenza psicologica.

Numeri importanti, che riflettono anche l’aumento - come confermato dai dati Istat - delle coabitazioni forzate con un uomo maltrattante durante il lockdown. Nei giorni scorsi, nell’intento di far conoscere ulteriormente il progetto e per lanciare la campana di sensibilizzazione e raccolta fondi “Guarda che ci riguarda”, sono stati aperti i battenti del Centro alla comunità trevigiana, e Claudia Ceccarello, coordinatrice, ha raccontato alla Vita del Popolo l’impegno portato avanti ogni giorno e come dietro a numeri apparentemente distanti ci siano storie reali, anche nel nostro territorio. E come probabilmente queste siano solo una parte, solo una percentuale di un fenomeno sommerso - e forse troppe volte supportato dal “mi no me intrigo” - su cui serve fare gioco di squadra.

“Va fatta una premessa: la violenza di genere non segue canoni precostituiti, colpisce invece trasversalmente tutte le nazionalità, le età, le classi sociali e indipendentemente dall’istruzione. E’ un fenomeno di matrice culturale - dice Ceccarello -, nel nostro Centro vediamo donne di tutte le età. Spesso giovani, vittime di stalking e di atti persecutori a questo connessi. Ma non sono mancate donne vittime di violenza tramite mezzi informatici, di violenza economica o sessuale. E più diffusa è quella psicologica, fatta di minacce, svalutazioni costanti, denigrazioni: a livello emotivo è tanto impattante, blocca le persone, le fa sentire inferiori e non degne di poter avere altre opportunità. E’ da queste situazioni che interveniamo su più livelli, grazie ad un team composto da sei persone, tra psicologhe ed educatrici, e con il supporto di tre avvocatesse come consulenti esterne. Il nostro aiuto si tramuta in un percorso che può portare all’allontanamento della donna se in pericolo di vita o a un supporto nella rielaborazione psicologica della persona, fino ad esempio al supporto legale. Il tutto salvaguardando i minori, che qui hanno uno spazio a loro completamente dedicato”.

In tutte queste situazioni, a fare la differenza è la rete, la fiducia. Spesso perché è proprio la rete amicale a spronare le donne vittime di violenza a farsi aiutare, ma anche perché molto - a livello culturale - si può ancora fare. Ed è solo parlandone, non nascondendo questi fenomeni, che si può progredire. E quindi aiutare.

“Di necessità ne abbiamo molte: da quello delle abitazioni, per ospitare, per dei periodi, dei nuclei familiari, a quello del lavoro, ad esempio con aziende disponibili ad accogliere donne in tirocinio, fino alla semplice necessità di elettrodomestici, mobili o computer - chiude Ceccarello -, quel che è certo è che è difficile generalizzare e i percorsi che mettiamo in atto sono tutti diversi tra loro. Ciascuna storia ha le proprie variabili e porta con sé necessità differenti. Fondamentale, però, è che queste storie emergano. Per parlare sempre meno di femminicidi o violenza e più di rinascita”.

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