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Calcio e ciclismo: dov'è finita la razza Piave?

Ai prossimi campionati europei di calcio gli unici veneti presenti saranno il terzo portiere e i due brasiliani naturalizzati italiani. Sono lontani i tempi dei Baggio e Del Piero. Ed anche il ciclismo non sorride. Nei due sport popolari i giovani non vogliono più far fatica per emergere?

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Calcio e ciclismo: dov'è finita la razza Piave?

Dove sono finiti i campioni Razza Piave? Era un modo di dire, fino a qualche anno fa, nel mondo del calcio, ma non solo, che ben rappresentava la presenza nelle squadre di serie A e in nazionale di campionissimi quali Roberto Baggio e Alessandro Del Piero, ma anche Dino Baggio, e prima Aldo Serena.
E ora? Regione di sportivi il Veneto, ma non più di campioni. Regione di appassionati, tesserati, ma non di campionissimi. Una constatazione che sgorga spontanea osservando i selezionati di mister Antonio Conte in vista del Campionato europeo di calcio. L’univo veneto presente è il terzo portiere Federico Marchetti, vicentino di Bassano del Grappa, convocato in extremis perché gravemente infortunato anche il designato Mattia Perin.
E allora, per trovare qualcuno che abbia un po’ di sangue veneto che scorre nelle vene, paradosso dei paradossi, occorre guardare ai due brasiliani naturalizzati e cioè Thiago Motta, origini di Polesella nel Rodigino, ed Eder, i cui avi erano di Nove, provincia di Vicenza. E neanche nella under 21 di Di Biagio sono presenti calciatori veneti. Inutile sperare anche nei prossimi anni. Christian Maggio (Montecchio Maggiore, al Napoli) e Manuel Pasqual (Musile di Piave, alla Fiorentina fino a quest’anno), che qualche presenza l’avevano ottenuta, hanno faticato a trovar posto nelle loro squadre e quindi sono spariti dai convocabili. Per trovare un veneto agli Europei di calcio dobbiamo rivolgerci, quindi, all’Albania, guidata in panchina dal trevigiano Gianni De Biasi.
Questo se ci atteniamo al calcio, ma nel ciclismo dell’emozionante Giro d’Italia appena concluso non andiamo meglio. Ad altissimo livello siamo rappresentati da Vincenzo Nibali, che è siciliano, e da Fabio Aru, che è sardo... Il ciclismo è ancora lo sport più popolare in Veneto ma fatica a sfornare campionissimi. Buoni ciclisti, sì, ma non di più.

Non è solo una coincidenza
Insomma, cosa sta succedendo a questi sport, che contano tantissimi praticanti nella nostra regione? Che sia questa la fine della cosiddetta “razza Piave” in questi due sport, i più popolari e i più praticati? La domanda l’abbiamo girata a due sportivi e dirigenti molto conosciuti ed anche particolari per le loro specifiche conoscenze in materia.
Claudio Foscarini, di Riese Pio X, ma residente a Bergamo, è un allenatore professionista dopo una carriera da calciatore, reduce dalla bella stagione con la ProVercelli in serie B, dopo aver allenato per dieci stagioni il Cittadella sempre in B. Rispetto ad altri colleghi anche blasonati, Foscarini ha allenato per quattro anni nei settori giovanili di Alzano e di Cittadella, e quindi ha una visione più completa sul fenomeno così come importante ed anche particolare la disamina di Orfeo Antonello, presidente del Giorgione calcio purtroppo quest’anno retrocesso dalla D all’Eccellenza, squadra giovanile rampa di lancio per futuri campioncini, ma anche presidente del Gs Postumia, squadra ciclistica giovanile Castellana.
E’ la fine della “razza Piave” quindi nello sport ad altissimo livello? “Sinceramente non avevo notato questa situazione che, però, è vera - spiega Foscarini -. Si potrebbe chiudere facilmente dicendo che è solo una coincidenza, ma io non credo alle coincidenze e tento una analisi. Penso che fino a vent’anni fa i ragazzi veneti erano molto appetibili dai grandi club ed anche dalle nazionali, giovanili e poi maggiore. I nomi sono lì a testimoniarlo. Da sempre i veneti, anche in base alla mia esperienza di calciatore, sono stati considerati ragazzi con sani principi, seri, volonterosi, molto educati ed ubbidienti, tutte doti che gli allenatori osservano e prediligono. Negli ultimi anni, però, noto che forse non abbiamo più tanta voglia di emergere, di sacrificarci e poi, il Veneto come regione calcistica, non ha più l’appeal che aveva prima. Soprattutto non ha tante squadre di riferimento. I procuratori e gli allenatori guardano più al sud dove i ragazzi hanno più voglia di rivalsa, vogliono emergere. Questo, vale anche per i tecnici. Noi tecnici veneti badiamo più alla sostanza al sodo che alla forma. Ora invece la forma è anche sostanza, cioè non ci mettiamo in vetrina. Mancano i vivai? Io non direi, i vivai ci sono, eccome, tanto è vero che anche in Piemonte si parla del vivaio del Montebelluna, ad esempio. Il problema è che siamo rimasti fermi, non ci siamo evoluti. Basta guardare le società di calcio venete: il Treviso è sparito, il Venezia e il Padova stanno pian piano risalendo la china. Ma in generale mancano investimenti nei vari settori giovanili. Vivo a Bergamo e vedo la grande differenza che c’è con l’Atalanta, tanto per fare un esempio. Insomma io penso che stiamo pagando il fatto di non aver investito adeguatamente nei vari settori giovanili negli ultimi vent’anni”.
Orfeo Antonello parla di giovani di calcio, ma anche di ciclismo con accostamenti molto interessanti: “La situazione è sicuramente anche figlia del momento particolare che stiamo attraversando. In pratica i nostri ragazzi fanno troppo bella vita e si vede la differenza di impegno e voglia di emergere che c’è  tra un nostro ragazzo ed uno, ad esempio, figlio di immigrati che magari fa chilometri per venirsi ad allenare. Infatti nel nostro settore giovanile del Giorgione alcuni ragazzini figli di famiglie straniere inseriti in squadra stanno facendo la differenza, si vede, si nota (il Giorgione ha ceduto il giovanissimo Ibrahima Diallo alla Juve... E anche il trevigianissimo Nicolò Pozzebon). E poi basta vedere gli esempi di Francia, Olanda, Belgio... Insomma i nostri sono ragazzi fragili anche per il tenore di vita che hanno e non sanno più... mangiare l’erba. Non resistono di fronte alle difficoltà. E nel ciclismo si nota ancor di più. Noi siamo costretti a prendere ragazzini che arrivano dalla montagna, abituati alla fatica per avere qualche ciclista di prospettiva. Altrimenti si allenano fino ad un certo punto, poi quando c’è da fare il salto di categoria ed allenarsi una volta in più non lo fanno. Nibali e Aru? Ma c’è qualche ragazzo nostro disposto a fare i sacrifici che hanno fatto questi due per correre in bici? E’ naturale che ora hanno una marcia in più (oltre al talento naturalmente) perché sono stati abituati al sacrificio. Io penso proprio che siamo di fronte ad un passaggio epocale”. Insomma Razza Piave addio, ora abbiamo le sfide sul tablet, comodamente seduti in poltrona.

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