martedì, 16 aprile 2024
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Mons. Marcuzzo ricorda il vescovo Paolo Magnani

“Sentiva la responsabilità di un governo ecclesiale autorevole e non autoritario, voleva farsi presente nelle parrocchie, era attento ai sacerdoti”

Ho avuto il dono di collaborare con il vescovo Paolo Magnani per quasi 12 anni. Non ero preparato a fare il vicario del Coordinamento della pastorale: provenivo da circa vent’anni di servizio tra i giovani. Gli chiesi che cosa comportasse. Mi rispose: “Leggiti il Codice di diritto canonico”. E cominciai la collaborazione: bella, assidua, a volte anche discussa, per diversità di vedute.

Lo ricordo, innanzitutto, come vescovo: uomo chiamato dal Signore e destinato a guidare una diocesi vasta e complessa, come la nostra. Ci teneva molto all’unita dei cuori e alla comunione diocesana. E cercò di essere punto di riferimento per le persone e le Istituzioni. Non fu facile, all’inizio del suo ministero, inserirsi nella ricca storia della nostra diocesi, che aveva maturato, da tempo, un notevole coinvolgimento di tutto il popolo di Dio nelle scelte programmatiche pastorali e nella loro attuazione, attraverso i famosi convegni di Paderno, e poi con il Sinodo diocesano di metà anni Ottanta.

Le giornate pastorali

Comprese il cammino ecclesiale e promosse le giornate pastorali annuali, spesso di tre giorni, aperte a tutte le vocazioni, donando un documento conclusivo, che raccoglieva le riflessioni e le indicazioni operative. Sentiva la responsabilità del governo ecclesiale, che doveva essere servizio autorevole, non autoritario. Mi sollecitava a incontrare spesso i vari responsabili degli uffici diocesani, per una pastorale comune e coordinata.

Prossimità nelle parrocchie

Era un uomo di prossimità alla gente, non sempre facile per il suo carattere. Lo compresi durante la visita pastorale che durò circa 7 anni: esperienza di prossimità e di ascolto. Voleva farsi presente nelle parrocchie, dando tutto il tempo necessario; inizialmente la visita durava una settimana, poi lo convincemmo a incontrare due parrocchie per settimana, altrimenti non saremmo riusciti a concluderla in tempi ragionevoli. Il programma prevedeva la messa di apertura nella sera del mercoledì o giovedì, seguita dalla cena con i sacerdoti e i seminaristi del paese, per un primo approccio informativo. Poi l’incontro con il Consiglio pastorale e gli altri operatori e, nei giorni successivi, con i giovani, i bambini della scuola dell’infanzia e con i ragazzi e ragazze del catechismo, e il dialogo con qualche persona che chiedeva un ascolto particolare. Significativa e sentita la visita in casa ad alcuni malati, con i quali poi teneva corrispondenza. Alla domenica, la messa con tutta la comunità.

Vicino a preti e laici

Da pastore, sentiva di dover dare particolare attenzione ai sacerdoti e in particolare a coloro che passavano un momento di difficoltà: voleva incontrarli e dare il suo sostegno spirituale e affettivo. Mi restano nel cuore le visite ai preti malati gravi e, se giovani, ai loro genitori. Più di qualche volta ho notato in lui una intensa commozione e condivisione. Una volta, andando a trovare un prete giovane che stava morendo, mi disse: non andiamo a portare Gesù, ma a trovare Gesù.

Un’altra sua attenzione fu la cura della spiritualità dei laici. Chiese che programmassimo un itinerario di formazione spirituale, teologica e pastorale dei laici nelle zone pastorali, accanto a quella già ben frequentata nei locali del Seminario: diceva che i laici devono saper dare ragione della speranza che è in loro nei luoghi di vita quotidiana, ma anche avere più responsabilità nella vita delle parrocchie. Volle una casa di formazione spirituale dei laici.

Cercammo un luogo adatto in diocesi, poi scelse la casa don Bosco di don Chiavacci, offerta alla diocesi dagli eredi. Volle fosse raddoppiata nella costruzione e fosse rinnovato lo statuto, inserendo accanto alla cura del creato, la dimensione spirituale, che del resto era stata la prima finalità di don Paolo.

Operò, inoltre, per rilanciare gli oratori. Mi inviò in Lombardia per alcuni giorni a prendere visione di come venivano gestiti quegli oratori ricchi di tradizione. E, quindi, avviò l’ufficio diocesano per gli oratori, ribadendo che non si potevano abbandonare ragazzi e giovani nell’età in cui maturavano le scelte fondamentali della vita.

Aveva a cuore anche la Cattedrale, per il valore simbolico in una Chiesa locale. La fece ridipingere, adeguò il presbiterio alle nuove norme liturgiche, in particolare ponendo vicino all’assemblea l’altare, recuperato dalla prima arca sepolcrale del beato Enrico, un nuovo ambone, una nuova cattedra e un nuovo organo. Evidenziò le tombe dei vescovi del passato e la devozione al beato Longhin. Invitava nelle feste principali fedeli, associazioni ecclesiali e autorità.

Personalmente l’ho sentito come un padre e fratello maggiore nella fede; mi dava fiducia, mi chiedeva spesso collaborazione e mi donava tempi di amicizia, anche con qualche giorno di vacanza, unitamente all’allora segretario don Adriano, che, poi, si trasformavano in giorni di riflessione e comunione fraterna. Spesso mi chiedeva di stare a pranzo in Vescovado, e mi voleva presente quando veniva qualche relatore o personaggio importante... Voleva sapere della mia famiglia e, più di qualche volta, quand’era nei paraggi, si è recato a far visita ai miei genitori anziani.

Studioso appassionato di teologia e di storia. Un uomo di cultura che traspariva nelle conversazioni e nelle scelte pastorali. Una passione, quella dei libri e del sapere che coltivò fino alla fine.

Quando lasciò il Vescovado per raggiunti limiti di età, mi chiese di andarlo a trovare periodicamente: voleva sapere di me, della diocesi e dei fatti occorrenti, condividendo un po’ la sua vita spirituale di anziano: un grandissimo dono per me.

Fino alla fine un uomo di Dio e della Chiesa.

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