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AltreStorie: Una vita a fumetti

Michele Foschini, trevigiano trapiantato a Milano, ha fondato e dirige la casa editrice Bao Publishing, editore di Zerocalcare e Saviano

“Siete meno strani di quello che vi hanno detto, meno soli di quello che temete e più forti di quello che sapete”.

Lui passa la vita a dirlo attraverso il mezzo che gli è più congeniale: il fumetto. E’ così che Michele Foschini, trevigiano trapiantato a Milano, dove ha fondato e dirige la casa editrice Bao Publishing, termina il suo TedX di qualche anno fa, proprio al nostro teatro comunale.

Ironico e profondo, da sempre cerca di colmare distanze, di erodere barriere, fin da quando, giovanissimo sedicenne, riceve una lettera da Elvira Sellerio, che gli spiega perché non può pubblicare il suo inedito di poesie.

Editore di Zerocalcare e di Roberto Saviano, così definisce il suo ruolo di editore: “E’ essere di più che la mamma, l’amante, lo psicologo, il bancomat. Perché devi portare nelle case della gente storie che chiariscano che le vite di tutti sono collegate”.

E il fumetto è uno strumento eccellente per poterlo fare.

Indaffaratissimo, lo raggiungo per una intervista “di penna”.

Infanzia e giovinezza le ha trascorse in terra trevigiana. Dove ha studiato, che luoghi frequentava, quanto ci è rimasto?

Sono nato a Treviso città nel 1976 e ci ho passato i primi ventotto anni della mia vita. Dopo essermi diplomato al Liceo scientifico Da Vinci, mi sono iscritto a Lingue e Letterature straniere a Ca’ Foscari, ma non ho mai completato questi studi. Mi piace pensare che larga parte della mia scelta di percorso professionale sia “colpa” di Fumettomania, la prima fumetteria di Treviso, che aprì nel 1993.

Da qualche parte ho letto che, da ragazzo, era un “nerd” e questo c’entra con la sua professione...

Dico sempre che ero “nerd” prima che fosse socialmente accettabile. (Il “nerd”, per definizione, è un giovane di modesta prestanza fisica e dall'aspetto insignificante, che compensa la scarsa avvenenza e le frustrazioni che ne derivano con la passione e la notevole inclinazione per le innovazioni, ndr). Giocare a Dungeons & Dragons, sapere a memoria le identità segrete dei supereroi, avere il numero di telefono di famosi autori americani di fumetti mi rendeva strano, non certo popolare, quando ero al liceo.

“Ci rivolgiamo a un pubblico avvezzo alla lettura, con un catalogo che parla a tutti, non disdegnando l’impegno sociale”

Come è sbarcato in terra milanese?

Il grande maestro Disney Giorgio Cavazzano mi segnalò alla redazione di Topolino, e nel 2005 decisi che era il caso di andare a viverci più vicino. Per i primi anni ho vissuto da sceneggiatore e traduttore letterario free lance, e mai avrei pensato di fare l’editore, sinceramente.

Però ha incontrato Caterina Marietti e insieme avete messo a terra l’esperienza di Bao Publishing. Ce la racconta?

Nel 2008, lavoravo per un piccolo editore di fumetti, e dovevo portare un ospite americano a presentare la sua ultima pubblicazione alla Fnac, libreria e fumetteria di Milano. Caterina lavorava agli eventi di quella grande libreria, e si era dimenticata di ordinare le copie del fumetto che dovevamo presentare. Per fortuna io ne avevo il bagagliaio dell’auto pieno. Le dissi: “Ci rivediamo a Lucca tra qualche giorno?” e da allora non è più riuscita a liberarsi di me. Dopo un anno di viaggi verso le principali fiere del fumetto del mondo (lei non era mai stata né ad Angoulême né a San Diego, fino a quel momento) decidemmo di provare a fondare una piccola casa editrice “dalla parte del lettore”.

Perché proprio fumetti? Che cosa ci vede di speciale?

Perché li amiamo e li conosciamo profondamente, e perché hanno un potenziale narrativo che la maggior parte della gente ignora. Quando riusciamo a farlo scoprire, l’effetto è detonante, fortissimo, e creiamo nuovi e appassionatissimi lettori.

Lei ha parlato del “valore fragoroso del silenzio”, riferendosi proprio al fumetto. Ci può spiegare questo concetto?

La narrazione a fumetti è fatta di parole e immagini, ma non ha bisogno che qualcuno dica costantemente qualcosa. Può usare lo spazio negativo per illustrare senza mostrare, le “closure” tra le vignette per alludere ad azioni che non si vogliono esplicitare, e allo stesso modo può tenere alta l’attenzione anche quando c’è silenzio in scena. Il silenzio nelle tavole a fumetti è l’attore più raffinato.

A quale pubblico vi rivolgete? Chi legge i vostri fumetti?

Ci rivolgiamo a un pubblico adulto e avvezzo alla lettura. I nostri lettori sono equamente ripartiti tra uomini e donne, e hanno un’età media tra i 25 e i 45 anni. Non esiste un singolo fumetto “per tutti”, ma noi cerchiamo di avere un catalogo capace di parlare a tutti, non disdegnando opere di chiaro impegno sociale, per pubblicare le quali non ci secca affatto schierarci ideologicamente.

Come è andata con Zerocalcare? Quanto ha contato nel successo della vostra idea imprenditoriale?

Quando Makkox ce lo ha presentato, ci è stato subito simpatico. E il suo successo è stato clamoroso fin dall’inizio. Il nostro vero talento è stato saper crescere al passo dell’aumento della sua popolarità. Poi, abbiamo avuto la fortuna che ci siamo trovati anche umanamente, e per Caterina e me è ormai un caro amico. Io mi faccio decine di ore di firma copie alla volta, al suo fianco, in giro per l’Italia, quando esce un suo nuovo libro. Il suo clamoroso successo trasversale ha dato legittimità al nostro progetto editoriale, e, a livello commerciale, be’, è due terzi del nostro fatturato.

E con lo scrittore Roberto Saviano?

Incontrai Roberto nel 2015 e ci venne voglia di fare un fumetto autobiografico insieme. Scelse lui Asaf Hanuka, fumettista israeliano, come illustratore. Coordinarli da remoto non fu impresa facile. Ricordo ancora il giorno in cui Asaf e io eravamo per caso alla stessa convention di fumetti a New York e io riuscii a fargli incontrare Roberto in una bakery, una panetteria, di Brooklyn, nonostante la linea del metrò di cui avevamo bisogno avesse preso fuoco. Parlarono del libro per ore, ma ci vollero ancora anni prima che fosse completato. E’ stato un onore metterci al servizio della narrazione di uno scrittore del calibro di Roberto Saviano.

Qual è il rapporto con i vostri autori?

Li trattiamo in modo professionale, per prima cosa, ma cerchiamo di far capire loro che è il mio lavoro dei sogni, e lo faccio con le persone migliori che io conosca.

Si legge che lei fa di tutto alla Bao. Non riesce proprio a delegare?

Per prima cosa senza la mia squadra sarei morto. Ho piena fiducia nel loro lavoro e ci sono aspetti della nostra attività che non saprei da che parte cominciare a gestire. Ciò detto, ci tengo al tocco personale. Rispondo ancora io al servizio clienti, perché sento di avere il “tono di voce” giusto per gestire le lamentele e le problematiche. E ho la fortuna di avere sviluppato un pacchetto di competenze abbastanza unico nel nostro settore. Non sono probabilmente il migliore in nulla, ma la sfido a trovare un’altra persona nella mia posizione capace di districarsi in tutti gli aspetti che gestisco io.

Quali sono i rapporti oggi con la sua città di Treviso?

Ci torno per far visita alla mia famiglia, per salutare gli amici e per il Treviso Comic Book Festival. Vorrei che si aprisse un po’ di più al mondo, ho sempre la sensazione che non si impegni molto per farsi conoscere e apprezzare.

C’è futuro per il fumetto? In libreria si allungano gli scaffali con proposte specifiche.

Premesso che spero ci sia futuro per l’umanità, visto il periodo, e che la gente ha sempre meno voglia di investire il tempo necessario all’attività della lettura, in generale, sento che lo stigma sociale contro il fumetto si sta dissolvendo, e che ora l’editoria del fumetto può avere le stesse preoccupazioni di quella della narrativa in prosa. Desideriamo restare importanti, perché sentiamo che raccontare storie è importante. Non è escapismo, non è distrazione, ma il contrario: leggere aiuta a capire il mondo, e a gestirne le problematiche.

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