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Editoriale: l'Italia è un Paese per vecchi

Denunciare le situazioni può essere facile, tuttavia il problema della natalità non si può risolvere solo con qualche sussidio economico. Modificare una mentalità e una cultura rinunciatarie verso la vita e il futuro richiede anni di lavoro e grandi investimenti

13/04/2023

“Italy is disappearing” (“L’Italia sta scomparendo”): è il tweet di pochi giorni fa con cui Elon Musk, proprietario e presidente del noto social Twitter, commenta i numeri sulla demografia italiana.
In effetti, i dati dell’Istat inerenti al 2022 dicono che in Italia, per quanto riguarda la natalità, abbiamo raggiunto il punto più basso dal dopoguerra: meno di 400.000 nascite, a fronte di oltre 700.000 decessi. Di questo passo, in una trentina d’anni, perderemo qualcosa come 5 milioni di abitanti. Siamo uno dei Paesi in Europa (dopo Malta e Spagna) che fanno meno figli: l’1,34 per donna, rispetto alla vicina Francia che ha un tasso di fertilità dell’1,85. Sembra che, nel nostro Paese, per invertire la tendenza, non servano nemmeno gli incentivi e i “bonus” che da qualche anno lo Stato destina alle famiglie con figli a carico. L’Ufficio statistico dell’Unione europea (Eurostat) ha calcolato che mentre a ogni figlio francese spettano circa 4.000 euro l’anno di sostegni, a uno italiano ne arrivano circa la metà. Dunque, il fossato tra i due Paesi è ancora profondo e noi abbiamo ancora tanta strada da fare, per recuperare terreno. Dovremmo mettere in campo tante risorse che, attualmente, non sappiamo dove e come reperire. E’, però, sul sistema fiscale che sembra si stia giocando la vera partita. In Francia, infatti, il così detto “Quoziente familiare” rende fiscalmente molto conveniente avere più figli. Anche se, nonostante una tale avveduta politica familiare, pure in quel Paese nel 2022 c’è stata una certa flessione delle nascite. Il che vuol dire che il problema della natalità va ben oltre l’erogazione, seppur importante, di sussidi e sostegni.

Un Paese sbilanciato
Tutti conveniamo che un Paese senza nascite metta una seria ipoteca sul suo futuro. Sia per la riduzione progressiva della “forza lavoro” giovanile, con grosse ricadute sul piano produttivo ed economico (pensiamo solamente al problema contributivo e pensionistico), sia per la nuova situazione sociale e culturale che verrà a crearsi, a motivo del forte sbilanciamento tra anziani, in qualche modo “garantiti”, e giovani coppie che si ritrovano senza un traguardo o un progetto credibile e possibile e, quindi, senza un particolare interesse a investire nei figli.
L’invecchiamento della popolazione non è mai una buona cosa.
Della serietà del problema ci rendiamo conto anche guardando alle nostre parrocchie, le quali, non solo sono investite dal calo della fede e della pratica religiosa, ma anche da quella carenza di bambini e di giovani che sta mettendo in difficoltà le scuole (pensiamo alle nostre materne parrocchiali), togliendo alle stesse comunità civili linfa e vitalità. Purtroppo, non sembra che al momento questo problema della denatalità sia in grado di scuotere la gente e di far breccia nella cultura o mentalità comune.

Senza uno sguardo sul futuro
Il problema che ci investe, però, è soprattutto di tipo culturale, ossia dovuto all’imporsi di una mentalità, di un costume, di una visione della vita e del mondo sempre più anguste e poco fiduciose e disposte a “rischiare” in vista del futuro. Oggi si direbbe che siamo sempre più concentrati sul “qui” e “ora”, presi dalla ricerca individualistica, a volte persino compulsiva, dell’utile e del confortevole.
Purtroppo, come dice il sociologo Giuseppe De Rita, senza un’idea condivisa di futuro, i sussidi e gli stessi servizi che lo Stato mette a disposizione non servono. Da tempo, infatti, siamo un Paese che non ha un traguardo futuro. Nemmeno i programmi di investimento dei fondi del Pnrr sembrano granché lungimiranti e traguardati alle nuove generazioni. La stessa politica, spesso ripiegata sulle urgenze del presente e attenta alla “sensibilità” degli elettori, sembra non riesca più a infondere fiducia nella gente e a motivare la società circa la necessità di guardare avanti, di crescere e di avere ambizioni per il futuro.
Per quale motivo, si chiede De Rita, gli italiani dovrebbero fare più figli, dal momento che viviamo in una cultura della convivenza piuttosto che dell’impegno, e tendiamo ad accettare una vita basata non sul futuro, ma sull’esistente? E come mai non ci scaldiamo il cuore, né ci muovono ad agire e a investire, temi scottanti e grevi di conseguenze, come quelli delle diseguaglianze e dell’emergenza ambientale?

Modificare la mentalità?
Denunciare le situazioni può anche essere facile. Il problema della natalità e del futuro del nostro Paese non si può pensare di risolverlo solo con qualche sussidio economico. Modificare una mentalità e una cultura rinunciatarie verso la vita e il futuro, richiede anni e anni di lavoro e grandi investimenti, sul welfare, sulle politiche familiari, sulla scuola e sui tanti luoghi ed esperienze culturali e formative ancora oggi molto diffusi in Italia.
Non è detto che si potrà invertire la tendenza perché facciamo parte di un mondo occidentale, chiuso nei suoi egoismi, e segnato da quello che oggi appare un inarrestabile declino. Ma, come dicevamo, almeno in qualche Paese, si intravedono dei segni positivi. Noi vogliamo ancora sperare che una responsabile alleanza tra Chiesa, Stato, società civile e politica, qualche frutto possa ancora darlo. Forse, alla base dovrebbe starci un impegno comune a promuovere nuovi stili di vita.

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