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Caos Haiti, continuano i saccheggi e le violenze

Difficoltà nel formare un Consiglio di transizione dopo le dimissioni del presidente Ariel Henry
18/03/2024

Continuano ad arrivare da Haiti notizie di un Paese quasi in guerra civile, nel quale molti punti chiave della capitale Port-au-Prince sono in mano alla criminalità. Sabato, a Port-au-Prince, come riportano le maggiori agenzie, il porto è stato saccheggiato, tra cui un container di articoli essenziali per i neonati e le loro madri, tra cui rianimatori e altre forniture vitali, come ha fatto sapere l’Unicef in un comunicato. Oltre a forniture per la maternità e la neonatologia, il container saccheggiato conteneva anche “attrezzature per lo sviluppo e l’educazione della prima infanzia e acqua”, ha dichiarato l’Unicef. Più di 260 container fermi al porto sono ora controllati dai gruppi armati, secondo quanto riferisce l’organizzazione.Sempre nel fine settimana, la polizia haitiana ha sequestrato armi e ha tentato di riprendere il controllo di un quartiere di Port-au-Prince presidiato dal leader delle bande criminali, Jimmy ‘Barbecue’ Chérizier, in un’operazione che ha provocato la morte di diverse persone. “La polizia sta attuando nuove strategie con l’obiettivo di recuperare alcune aree occupate negli ultimi giorni da queste bande armate, al fine di facilitare la libera circolazione dei cittadini pacifici”, si legge in un comunicato della Polizia.

Mentre gli Stati Uniti stanno proseguendo nell’evacuazione dal Paese dei pochi connazionali rimasti, gli echi della crisi haitiana si avvertono anche nella vicina Repubblica Dominicana, dove si segnalano arresti arbitrari da parte della polizia migratoria verso profughi haitiani. In particolare, una denuncia, pervenuta al Sir, arriva dai missionari domenicani di El Seibo, per un fatto accaduto venerdì scorso in un centro di accoglienza. “Sono arrivati armati, sbattendo forte sulle porte – il racconto dei missionari –, svegliando adulti e bambini. Li hanno minacciati, hanno chiesto loro i documenti, li hanno aggrediti e hanno rotto qualsiasi cosa bloccasse il loro cammino. Ci sono state aggressioni, minacce con armi da fuoco, furti di denaro e telefoni cellulari da parte dei soldati. Alcune persone sono state portate via, tra cui donne incinte, minori e anziani, tutte persone molto vulnerabili”.Ciò è avvenuto “nonostante le Nazioni Unite abbiano chiesto alle autorità dominicane di interrompere le deportazioni forzate di persone di origine haitiana e di rispettare i diritti umani di queste persone che cercano di migliorare la propria vita altrove. Stéphane Dujarri, portavoce del Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha infatti dichiarato che non si possono effettuare deportazioni di massa in un Paese che non è sicuro, come è la situazione attuale ad Haiti”.

Dall’altra parte, si prolunga la transizione nel Governo del Paese, che di fatto resta in mano alle gang criminali. I disaccordi interni hanno impedito l’individuazione dei membri che formeranno il Consiglio presidenziale di transizione, previsto contestualmente alle dimissioni del premier Ariel Henry.

Dal Kenya, invece, arriva la notizia che il Paese conferma la sua volontà di capeggiare la forza di polizia internazionale, chiamata a pacificare il Paese. Ma resta forte l’incertezza dovuta all’atteggiamento di personaggi “chiave”, come Jimmy Chérizier, alias Barbecue, il “capo” che ha riunito varie bande armate nella coalizione “Vivere insieme”, o l’ex leader golpista Guy Philippe, rientrato nel Paese dopo aver scontato una condanna per narcotraffico negli Usa. Entrambi si sono detti contrari all’accordo raggiunto in questi giorni.Per quanto riguarda il contesto ecclesiale, da registrare la nota diffusa ieri dalla Clar, la Conferenze dei religiosi e religiose di America Latina e Caraibi. L’organismo “ribadisce il suo sostegno ai religiosi che vivono ad Haiti. Accompagniamo con la nostra preghiera il cammino di tutti i religiosi e le religiose che resistono, mantengono la creatività apostolica e si impegnano a costruire il Regno in mezzo alla difficile situazione che sta vivendo il popolo haitiano. Apprezziamo i loro sforzi per rimanere seminatori di pace e custodi di speranza. Ci uniamo a tutti coloro che chiedono la fine della violenza e il recupero delle istituzioni che rendono possibile la democrazia e il rispetto dei diritti”.

La Clar, nel contempo, invita i religiosi “a non rimanere indifferenti alla situazione del popolo haitiano, a rendere visibile nei diversi angoli del continente la sofferenza dei nostri fratelli e sorelle di Haiti; a partecipare attivamente agli spazi in cui si genera la riflessione che porta alla pace; a promuovere il dialogo tra la società civile e gli attori politici; a difendere la pace attraverso le loro azioni e nel luogo in cui si trovano; a promuovere strumenti che rendano possibile la riconciliazione; a generare canali umanitari nelle zone di confine che rendano possibile l’ospitalità che unisce; a pregare con insistenza per il popolo haitiano”.

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