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Storie di ebrei profughi da altri Paesi rifugiatisi alle pendici del Grappa

Accolti a rischio della propria vita a Cavaso e Possagno

Arriva dalla costa dalmata la maggior parte degli ebrei in internato libero a Possagno e a Cavaso del Tomba. L’Italia, dopo le leggi razziali, era un Paese assai difficile per gli ebrei profughi dagli altri Paesi europei che i tedeschi avevano occupato. La loro condizione non era, però, molto diversa da quella degli stranieri che erano stati “sorpresi” dalla guerra in Italia e che il Governo considerava potenziali spie. Fu, però, la campagna jugoslava di Hitler a portare un flusso consistente di profughi ebrei in Veneto.

Da Spalato arrivarono cinque gruppi, in tutto 1.045 persone, tra novembre e dicembre 1941. Furono sistemati in alcuni Comuni delle province di Vicenza, Treviso, Asti, Aosta e Parma e vi restarono fino all’occupazione tedesca. La ragione per cui le autorità italiane autorizzarono i trasferimenti in Italia fu che, temendo in quelle zone disordini, se non addirittura azioni di resistenza armata da parte della maggioranza slava della popolazione, nei profughi ebrei si vedeva un ulteriore pericolo per la pubblica sicurezza. Il prefetto di Fiume, l’Alto commissario per la provincia di Lubiana e il Governatore della Dalmazia miravano, quindi, a liberarsi della loro presenza.

Complessivamente, si stima che tra internamento libero e campi di concentramento, il numero degli ebrei stranieri in Italia fosse attorno alle diecimila persone. Erano esonerati dall'internamento gli ebrei arrivati in Italia prima del 1919, le persone sposate con un cittadino italiano e in alcuni casi donne e bambini a cui fu permesso di restare dove si trovavano.

Può sembrare strano che Mussolini, dopo il 7 settembre del 1938, quando entra in vigore una delle leggi razziali che espelle gli ebrei stranieri, dopo aver dato inizio agli internamenti, abbia autorizzato l’arrivo di tanti ebrei. Appare evidente che Mussolini non ricorse, nonostante le frequenti pesanti minacce, al mezzo estremo dell’espulsione di massa, perché sarebbero inevitabilmente insorte difficoltà con i Governi dei Paesi vicini.

Tutto cambiò dopo l’8 settembre 1943, dopo l'armistizio, l'occupazione tedesca dell’Italia comportò il trasferimento nei campi di sterminio, in genere Auschwitz Birkenau, degli ebrei in Italia: quella che durante il fascismo era una persecuzione che negava i diritti, diventa, per opera dei tedeschi e dei repubblichini di Salò, una persecuzione della loro vita: furono deportati quasi otto-novemila ebrei e solo un migliaio di salva.

Molti sfuggirono alla cattura grazie alla solidarietà della popolazione italiana e dal tempismo che ebbero nell’allontanarsi dai luoghi di internamento coatto. Questa sorte toccò a Ernestina Poljokan, originaria di Banja Luka, che, proveniente da Mareno di Piave, era ospitata da una famiglia di Cavaso del Tomba assieme a Ella Poljokan, Enrico Widman, Azo Widman, Ella Schwarz, Silvio Kabiljo e Marco Poljokan. La presenza di quest’ultimo a Cavaso è confermata dal racconto di Ettore Damini, studente del liceo Franchetti di Mestre che, perseguitato politico, si rifugia a Cavaso. “Giunto a Cavaso [luglio 1943] - scrive il Damini -, mi misi subito e alacremente a studiare la lingua inglese assistito da un mio amico, un ebreo serbo, confinato politico a Cavaso. Si chiamava Silvio Kabiljo ed alloggiava dal dottor Gino Dalla Favara. Era uno studente universitario di Belgrado che aveva il solo torto di essere un ebreo. Silvio non avrebbe potuto avere contatti con alcuno senza il permesso dei questurini, ma noi infrangevamo questa regola anche due volte al giorno, di mattina presto e di sera. Studiavo accanitamente, ore e ore ogni giorno. Avevo fretta di imparare. Silvio sapeva che ero un antifascista, ma non sapeva che stavo progettando la fuga verso gli Alleati”.

Il gruppo di Ernestina si salvò, come confermano i dati del Centro studi sull’Internamento di Vicenza, grazie a una stanza ricavata segretamente nella casa che li ospitava. A Cavaso si rischiò la vita per salvarli, in tanti mantennero il silenzio, forse lo stesso podestà.

Consultando i dati del sito “internamentoveneto.it”, si può constatare che anche a Possagno ci furono molti ebrei arrivati da est, in tutto furono 27: 22 jugoslavi, 4 polacchi, 1 austriaco. Riuscirono tutti a sopravvivere, tra questi anche Rakower Shlomo, che dopo l’armistizio venne aiutato a nascondersi da Fausto Cunial e dal giovane partigiano Alessandro Bastianon. Cunial lo accompagnò, poi, a San Zenone degli Ezzelini, dalla famiglia di Alfonso Gazzola e Pierina Lessio, dove trovò rifugio anche Kalman Greidinger.

Un’altra pagina di solidarietà verso gli ebrei scritta alle pendici del Grappa.

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