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Erasmus, possibilità che sfruttano in pochi

Spesso sentiamo parlare della “Generazione Erasmus” in riferimento a quei giovani che ci piace immaginare come cittadini d’Europa, che parlano un inglese fluente oltre a un’altra lingua straniera, che si spostano tra i vari paesi dell’Unione aperti al cambiamento e a nuove opportunità di crescita. L’obiettivo del programma Erasmus infatti è sostenere lo sviluppo formativo, professionale e personale dei ragazzi nel campo dell'istruzione, della formazione e dello sport, in Europa e nel resto del mondo, contribuendo alla crescita sostenibile, a posti di lavoro di qualità, al rafforzamento dell'identità europea. Il nome del programma, intitolato al filosofo Erasmo da Rotterdam per via dei viaggi che compì in tutta Europa e iniziato nel 1987 come scambio universitario, oggi coinvolge anche gli insegnanti e i ragazzi della scuola secondaria ma, a fronte di un allargamento della platea simbolicamente indicato da un “plus”, i numeri sembrano essere piuttosto ridotti.

Secondo dati Indire, l’istituto che gestisce Erasmus in Italia, gli studenti italiani tra i 19 e i 26 anni che partecipano al programma sono pochi, anzi pochissimi, meno del 2% tra coloro che potrebbero goderne. L’incremento dei numeri a livello europeo è dato dall’aumento dei Paesi che ne prendono parte ma, il programma, sembra non essere in grado di avere un ampio consenso, anche per motivi economici: il contributo, infatti, copre solo una piccola parte delle spese da sostenere. È abbastanza usuale parlare con docenti universitari dispiaciuti dalla scarsa partecipazione ai bandi e dalla corrispondente perdita delle risorse a disposizione. Il rischio è che anche l’Erasmus, come altre iniziative di istruzione, nato per offrire a tutti la possibilità di aumentare il proprio apprendimento e le proprie competenze, diventi un’attività di nicchia, un’occasione che solo pochi sanno o possono cogliere, aumentando la forbice delle differenze tra i giovani che vivranno in un mondo sempre più basato sulla conoscenza.

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