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Il metano inquina, dito puntato sugli allevamenti intensivi

In Pianura padana, il 40 per cento delle emissioni arriva dalle eruttazioni dei ruminanti. Ma dagli allevatori si fa sapere che i rimedi esistono, e già si stanno facendo molti passi in avanti

Il metano ti dà una mano. Quante volte abbiamo sentito questo slogan. Nell’immaginario collettivo, ha contribuito ad avere un atteggiamento più positivo verso questa forma di propellente. In effetti, quando brucia nei motori a scoppio, produce meno particolato e meno CO2 rispetto a benzina e gasolio.

In Italia, il 37 per cento dei consumi energetici è in metano. Tuttavia, disperso nell’atmosfera e non bruciato, il metano è il responsabile, da solo, per il 30 per cento, almeno, dell’innalzamento della temperatura. E’ un gas climalterante, e la sua presenza in atmosfera è cresciuta più degli altri gas serra. Aumenta il riscaldamento globale 82 volte di più della CO2. In compenso, in un solo decennio il metano si deteriora e sparisce dall’atmosfera.

Il metano è un gas incolore ed è il componente principale del gas naturale. Le sue emissioni provengono dalla produzione e dal trasporto di carbone, gas naturale e petrolio, nonché dal bestiame e da altre pratiche agricole, dall’uso del suolo e dalla decomposizione dei rifiuti organici nelle discariche municipali. Nel 2021, la maggior parte delle emissioni di metano è arrivata da agricoltura, silvicoltura e pesca. Il metano resta nell’atmosfera meno dell’anidride carbonica, ma è più dannoso, è un gas serra molto potente.

Tra i combustibili, l’incremento è particolarmente visibile nel caso del metano, passato da meno di mille (nel periodo pre-industriale) a quasi 2 mila parti per miliardo. Come rileva Copernicus, il servizio di monitoraggio atmosferico europeo, nel 2021 siamo arrivati a 1.876 particelle per miliardo, il record degli ultimi 800 mila anni. Anche secondo l’agenzia Internazionale dell’energia (Iea), questo gas ha un ruolo rilevante nell’innalzamento delle temperature.

Cause umane

Non si può escludere che i recenti aumenti delle concentrazioni di metano siano collegati a un aumento delle emissioni causate dall’uomo. Si teme che le emissioni dell’industria del gas naturale potrebbero essere molto più elevate di quanto dichiarato ufficialmente. I nuovi satelliti per misurare l’aumento delle concentrazioni atmosferiche di metano, derivate da grandi perdite, stanno solo adesso iniziando a essere ottimizzati. Quanto metano sia andato disperso con la rottura del gasdotto russo europeo Nord Stream e quanto sia fuoriuscito dai depositi russi, perché non più trasportato in Europa, è difficile da stabilire. Per limitarsi solo agli incidenti più recenti e più noti.

Dal punto di vista scientifico, il metano è sfuggente. Può provenire da fonti diverse, il 60 per cento proviene dall’attività umana: emissioni dei ruminanti, dei rifiuti, delle industrie e delle miniere di carbone. Ci sono, però, anche cause naturali difficilmente quantificabili, come il rilascio di metano dalle zone umide.

Le “responsabilità”
dei bovini

Il dito viene, spesso, puntato sugli allevamenti intensivi: ad esempio, sarebbero questi la causa del forte inquinamento della Pianura padana. Il metano, qui, deriva dalle eruttazioni dei ruminanti, circa il 40 per cento, il 35 per cento da combustibili fossili e il 20 per cento dei rifiuti. l’Ispra (Istituto superiore per la Protezione e la ricerca ambientale) afferma che la fermentazione intestinale causa circa il 45 per cento delle emissioni totali di metano del settore agricolo, mentre il 20 per cento arriva dalle deiezioni degli animali.

Non basta, questo, a spiegare i cambiamenti climatici e il riscaldamento globale, ma è un dato di fatto che gli allevamenti contribuiscono in maniera significativa. In alcuni Paesi europei, si sta cercando un’alimentazione per i ruminanti che non implichi la produzione di metano durante la digestione.

Gli allevatori, tuttavia, non sono disposti ad accettare queste conclusioni. “In ambito zootecnico - affermano - sono stati fatti molti passi avanti per ridurre la produzione di metano dei bovini, grazie ad additivi nei mangimi o digestori anaerobici.

I rimedi esistono

Ad esempio, è stato messo a punto un probiotico, composto da tre ceppi batterici, che aggiunto al mangime è capace di indurre una riduzione del 68 per cento di metano, mentre un altro, composto da un solo ceppo di microrganismi batterici riesce a ottenere una riduzione del 78 per cento. C’è anche un integratore a base di un’alga rossa che ha la capacità di ridurre addirittura del 92 per cento il metano prodotto nel rumine delle vacche alimentate con questo supplemento. Queste tecniche non hanno conseguenze sulla loro salute, sul sapore della carne, sulla produzione o sulla qualità di latte e formaggi”.

Il professor Frank Mitloehner, dell’Università della California, afferma che quello dei ruminanti è “un carbonio riciclato”, che attraversa un ciclo ed è molto diverso dal carbonio fossile, che, invece, percorre una via a senso unico, dal basso in alto nell’aria: “Se manteniamo costante il numero di animali allevati, la quantità di metano prodotta dalle vacche e quella di metano distrutta si bilanciano a vicenda. Ciò significa che non si aggiunge nuovo carbonio nell’atmosfera e quindi non abbiamo nessun riscaldamento aggiuntivo”. Se, poi, gli allevamenti con le diete e con altri sistemi abbattono la produzione animale di metano, andiamo verso la riduzione del metano in atmosfera.

Il 19 settembre 2022, 122 Paesi, tra cui l’Italia, hanno firmato il Global methane pledge (impegno globale sul metano) con il quale si impegnano a ridurre del 30 per cento le emissioni di metano in tutti i settori, entro il 2030. Il metano di qualsiasi origine deve essere abbattuto, per intervenire velocemente sui cambiamenti climatici. Proprio l’enorme bacino della Pianura padana è uno dei luoghi dove si può sperimentarne meglio gli effetti. Qui il metano non si sparge proporzionalmente in tutta l’atmosfera mondiale, ma chiuso in questo grande catino, ristagna e provoca un surriscaldamento localizzato.

a cura di M. Montagnin

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