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All’Arena di Verona il popolo della pace si scopre vivo e variegato, attorno a papa Francesco

“Nella nostra società si respira un’aria stanca - dice Francesco -. La pace non si inventa da un giorno all’altro, va curata. Nel mondo oggi c’è questo peccato grave: non curare la pace
18/05/2024

Don Luigi Ciotti e padre Alex Zanotelli, Amadeus e Ligabue, la cantante trevigiana Erica Boschiero e lo scrittore Alessandro Bergonzoni. E’ variegato il popolo della pace, sul palco e sui gradoni dell’Arena, dove sono in dodicimila. Tanti ospiti vengono da lontano, e portano la loro testimonianza dal Brasile dalla Guinea Bissau, dall’Uganda, dall’Afghanistan e, in modo speciale, da Israele e Palestina, con l’abbraccio tra Maoz Inon e Aziz Sarah, rispettivamente israeliano e palestinese . E naturalente c’è lui, papa Francesco, applaudito dall’Arena, che delinea, interagendo con i presenti, il “Vangelo della pace”.

“Nella nostra società si respira un’aria stanca - dice Francesco -. La pace non si inventa da un giorno all’altro, va curata. Nel mondo oggi c’è questo peccato grave: non curare la pace. Il mondo è in corsa. ‘Rallentare’ può suonare come una parola fuori posto, in realtà è l’invito a ricalibrare le nostre attese e le nostre azioni adottando un orizzonte più profondo e più ampio. Si tratta di fare una ‘rivoluzione‘ in senso astronomico: andare a cercare la pace. La pace si fa col dialogo. Riconoscere gli altri”.

Ma la pace non vuol dire assenza di conflitti. “Se c’è vita, se c’è una comunità attiva, se c’è un dinamismo positivo nella società, allora ci sono anche conflitti e tensioni. È un dato di fatto: l’assenza di conflittualità non significa che vi sia la pace, ma che si è smesso di vivere, di pensare, di spendersi per ciò in cui si crede”. Il Papa si è rivolto ad Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, e a Sergio Paronetto di Pax Christi. “Da un conflitto mai si può uscire da solo, ci vuole la comunità. Da un conflitto si esce per essere migliori, da sopra. Dobbiamo essere capaci di dare nomi ai conflitti e prenderli per mano. E uscirne da sopra e accompagnati”. E ha aggiunto: “L’uniformità non serve, serve l’unità. E per avere l’unità occorre lavorare con i conflitti. Non avere paura dei conflitti, bisogna imparare a risolverli. Siamo chiamati a lasciarci interpellare dal conflitto per metterci alla ricerca di come risolverli, dell’armonia”. Per costruire la pace, occorre ridare attualità a parole che si stanno perdendo: partecipazione, comunità, popolo.

Non esita, il Papa, a chiedere silenzio e impegno personale, di fronte all’abbraccio di Maoz Inon e Aziz Sarah. “Entrambi hanno perso i familiari. La famiglia si è rotta per questa guerra. A che serve la guerra? Facciamo uno spazio di silenzio perché non si può parlare troppo. Serve sentire”., ha scandito Francesco. “Vogliamo la pace, altri dicono che non ci sono speranze, ma noi la speranza la creiamo, la speranza è un’azione. Molti ci chiedono: la pace è possibile? Arena di Pace è la risposta. Voi siete la prova che la pace è possibile”, hanno detto all’unisonol’israeliano e il palestinese. Una risposta che prova invertire la rotta, a dire che “pace” non è ancora una parola “fuori moda”, come purtroppo molti ritengono, secondo quanto ha detto Andrea Riccardi. “Dobbiamo costruire alleanze anche con chiunque rifiuti violenza è guerra”, ha esortato don Luigi Ciotti Ciotti, per il quale bisogna “convertire il lessico della guerra per la pace, combattere per la pace in tutte le sedi possibili”. Serve “riarmare la diplomazia, cioè restituirle spazio, strumenti e diserrare le discussioni che vedono nella guerra necessario un dissenso chiaro verso le ragioni della guerra”.

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