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Chiesa e Islam a Treviso

I racconti dei responsabili delle sale di preghiera islamiche sono stati raccolti in una tesi di Laurea magistrale in Scienze religiose

Sorrisi, profumi e uomini contenti di essere musulmani oggi, nel territorio che ha saputo accoglierli. Sono questi gli ingredienti di tutta l’avventura della mia tesi.

Mi chiamo Francesco, ho 27 anni, insegno Religione e lo scorso novembre ho discusso il mio elaborato di Laurea magistrale in Scienze religiose, con il quale ho raccolto l’esperienza di alcuni fedeli di sei comunità musulmane della provincia di Treviso. Quello che ho cercato di indagare è il rapporto tra queste realtà e la Chiesa di Treviso e il ruolo dei musulmani di seconda generazione.

L’interesse per l’argomento era iniziato già durante la frequenza ai corsi universitari e il professor Gianpietro De Bortoli, mio relatore, mi aveva consigliato di incontrare don Bruno Baratto, incaricato per il dialogo con l’Islam. Lui mi ha indicato il tema della tesi, consigliandomi di svolgere delle interviste.

Ed eccomi, la scorsa primavera, impegnato a rintracciare i rappresenti delle comunità. Alla fine ho raccolto la disponibilità di dieci uomini di diverse nazionalità: sei marocchini, due macedoni e due senegalesi. Rappresentano la comunità senegalese di Montebelluna, la comunità, sempre senegalese, di Vittorio Veneto, le comunità marocchine di Villorba, Montebelluna e Castelfranco e la comunità bengalese di Conegliano. Tra tutti gli intervistati, soltanto due appartengono alla seconda generazione di migranti.

La presenza

Elaborando le risposte raccolte, una prima evidenza è che i giovani vivono l’appartenenza alla religione come una scelta, diversamente dai loro genitori che, in patria, sperimentavano l’Islam come un fatto ovvio. E’ interessante la testimonianza del presidente della sala Attawasol di Montebelluna, che racconta come il sermone dell’imam oggi viene tradotto anche in italiano per chi non parla l’arabo. In ogni sala di preghiera, inoltre, c’è difficoltà a stimolare la partecipazione dei giovani, a eccezione dei rappresentanti della sala Most di Asolo, i quali riportano una buona affluenza di ragazzi. Emerge anche l’impegno nel volontariato, in collaborazione con altre associazioni, come ad esempio le iniziative ecologiche di Plastic free da parte di Attawasol, la partecipazione alla rete del volontariato della Castellana, da parte della sala di Castelfranco, e la curiosità rispetto alle iniziative Avis della sala Most. Numerosi sono anche i racconti di collaborazione proficua con le istituzioni. Esempi paradigmatici sono riportati dalla sala di Castelfranco e di Villorba che oggi vantano ottimi rapporti con le Amministrazioni comunali, ma in anni passati i Comuni avevano ostacolato il loro insediamento nelle sedi attuali. E per concludere, merita attenzione anche la collaborazione tra le sale e gli esercizi commerciali del circondario. E’ il caso della sala di Conegliano che ha trovato un accordo con la birreria, a pochi metri di distanza, per la gestione dei parcheggi, e della sala Most, che ha ricevuto supporto da alcune industrie per trasportare gli aiuti per il terremoto in Turchia.

Il dialogo

Tra le domande poste a queste persone, ha trovato ampio spazio anche il rapporto con la Chiesa locale. Su tale questione ogni risposta è un racconto di riconoscenza verso chi, come don Giuliano Vallotto, don Aldo Danieli e, oggi, don Bruno Baratto, a nome della Chiesa diocesana, ha avvicinato e prestato aiuti materiali alle comunità islamiche. La Chiesa cattolica è riconosciuta come il primo attore, sul piano sociale, ad aver fatto un passo in avanti. Parlano da sé le risposte dei rappresentanti della sale di Villorba, della sala Attawasol e del portavoce della comunità senegalese di Montebelluna che ha descritto il rapporto con la Chiesa come “naturale”.

Piste per il futuro

Al termine del lavoro di tesi, credo di portarmi a casa una consapevolezza e la curiosità per alcuni suggerimenti raccolti. La consapevolezza sta nel fatto che il “dialogo della vita quotidiana”, descritto dal documento “Dialogo e annuncio” del 1991, sia la strada maestra per sperimentare la “fratellanza umana” di cui parla papa Francesco. Fa sorridere, ma mi è rimasto nel cuore, il pomeriggio passato nell’orto del rappresentante della comunità senegalese di Vittorio Veneto, prima di sederci per l’intervista. E’ dalle chiacchiere fatte lavorando che tutto è cominciato. I suggerimenti per il dialogo arrivano dalle parole del rappresentante della sala di Castelfranco e di quello della sala Attawasol. Il primo auspica un confronto su famiglia e questioni etiche e il secondo propone di vivere insieme visite ai luoghi importanti per le due religioni.

In questi giorni, in quasi tutte le classi c’è un ragazzino che racconta con il sorriso come vive il Ramadan. E’ il nostro quotidiano, e non è poco. Si può partire semplicemente da qui.

Francesco Toffolo presenterà la sua ricerca venerdì 5 aprile, alle ore 20.30, nel salone dell’oratorio della parrocchia di Santa Maria del Sile, Treviso.

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