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Comunità energetiche rinnovabili: come funzionerà nella diocesi di Treviso

I prossimi tre mesi, necessari per ottenere tutte le approvazioni, saranno fondamentali per far conoscere la Cer. Sono previsti benefici ambientali, economici, ma soprattutto sociali, per chi non riesce a pagare le bollette

Il progetto avanza a passo spedito. Venerdì 22 dicembre, in Vescovado è stata costituita la Fondazione Diocesi Treviso Energy Ets, la prima Comunità energetica rinnovabile nella nostra diocesi e ora, la settimana scorsa, è stato firmato un accordo quadro con il Gruppo Regalgrid di Treviso, partner tecnologico della Fondazione Diocesi Treviso Energy. Si tratta di una serie di società con sede a Treviso che ha sviluppato una tecnologia hardware e sofware innovativa per la gestione della Comunità energetica, e, per quanto riguarda la Cer diocesana, anche di tutti i sottogruppi, corrispondenti alle Cabine primarie.

Presidente Sergio Criveller, perché è importante aver firmato questo accordo quadro?

Questo accordo quadro è fondamentale perché tramite la piattaforma tecnologica si mettono in dialogo chi produce e chi consuma energia, e questo poi ci permette di dialogare con il Gestore dei servizi energetici (Gse) per la gestione degli incentivi.

Ci vuole spiegare meglio che cosa intende per “sottogruppi”?

La Diocesi ha scelto di fare una grande Comunità con tanti sottogruppi quante sono le Cabine primarie. La Comunità si sviluppa all’interno della rete elettrica della Cabina primaria. In Diocesi da un primo conteggio sembrava fossero 23 Cabine primarie, ma ora che stiamo verificando e censendo Cabina per cabina, arriveremo attorno alle 30.

Questo passo lei l’ha definito fondamentale. Quali saranno ora gli altri adempimenti da compiere? Siamo pronti per partire?

Abbiamo costituito per ora la struttura giuridica, si è scelto la Fondazione di partecipazione, di cui sono presidente, perché più rispondente alla struttura Diocesi, ma essendo la prima esperienza in Italia stiamo aspettando il giudizio del Runts, Registro unico nazionale del terzo settore, che arriverà nelle prossime settimane. La Fondazione Diocesi Treviso Energy sarà un ente del terzo settore, e quindi iscritto nel Registro unico nazionale del Terzo settore, Runts appunto. Scelta indispensabile per ottenere tutti i benefici che il Codice del terzo settore mette a disposizione.

Quindi, dopo l’ok del Runts si parte?

A dire il vero il Decreto attuativo, approvato dalla Commissione europea, deve essere ancora pubblicato, perché non c’è ancora il via libera della Corte dei Conti. Poi il Gse avrà un mese di tempo per emanare le regole operative e altri 45 giorni per mettere online tre portali: il primo per la richiesta di qualifica della Comunità energetica rinnovabile, il secondo per la richiesta del contributo in conto capitale e il terzo per le verifiche preliminari che consentiranno di accertare la bontà della propria progettazione. Quindi, ci vuole ancora un po’ di tempo, ma il più è stato fatto, e quando sarà tutto in ordine, la Diocesi sarà già pronta.

Ci può dire in due parole cos’è La Fondazione Diocesi Treviso Energy?

Le posso dire cosa non è. Non è una struttura che produce energia elettrica perché non acquisterà mai pannelli solari.

Allora come possiamo definirla?

E’ una struttura che si mette al servizio di parrocchie, aziende, persone fisiche ma anche Comuni, per la gestione di una Comunità energetica che ha come fine ultimo il sostegno alla fragilità energetica. Mette a disposizione di tutti una struttura amministrativa, fiscale e soprattutto, tramite il Gruppo Regalgrid, una struttura tecnologica.

Questo progetto sta già suscitando molto interesse, anche se non ancora ben compreso. Ci può spiegare quali sono le dinamiche all’interno della Comunità energetica, o meglio del sottogruppo?

Facciamo un esempio: siamo io e lei. Io ho un impianto sopra casa di 6 kw, ora produco, consumo, pago le bollette, e quello che non consumo va in rete e il Gse mi rimborsa circa 0,50 centesimi a kwh. Lei invece consuma solo e paga le bollette. Se io e lei entriamo in un sottogruppo della Comunità elettrica diocesano, non cambia niente, le dinamiche saranno le stesse.

E allora la Comunità a cosa serve?

Se quello che produco e va in rete, viene consumato da lei contestualmente, il Gse riconosce un incentivo e questo per 20 anni. Se restiamo io e lei, è poca cosa, ma se si attiveranno tutti i sottogruppi della Diocesi ed entreranno moltissimi produttori e moltissimi consumatori, i numeri saranno davvero interessanti.

Quale sarà ora il prossimo passo verso la realizzazione della Comunità energetica rinnovabile?

Alcune parrocchie si sono già rese disponibili a mettere a disposizione i propri impianti. Creeremo vari modelli che potranno essere poi replicabili, cioè produzione e consumo istantaneo. Dobbiamo creare una rete di persone ben formate, una per Cabina primaria, che sarà punto di riferimento della grande Comunità energetica.

Quindi, in questo periodo è fondamentale promuovere il progetto?

Sì, certo. Lo faremo anche attraverso La vita del popolo che è partner. Nei prossimi tre mesi organizzeremo convegni, diffonderemo comunicati e dépliant. A livello di parrocchie, si può promuovere questa idea di condivisione della produzione di energia con il consumo. Una parrocchia che si è detta interessata a partecipare e a fare un impianto di 40 kwatt dovrà collegare una serie di consumatori della propria parrocchia per utilizzare istantaneamente il cento per cento della produzione. Ricordo anche che gli impianti fotovoltaici installati prima del 2021 possono essere solo il 30 per cento del totale, perché l’obiettivo sono nuove installazioni, per arrivare nel 2050 a essere autonomi rispetto ai combustibili fossili. Il nostro obiettivo è produrre 1 megawatt per Cabina primaria.

Molte realtà si stanno muovendo per dar vita a una comunità energetica rinnovabile, ad esempio il Comune di Treviso l’ha annunciata nel 2022. Perché scegliere quella della diocesi rispetto ad altre Cer?

Sarà fondamentale leggere il regolamento, che stiamo predisponendo. L’incentivo che si ottiene andrà per mantenere la struttura, per incentivare la produzione, per chi consuma, ma una grande fetta, attorno al 50 per cento andrà a sostenere chi soffre di fragilità elettrica, ovvero le persone che oggi si recano nei centri di ascolto della Caritas perché non hanno i soldi per pagare le bollette. Ricordo che l’Unione Europea, nel promuovere le comunità energetiche rinnovabili, ha spiegato che il fine ultimo è la creazione di “benefici ambientali, economici o sociali”. Noi alla povertà energetica e alla coesione sociale destiniamo il cinquanta per cento del beneficio.

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