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Intervista a suor Merlo, che ha vissuto dalla Polonia la guerra in Ucraina
“L’acqua e la luce sono razionate, 2 ore la mattina e 2 ore alla sera. Fuori la temperatura è di meno 15 gradi”. Queste sono le notizie che suor Maria Teresa Merlo, di San Zenone degli Ezzelini, riceve dalle consorelle. “Appena posso telefono a suor Iva Lima, a suor Gloria e a suor Rosily. Si trovano a Javoriv, in Ucraina. Da mesi sono sotto le bombe e vivono un’alternanza di speranza e di delusione. Gli sforzi diplomatici ci sono, ma ancora non si vede la fine”.
Da quasi un anno, suor Teresa, delle suore Dorotee del Farina, è rientrata dalla Polonia, dove ha trascorso 5 anni per seguire anche le comunità dell’Ucraina e della Romania. Ormai suor Teresa ha 77 anni e il fisico è un po’ debilitato. Ora a Vicenza, come superiora delegata, segue comunità di suore anziane.
“Ero là quando è scoppiata la guerra nel 2022. Dalla sera alla mattina ci siamo trovate con cinque milioni di donne e bambini profughi dall’Ucraina. Abbiamo messo a disposizione tutti gli spazi nelle nostre case di Lublino, Kalisz in Polonia e Oteleni in Romania. Un’umanità dolente. Appena si è presentata l’occasione, con un amico polacco, mi sono recata in Ucraina dalle consorelle di Javoriv. Là gestiamo un doposcuola e una mensa. Chi fa scuola il mattino, fa doposcuola il pomeriggio e viceversa”.
La comunità si trova vicino a Leopoli. “Ci aiutano maestre locali, perché ovviamente le nostre suore - una colombiana, una brasiliana e una indiana - non hanno dimestichezza con l’alfabeto cirillico. Le suore seguono anche le famiglie della zona. Vicino ci sono obiettivi strategici, per cui i bombardamenti sono frequenti e il pericolo è costante per le consorelle. Godono anche della solidarietà delle parrocchie ortodosse, che lì sono la maggioranza. Anche presso di loro c’è la cassetta delle offerte a Sant’Antonio per il nostro doposcuola. Tra Chiesa latina e Chiesa ortodossa in Ucraina c’è grande solidarietà”.
“Ho continuato ad andare a Javoriv mentre ero superiora in Polonia - continua a raccontare -: l’importante è esserci, stare con loro. Un’ora in compagnia, un pasto caldo. Questa è la base di ogni esperienza di solidarietà. In Occidente abbiamo perso, tantissimo, il gusto dell’accoglienza. Con questi incontri guadagni in umanità: dobbiamo seguire l’esempio del Samaritano che vede il problema, si ferma e non tira dritto”.
“Qui in Italia dite di cedere il Donbass - riflette suor Maria Teresa -. Per loro la percezione è di una grande ingiustizia. Immaginate se la Francia improvvisamente prendesse il Piemonte; chi non desidera la pace, ma cedere il territorio farebbe saltare un principio mondiale di sovranità”.
Suor Maria Teresa parla con grande energia, nonostante l’età. Sembra ancora la giovane di 23 anni, originaria di San Zenone degli Ezzelini, che appena fatta la professione nel 1970, dal porto di Genova, imbarcandosi sul piroscafo Donizetti, raggiunse, in Ecuador, la città di Quito: “Dove c’è la scuola può aprirsi il Vangelo: così dicevano i missionari. Ho insegnato durante tutto il mio apostolato: prima di tutto le scuole, dove si poteva fare anche la messa”.
Da lì la “carriera d’amore” di suor Teresa ha attraversato l’Amazzonia e poi il Maranhão, in Brasile, ad Ahuano, laggiù rischiava la vita in canoa per arrivare in tutti i villaggi. “La gente era povera e viveva con poco, ma non perdeva mai la speranza: c’era sempre la gioia di condividere”. Poi, la direzione di una grande scuola in Spagna, in Colombia e, infine, dopo una sosta di tre anni per cure importanti, dove comunque ha diretto l’Istituto Farina di Mestre, la Polonia: lì ha vissuto la tragedia più grande, la guerra.



