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Carlo Acutis ci insegna che ognuno è degno di essere ascoltato

Il futuro santo consente la capacità di stupirsi e gioire della vita soprattutto quando si rivela diversa da ciò che ci aspettavamo
30/05/2024

Abbiamo tutti appreso, molti con stupore e gioia, che il quindicenne Carlo Acutis sarà proclamato santo in tempi record dalla sua beatificazione.

Il miracolo riconosciuto riguarda una ragazza del Costa Rica, classe 2001 e studentessa in Italia.

Stupisce che questo ragazzo milanese, a sua volta classe 1991, oggi avrebbe solo trent’anni, esattamente come i suoi coetanei che stanno cercando la loro strada, e magari un contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Stupisce che i suoi genitori siano non solo viventi, evento più unico che raro per i familiari di un santo, ma anche intenti a crescere altri due figli.

Stupisce vederlo vestito alla moda nostra e attuale, vedere lo zainetto e gli occhiali firmati.

E stupisce, al netto di certi devozionismi, quanto riesca a ribaltare gli stereotipi del santino-tipo: di famiglia decisamente benestante, ma non per questo un ragazzino viziato e superficiale o, al contrario, ostile alle ricchezze paterne, perché comunque nelle possibilità di farlo.

Appassionato di natura, animali e sport, eppure un “nerd” portatissimo per l’informatica, tale da essere già nei primi anni Duemila, alle medie, esperto della rete, sia dal punto di vista tecnologico che dal punto di vista esistenziale.

Amante del divertimento, eppure capace di spendersi per i bisognosi, amante della vita, eppure capace di affrontare la morte in pochissimi giorni.

All’annuncio gioioso, molti lo hanno invocato nuovamente come esempio, patrono e protettore dei giovani del nostro tempo, e non potrà che essere così: in lui essi possono vedere uno di loro, finalmente felice già da vivo a motivo del Vangelo.

Ammettiamolo, quando i giovani si allontanano è perché la Buona Notizia è resa neutra dal moralismo e dal tradizionalismo, con ogni rispetto della morale e della tradizione.

E, così, questo ragazzo diventa esempio, patrono e protettore anche degli adulti, specie se con l’innata tentazione di predicare senza ascoltare.

Perché questo ragazzo, ma non solo lui, è stato in grado di ispirare i suoi genitori e non viceversa: questo sì che dice un paio di cose sull’umiltà vera.

L’umiltà intellettuale, innanzi tutto, che significa avere una mente aperta, senza la convinzione di aver ragione su tutto. Solo così non si giudica, pur avendo i propri valori, e si trovano punti d’incontro.

Ma anche l’umiltà intergenerazionale, perché l’età non rende automaticamente migliori, né più saggi, né maggiormente credenti. Che saggezza è non farsi ispirare da idee nuove e credere di aver vissuto meglio degli altri? Quanto è triste e incattivito un adulto che riconosce in sé come unico errore l’essersi fidato dei più giovani?

L’umiltà intergenerazionale permette di ritenere ogni persona, indipendentemente dalla sua età, degna di essere ascoltata e in grado di insegnarci qualcosa, qualcosa di nuovo se essa è più giovane.

E consente la capacità di stupirsi e gioire della vita soprattutto quando si rivela diversa da ciò che ci aspettavamo.

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