Certo è che nessun capo di Stato ha mai osato tanto.
Il Papa ha denunciato quel delirio di onnipotenza...
Un pensiero che “chiama forte” quello di Alberto Pellai. Ha saputo tenere deste più di 500 persone all’incontro organizzato da don Artemio Favaro e don Carlo Breda, sabato 9 marzo, nel Duomo San Michele Arcangelo, a Mirano per “rispondere” ad uno degli snodi educativi più urgenti.
La sua riflessione nasce da competenza professionale ed esperienza di vita: Medico, psicoterapeuta, ricercatore presso l’Università di Milano, marito e padre di 4 figli. Sono molte le riflessioni che ha lasciato ad un pubblico di giovani, giovani adulti, educatori, insegnanti, genitori e a tutti coloro i quali hanno a cuore i “nostri” ragazzi. Una comunità che si sente chiamata a riflettere sulle nuove sfide educative che toccano in vari ambiti le relazioni coi giovani e che incontra spesso il silenzio delle istituzioni.
Come spiega Alberto, la nostra generazione di adulti è la prima che si interessa non solo di far crescere i figli e di assicurare loro una indipendenza futura, ma anche di poterli crescere felici. Dall’altro canto però gli studi ci indicano che i preadolescenti e gli adolescenti del nostro tempo sono i più tristi della storia dell’umanità. Affaticati nelle relazioni, per la prima volta nella storia dell’uomo, si trovano a “poter scegliere” tra vita reale e vita sui social. Dotati di dispositivi “I” fin dalla tenera età, sono la prima generazione che conduce potenzialmente due vite: quella della realtà concreta, fatta da ginocchia sbucciate e corse in bicicletta, e quella di una dimensione virtuale, dove possono incontrare senza incontrarsi e giocare senza giocarsi.
La realtà virtuale può condizionare fortemente quei “cervelli” che sono ancora in via di sviluppo: “Il cucciolo d’uomo infatti impiega circa 20 anni per formare in modo completo la camera emotiva e quella cognitiva del cervello”, spiega Pellai; e nella fase di crescita tra i 10 e i 14 anni, la parte emotiva accelera molto più di quella cognitiva. Giocare e seguire i social può generare una vera e propria dipendenza, perché molte sono le emozioni che crea la dopamina, quel neurotrasmettitore che genera una funzione di piacere e di ricompensa ogniqualvolta si riceve una notifica, un like, una vittoria ad uno dei molteplici giochi virtuali.
“La dopamina chiama dopamina”, continua Pellai: ecco perché i nostri ragazzi si sentono attratti e trascorrono molto tempo con ciò che dà loro una sensazione di ricompensa, di piacere... quello stesso che la vita reale non offre in modo così immediato e forte.
Sta quindi a noi educatori, a noi comunità educante, cercare di regolare, magari anche in modo condiviso (ad esempio i patti digitali), l’uso di questi dispositivi. Anche se difficile, i genitori e gli educatori, sono chiamati a fare scelte anche fuori moda, per non essere “pusher” dei nostri ragazzi. Siamo noi i responsabili affinché possano vivere il più possibile relazioni vere, nel mondo reale. Come? Ecco l’invito di Pellai: ‘alla generazione più triste della storia, alla generazione a cui si chiede di ottenere bei voti a scuola ma con la quale si parla e ci si confronta poco, dedichiamo attenzione e cura: diamo loro i dispositivi personali dopo i 14 anni, invitiamoli ad uscire fuori della ‘cameretta’ e stare coi coetanei, a vivere esperienze di confronto reali’.
In quei “primi 20 anni” di formazione e sviluppo della mente di un ragazzo, sta a noi, genitori educatori, favorire una crescita che sia di confronto con il gruppo dei pari, che offra spazi in cui “sperimentarsi”, innamorarsi e in cui instaurare legami di amicizia che saranno solide basi per formare una persona matura ed equilibrata. (Isabella Saccon)