lunedì, 02 marzo 2026
Meteo - Tutiempo.net

Storie di speranza: Per Monica la speranza è una trapunta tartan rosso

Ospite da 20 mesi di una comunità terapeutica, la giovane ora guarda al futuro con un po’ di fiducia, grazie alla vicinanza di religiose, compagne e volontari
27/11/2025

La sveglia suona presto, alle 7.30, nella grande casa storica dove ha sede la comunità. La colazione è alle 8.30 e le ragazze la fanno chiacchierando insieme alle suore; tra loro c’è anche Monica, con i suoi bellissimi capelli lunghi e gli occhi grandi e sinceri. Poi, iniziano le attività della giornata: cultura generale, scienze, filosofia, e anche acquerello, chitarra, patchwork, arteterapia, coro, teatro, yoga... attività tenute quasi tutte da persone volontarie. E, naturalmente, gli incontri settimanali con la psicologa, l’educatrice, e il laboratorio dove le ragazze impacchettano lampadine per la cooperativa Sol.Co. Il sabato si fanno le pulizie, di sera, spesso, si fanno giochi di società, ma ci sono anche le uscite. Le attività sono diverse, perché lo scopo è quello di tirare fuori tutto, conoscenze, emozioni, talenti e sogni, e per potersi dare nuove occasioni. Perché la vita dentro la comunità fa proprio questo: dare una seconda occasione.

“Non ho mai avuto tanta paura come il primo giorno in cui sono entrata in comunità, perché non hai idea di cosa ti aspetta”, spiega Monica con lo sguardo rivolto dentro, a venti mesi fa. “All’inizio è molto dura, soprattutto la convivenza costante con le altre, la mancanza di momenti per sé, e poi l’astinenza, certo, ma la disintossicazione è una parte minima del lavoro. La cosa più difficile di tutte è avere fiducia. La mia vita mi aveva insegnato a non averla, per cui per me era impossibile credere che quelle persone fossero lì per aiutarmi”. Monica era la figlia che non doveva dare problemi, l’elemento di una famiglia complessa che non poteva permettersi di aggiungere altra complessità, e tutte le sue scelte erano in funzione del benessere altrui, compreso quello di un compagno reso violento dalle dipendenze. Quando si impara che non si può chiedere aiuto, si rischia di trovarsi in un baratro, ed è così che Monica è arrivata in quella grande casa.

La comunità terapeutica esiste dal 1976 ed è tenuta dalle Pie suore della Redenzione, una congregazione nata in Sardegna negli anni Trenta e poco nota, ma dedita alla cura delle donne in condizioni di marginalità. Al momento Monica convive con altre cinque ragazze, ma negli anni ne sono passate decine. Dove sono ora? Suor Elvira ne cita diverse, con affetto ed evidente soddisfazione: lavorano come educatrici, psicologhe, operatrici sanitarie, anche in uffici pubblici. Alcune sono arrivate lì con la terza media e hanno finito col prendersi una laurea. “Quando ricevi così tanto bene ti viene voglia di restituirlo a tua volta”, spiega Monica, come fosse la cosa più naturale del mondo. Questo spirito di “restituzione” sembra animare anche lei, nonostante sia ancora molto incerta sul suo futuro. Si trova nel momento delicato del reinserimento: ha un piccolo lavoretto, ma si sforza di non avere fretta. Non dimentica il suo passato, ma sta imparando a non lasciarsi sopraffare dalla persona che era e a godersi la conquista del proprio sé. Quando le ragazze sono andate a scegliere le stoffe con cui comporre la propria trapunta in patchwork , lei ha scelto un tartan rosso un po’ natalizio, che non sembrava adeguato al lavoro, né alla stagione. Quella trapunta me la mostra con fierezza, quadrante per quadrante: raccoglie la fatica del lavoro, le figure del suo cuore - la cagnolina Lola - e simboleggia anche la sua rinnovata volontà di chiedere e scegliere per sé - il tartan rosso - ma rappresenta anche la gratitudine per una fiducia accordata, sicuramente dalle suore e dai tanti volontari, ma, spero, anche nei confronti di una società, che tornerà ad accoglierla. Com’è quella società e come si comporterà, dipende da noi.

Dipende da noi anche “giocare” d’anticipo: “Andare nelle scuole e lavorare con i ragazzi per insegnargli a tirare fuori la propria interiorità”, propone Monica con convinzione. Quando tutto si fa buio, le sostanze sono la cosa più facile da trovare e da usare: le persone, soprattutto i più giovani, dovrebbero, invece, avere gli strumenti per capire le proprie emozioni e necessità, per poter chiedere aiuto. “Una delle cose che impari subito in comunità è che bisogna stare nel dolore: non ci sono piani B” racconta, e il ragionamento è tutt’altro che banale, in una società in cui il dolore è soffocato. Da allora ha imparato tanto, anche a sperare, e le sue speranze sono quelle di tanti: “Un lavoro dignitoso che non soffochi la vita e una casa dignitosa il cui affitto non si mangi tutto lo stipendio”. È chiedere tanto?

SEGUICI
EDITORIALI
archivio notizie
19/02/2026

Nel suo messaggio per la Quaresima di quest’anno, papa Leone XIV invita ad ascoltare e a digiunare. Anzitutto...

05/02/2026

È dei giorni scorsi la nota con cui la diocesi di Milano comunicava che il trentaduenne don Alberto Ravagnani...

TREVISO
il territorio
27/02/2026

Sabato 28 febbraio, visto il raggiungimento del livello di allerta 1 per il PM10, ci saranno alcune modifiche...

26/02/2026

Il Ponte dei Buranelli torna ad essere “popolato” dalla bellezza dei suoi due salici. È stato infatti...