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San Francesco: fratello che cerca la pace tra i fratelli

Il 2026 sarà Anno francescano a otto secoli dalla morte (3 ottobre 1206)

È il 29 agosto 1219, a Damietta, l’antica Tamiat, porto egiziano sul delta del Nilo. Quinta crociata, voluta da papa Onorio III che ha messo insieme eserciti franchi, ungheresi, ciprioti e austriaci. Battaglia strategica per conquistare la città portuale e scambiarla con Gerusalemme. È strage, muoiono 6 mila soldati cristiani. Vi assiste Francesco, un uomo di neanche quarant’anni. Viene da una cittadina umbra, Assisi. Qualche tempo prima, attorno al 1203, ha fatto una scelta radicale. Ha lasciato la vita scapestrata e spendacciona che la condizione di ricco mercante di stoffe gli consentiva. E ha abbracciato “Madonna povertà”. A Damietta è (forse) con fratel Illuminato, uno dei primi compagni. Il sangue e l’insensatezza di una strage inutile gli devastano l’anima. Contro logica e contro tutti, attraversa le linee. Si reca dal sultano Malik al-Kâmil. Ha come corazza il saio e come spada la fede. Le biografie antiche dicono che il coraggio di Francesco nasce dalla sua “sete di martirio”. Ma di ben altro si è trattato. Francesco, secondo i biografi, si prese una solenne bastonata dagli sgherri del sultano, ma finì per essere ammesso alla sua presenza. Discussero con rispetto reciproco e concepirono stima l’uno dell’altro. Francesco parlò della vera fede e disse che era lì per convertire. Lancia un orgoglioso guanto di sfida al sultano: “Accendi un gran fuoco, io vi entrerò e ne uscirò incolume. E invito i tuoi sacerdoti a fare la stessa cosa”. Con la coda dell’occhio il sultano vede i suoi preti fare un passo indietro e capisce che non può competere. E non può accettare una fede diversa, sarebbe la rivolta del suo popolo. L’episodio è costruito per colpire l’immaginario popolare. Dice il clima, anche se probabilmente non è vero. Qualche anno prima (era papa Innocenzo III) il concilio lateranense IV aveva abolito le ordalie (come la prova del fuoco), cioè i giudizi di Dio su questioni che non erano regolabili con mezzi umani. Il sultano rimase molto colpito dal rifiuto della sua controfferta di ricchi doni e di oro. Aggiunse, Malik al-Kâmil, che accettasse il dono per distribuirlo ai poveri. Ma, riferisce Bonaventura da Bagnoregio nella sua “Legenda major”, del denaro Francesco non sopportava nemmeno il peso.

È, invece, il peso della lezione francescana. Amare il nemico. Il capo XXII della cosiddetta “regola non bollata” (1221, riprende la perduta regola originale che Francesco mostrò a Innocenzo III nel 1210) ci rimanda al vangelo di Matteo (5,44): “O frati tutti, riflettiamo attentamente sulle parole del Signore: «Amate i vostri nemici e fate del bene a quelli che vi odiano», poiché il Signore nostro Gesù Cristo chiamò amico il suo traditore e si offrì spontaneamente ai suoi crocifissori. Sono, dunque, nostri amici tutti coloro che ingiustamente ci infliggono tribolazioni e angustie, ignominie e ingiurie, dolori e sofferenze, martirio e morte”.

Che potenza. Sassate alle coscienze. E modernità assoluta del povero di Assisi. Francesco aveva lungamente maturato e sofferto questa dimensione di apertura. Il folgorante racconto di Tommaso da Celano, un altro dei biografi antichi. Il contesto è quello della IV crociata. Partita per conquistare Gerusalemme, ripiegò ingloriosamente sul sacco di Costantinopoli (1204). Francesco, splendido e generoso “lazzarone”, pensa ancora che il suo futuro sia nel mondo e nei suoi meccanismi di violenza accettata come prassi. Vuole raggiungere la Puglia, mettersi al servizio di un suo amico e con lui unirsi ai crociati.

“Gli appare in visione uno splendido palazzo, in cui scorge armi di ogni specie...”. Nel sonno Francesco si sente chiamare per nome e lusingare con la promessa di tutti quei beni. Allora tenta di arruolarsi per la Puglia e fa ricchi preparativi nella speranza di essere presto insignito del grado di cavaliere... Ben più nobile era la visione nascosta nei tesori della sapienza di Dio. Un’altra notte, mentre dorme, sente di nuovo una voce che gli chiede dove intenda recarsi. Francesco vuole andare in Puglia per combattere. Ma la voce insiste e gli domanda chi ritiene possa essergli più utile, il servo o il padrone? “Il padrone”. “E allora - riprende la voce - perché cerchi il servo in luogo del padrone?”. E Francesco: “Che cosa vuoi che io faccia, o Signore?”. “Ritorna alla tua terra natale, perché per opera mia si adempirà spiritualmente la tua visione”.

“Ritornò senza indugio, fatto ormai modello di obbedienza e trasformato da Saulo in Paolo... Francesco mutò le armi mondane in quelle spirituali... ricevette un’investitura divina”
Francesco è, quindi, Saulo che si trasforma in Paolo. Una rivoluzione prima nell’anima, poi negli aspetti esteriori. Armatura lucente e vestiti sfarzosi diventano rozzo e ruvido saio. La via di Damasco è la camera di una locanda sulla strada verso la Puglia. La folgorazione è una affettuosa, ma ineludibile richiesta del Signore. La scelta è fatta. Anche nei segni esteriori. Nella incessante e sempre più impegnativa imitazione di Cristo e nella comunicazione. Sentiamo dalla scrittura di Bonaventura come fu “inventato” il presepio (lo schema era quello delle sacre rappresentazioni in voga nel MedioEvo, a loro volta discendenti da forme teatrali precristiane, come l’atellana e la satura): “Tre anni prima di morire, egli volle celebrare a Greccio il ricordo della natività di Gesù e cercò di farlo con la maggior solennità possibile... Non voleva che la cosa sembrasse una stravaganza. Fece preparare una stalla, portare del fieno, condurre un bue e un asinello... Chiamò i confratelli, affluì gente. La selva risuonò di voci e quella santa notte divenne splendida e solenne grazie alle diffuse e radiose luminarie e ai dolci canti. Francesco stava davanti alla stalla, colmo di amore, in lacrime, il cuore inondato di gioia. Fu celebrata la messa solenne proprio nella mangiatoia e il levita Francesco cantò il santo Vangelo. Poi, predicò alla folla che lo circondava, la nascita del re povero. Quando lo nominava, lo chiamava con tenerezza e amore “fanciullo di Betlemme”. Giovanni da Greccio (un soldato, uomo sincero e virtuoso) disse di aver visto un fanciullo bellissimo addormentato nella greppia. E Francesco lo teneva stretto con entrambe le braccia e cercava di destarlo. La sacra rappresentazione sa risvegliare i cuori dal torpore. Il fieno del presepio, conservato dai popolani, fu miracolosa medicina per gli animali ammalati”.

Era il natale del 1223. Volle dire che ogni luogo può essere Betlemme, che Gesù può nascere ovunque ed era aberrante versare sangue nelle crociate.

Ce lo ha ricordato papa Francesco, richiamando l’incontro tra il santo di Assisi e il sultano di più di otto secoli fa, durante il suo viaggio ad Abu Dhabi: “Ho accolto l’opportunità di venire qui come credente assetato di pace, come fratello che cerca la pace con i fratelli. Volere la pace, promuovere la pace, essere strumenti di pace: siamo qui per questo”.

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