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La “giravolta” della Tunisia: da Giorgia agli Ayatollah

Vi ricordate le interviste estive entusiaste da Tunisi della coppia Ursula von der Leyen-Giorgia Meloni sugli accordi raggiunti con il presidente Kaïs Saïed per la gestione dei migranti? Le ultime sviolinate alla bontà dell’intesa sono dello scorso autunno, poi solo qualche fugace viaggio di qualche ministro. L’avvicinamento alla Russia, prima, la richiesta di appoggio ad Ankara, poi, e a Teheran, ora, denotano un netto cambiamento della “rotta diplomatica” tunisina nella spasmodica ricerca di Nazioni che possano erogare finanziamenti, magari a fondo perduto, fondamentali per la vacillante economia tunisina, sull’orlo della bancarotta

Vi ricordate le interviste estive entusiaste da Tunisi della coppia Ursula von der Leyen-Giorgia Meloni sugli accordi raggiunti con il presidente Kaïs Saïed per la gestione dei migranti? Le ultime sviolinate alla bontà dell’intesa sono dello scorso autunno, poi solo qualche fugace viaggio di qualche ministro, da ultimi quello di Antonio Tajani (Esteri) ai primi di maggio e di Matteo Piantedosi (Interno) a metà maggio. Poi, l’invito a Saïed a partecipare al G7 a Borgo Egnazia. Infine, la sospensione del trasferimento di motovedette italiane alla Tunisia, decisa nei giorni scorsi da parte del Consiglio di Stato, proprio nei giorni in cui Tunisi formalizza la creazione di una sua zona di ricerca e soccorso (Sar) nella quale dovrebbe intervenire in aiuto delle imbarcazioni dei migranti in difficoltà.

Un accordo che fa acqua

E’ passato quasi un anno dal Memorandum tra la Ue e la Tunisia (16 luglio 2023). L’accordo, seppure dimostratosi da subito fragile, è stato utilizzato come “modello” per quelli successivi, raggiunti con Egitto e Libano, e dello stesso la premier italiana Meloni ha da sempre rivendicato la maternità. Certamente, la collaborazione con i Paesi di partenza, come la Tunisia, è fondamentale per governare il fenomeno migratorio e contrastare l’arrivo di migranti irregolari, ma la stessa non può limitarsi alla fornitura di qualche motovedetta o a contributi economici a fondo perduto, senza l’impegno a sostenere azioni di cooperazione con effetto sul lungo periodo, per promuovere lo sviluppo in loco e scoraggiare l’emigrazione da parte dei giovani.

Euro contro diritti umani

Ciò che non è stato detto è che, per paura di nuove spinte migratorie dalle coste tunisine verso l’Italia, sono stati aperti i cordoni della borsa della Ue in cambio del “silenzio” sulla deriva autoritaria e sulle violazioni dei diritti umani nel Paese africano. Nel frattempo, la situazione economica non è migliorata, i giovani continuano a scappare e i rapporti di Saïed con l’Europa sono in seria difficoltà, dopo aver rifiutato le condizioni per un prestito del Fmi. Continuano gli arresti di avvocati, giornalisti e esponenti della società civile, che chiedono di ripristinare le regole democratiche nel Paese, dopo che nell’estate del 2021 il presidente Kaïs Saïed ha sciolto il Parlamento e avocato a sé pieni poteri.

Nuove alleanze

L’avvicinamento alla Russia, prima, la richiesta di appoggio ad Ankara, poi, e a Teheran, ora, denotano un netto cambiamento della “rotta diplomatica” tunisina nella spasmodica ricerca di Nazioni che possano erogare finanziamenti, magari a fondo perduto, fondamentali per la vacillante economia tunisina, sull’orlo della bancarotta.

Questo spostamento è avvenuto in un contesto di isolamento internazionale e di crisi economica interna.

Saïed ha espresso posizioni fortemente antisioniste, e ha contestato la soluzione dei due Stati per il conflitto israelo-palestinese, posizionandosi in contrasto con molti Stati arabi e occidentali. Una possibile alleanza con l’Iran evidenzierebbe ulteriormente la debolezza della politica estera comune nel bacino del Mediterraneo, e potrebbe portare ad accrescere la destabilizzazione del Paese.

Una presidenza controversa

Il presidente tunisino, che dovrebbe terminare il suo mandato il prossimo 23 ottobre, continua a trovarsi alle prese con tensioni sociali interne per l’alto tasso di disoccupazione, la crescita del prezzo del pane e il ritardo nella convocazione delle urne. Il rischio di una ulteriore deriva autoritaria è forte.

Intanto la figura di Saïed, che pur invitato speciale al G7 ha declinato l’invito, comincia a porre diversi interrogativi in sede internazionale sulla gestione italiana della sfida migratoria con “doppi standard”, da un lato dichiarando di voler contrastare in modo fermo l’immigrazione illegale e dall’altro non affrontando alla radice i fattori dei flussi migratori (compreso l’autoritarismo politico e la mancanza di libere elezioni in Tunisia). Stride molto la scelta di Saïed a voler essere illustre commensale su due tavoli, con il rischio di affamare il Paese: mentre chiede aiuti all’Occidente, quasi come una minaccia, continua a spingere sul rafforzamento dei legami con potenze che appartengono al gruppo Brics+, in posizione antioccidentale. La scelta porrà sicuramente più di qualche problema geopolitico alla nostra diplomazia, che si troverà a gestire le conseguenze di un crescente isolamento internazionale della Tunisia e lo “scacco” dei migranti pronti a partire per l’Italia.

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