sabato, 25 maggio 2024
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Un talento luminoso, e fragile


La cantante Amy Winehouse (classe 1983), portentosa voce inglese dalle sonorità jazz e soul, ci ha lasciato precocemente il 23 luglio 2011 all’età di 27 anni. A spezzarle il domani è stato un mix di delusioni, fragilità e sofferenze, insieme a dispersioni tra alcol e disturbi alimentari. Due soli album incisi in carriera, ma di grande risonanza, che hanno lasciato il segno: l’esordio nel 2003 con “Frank” e poi l’approdo nell’olimpo della musica nel 2006 con “Back to Black”, che la porta ai vertici delle classifiche mondiali e le permette di vincere cinque Grammy Awards tra cui miglior album pop, artista esordiente e brano “Rehab”. Pochi anni dopo la sua morte, nel 2015, arriva il primo tributo cinematografico con “Amy” di Asif Kapadia (“Senna”, “Diego Maradona”), Premio Oscar miglior documentario, e ora nel 2024 il film biografico “Back to Black” diretto da Sam Taylor-Johnson, nei cinema dal 18 aprile con Universal Pictures.



La storia. Londra, inizio degli anni Duemila, la giovane Amy Winehouse si esibisce in club locali, supportata dalla nonna Cynthia e dal padre Mitch. Nel 2002, grazie al favore di un amico e all’intuito di un talent scout, entra a far parte dell’etichetta Island. Amy, però, mette subito in chiaro che non vuole diventare un fenomeno costruito a tavolino, una “reginetta pop”: lei vuole preservare la sua autenticità tra testi e voce. E così fa. Nel 2003 esce il primo album “Frank”, che incassa subito ottime critiche, seguito dal folgorante “Back to Black” che la porta a sfondare anche Oltreoceano. Nel mentre iniziano i problemi con il cibo e un legame vorticoso, sfibrante, con Blake Fielder-Civil, che finirà poi per sposare. Un periodo in caduta libera sino alla drammatica morte nell’estate del 2011.



Back to Black”, il film della Taylor-Johnson, rivela tutte le caratteristiche del classico biopic inglese: l’opera gira agile tra note di senso e note stonate, mostrando a livello narrativo soluzioni un po’ troppo patinate e annacquate. A bilanciare il racconto e imprimergli fascino, pathos, è invece il lavoro degli interpreti, in primis la performance potente di Marisa Abela, che fa il possibile per accostarsi con credibilità e rispetto alla figura (e alla voce) di Amy, come pure i comprimari Lesley Manville e Eddie Marsan, sempre acuti e misurati. Nel complesso, nonostante le imperfezioni e debolezze narrative, “Back to Black” riesce a brillare proprio perché parla di Amy, delle sue canzoni (”Valerie”, “Back to Black”, “Love is a Losing Game”, “You Know I'm No Good”, compreso il richiamo a “Body and Soul” con Tony Bennett), dei suoi occhi capaci di bucare, dell’iconica chioma nera vintage e di quel suo talento così luminoso minato da una fragilità commovente. A impreziosire il film la dolente colonna sonora firmata da Nick Cave e Warren Ellis, autori anche del brano “Song for Amy”: bellissimo e struggente omaggio, un gioiello dalle vibranti emozioni.

Film complesso, problematico, per dibattiti.

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