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Alla scoperta del carcere femminile della Giudecca

Intervista con suor Anna Follador, che ci racconta questa realtà, sotto gli occhi di tutti nei giorni scorsi per la visita di papa Francesco, in occasione dell’inaugurazione del padiglione della Biennale della Santa Sede installato proprio sull’isola

E’ stata una piccola rivoluzione, per il mondo monotono e abitudinario della casa di reclusione femminile della Giudecca, quella della visita del Papa dello scorso 28 aprile.

La visita del Papa

Ce lo racconta suor Anna Follador, che fa parte della cappellania penitenziaria di Venezia: “Non sapevamo bene cosa aspettarci, le detenute avevano preparato delle testimonianze, alla fine è stato tutto molto informale, hanno ascoltato le parole di papa Francesco, ne hanno apprezzato la presenza, sono riuscite a consegnargli dei biglietti con le loro parole. Alla fine c’erano quasi tutte, credenti, non credenti, cristiane, musulmane... hanno incontrato il Pontefice, ma anche una persona con le sue fragilità, che si è presentato in carrozzina, e che ha saputo trasmettere loro gioia e vicinanza.

Il padiglione della Biennale

La visita è avvenuta in concomitanza con l’apertura del padiglione della Santa Sede della Biennale d’arte di Venezia, ospitato proprio negli spazi della Giudecca.

“Con i miei occhi” apre lo sguardo dei visitatori sulla realtà del carcere e li accoglie, grazie a delle guide d’eccezione, donne detenute che accompagneranno i gruppi di visitatori. Per visitare il padiglione è necessario prenotare, l’ingresso è gratuito e sono previsti due turni al mattino e due al pomeriggio, con gruppi di massimo 25 persone. “L’esperienza ha scombinato molto, anche gli agenti di polizia penitenziaria si devono organizzare per sorvegliare il padiglione, ma fa molto bene alle donne che vi partecipano, che possono uscire dalla monotonia quotidiana e prendere contatto con altre persone che vengono da «fuori»”.

Carcere femminile

La struttura, in totale, ospita circa 80-85 donne, da più di un anno è chiusa la sezione dedicata alle madri con figli, mentre è presente uno spazio dedicato alle donne detenute con problemi di salute mentale. All’interno della casa di reclusione è possibile frequentare la scuola, dalle elementari al diploma, o seguire corsi di teatro, sport, o corsi esterni volti al reinserimento sociale, come quello di primo soccorso o per fare le pulizie in alcuni alberghi di Venezia.

Ci sono i lavori nelle lavanderie, l’orto, il laboratorio di cosmetica, di cucina, di sartoria e la possibilità di fare diversi lavori interni ed esterni per chi, per legge, può lavorare fuori. Dal laboratorio di cosmetica e da quello di sartoria sono arrivati anche alcuni doni per papa Francesco. “Ultimamente - racconta suor Anna - le donne che lavorano in sartoria hanno cucito, per volontariato, oltre seicento costumi di Marco Polo per le scuole, hanno lavorato tanto per consegnarli in tempo per le celebrazioni. Poi, ad alcune, è stato permesso di partecipare alle celebrazioni, grazie a un permesso premio, così hanno potuto vedere il risultato del loro lavoro e sono state ripagare della fatica fatta”. “Il carcere femminile è diverso da quello maschile - prosegue ancora suor Anna -, è più complesso, comunque le celle sono aperte dalle 8 alle 20, e la zona d’aria è più grande di altre carceri, al contempo, la struttura è vecchia e le celle possono ospitare anche 8-9 persone insieme. La convivenza e la condivisione degli spazi diventano complicate, soprattutto la sera, e lì, dipende tutto dalle persone e da come reagiscono, da che dinamiche si instaurano”.

Attività con i giovani e le scuole

Grazie alla cappellania e alle associazioni di volontariato, il carcere può anche trasformarsi da luogo di reclusione a luogo di incontro.

Per esempio, le suore della Carità, (dette di Maria Bambina), di cui suor Anna fa parte, con la Pastorale giovanile, organizzano una “vacanza” in carcere. Si tratta di un campo estivo di dieci giorni, ad agosto, in cui si alternano attività di formazione, di riflessione e di incontro con le donne detenute all’interno dell’istituto penitenziario.

“Lo organizziamo ad agosto perché non ci sono altre attività quel mese, a Ferragosto facciamo una giornata di festa, di giochi e si mangia insieme. Il progetto serve a far capire ai ragazzi che il mondo del carcere non è molto diverso da quello fuori, e ad abbattere i pregiudizi sulle persone, sciogliere timori e creare relazioni. Così anche le detenute si sentono persone, senza etichette, e si sentono ascoltate”.

Con le scuole superiori sono organizzate anche visite alla strutture, incontri con le donne detenute, allo scopo di promuovere la legalità.

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