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I voti che cambiano volto

Da qualche anno è crollata l'affluenza alle urne. Segno di disaffezione, dovuta anche al fatto che troppe volte, soprattutto con i referendum, gli elettori sono stati chiamati ad esprimersi su cambiamenti che non sono mai arrivati

“Se votare cambiasse qualcosa sarebbe vietato”, come disse uno dei protagonisti di “All’ultimo voto” di David Gordon Green (2015) o “Se votare facesse qualche differenza non ce lo lascerebbero fare”, come scrisse Mark Twain. Oggi molti italiani pensano come questi due, che non a caso sono statunitensi; infatti, negli Usa non tutti vanno a votare, neanche alle presidenziali, a motivo della sfiducia che nutrono verso la politica. In Italia non è sempre stato così. Quest’anno ricorre il settantesimo anniversario della Repubblica Italiana, fu la prima votazione a suffragio universale in Italia. Il 2 giugno del 1946 uomini e donne votarono in massa e si raggiunse l’89,08% dei votanti sugli aventi diritto. Votarono le suore di clausura, i malati degli ospedali, tutti coloro che lo volevano furono portati a votare per scegliere tra monarchia e repubblica.

Non fu la percentuale più alta di votanti. Nei successivi vent’anni, a partire dalle politiche del 1948, la percentuale dei votanti crebbe: nel 1948 votò il 92,23%, nel 1953 il 92,23%, nel 1958 il 92,23%, nel 1963 il 92,89%, nel 1972 il 93,19%, nel 1976 il 93,39%. Per due decenni gli italiani si impegnarono a sostenere due fronti contrapposti, la Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano. In quegli anni votare era considerato soprattutto un dovere e si riteneva necessario sostenere una parte contro l’altra.

La politica non fu sempre limpida neppure allora e a volte il potere era usato per fini personali. Senza scomodare studi storici citiamo due battute di Totò nel film “Gli onorevoli” del 1963 dove il comico interpreta il candidato Antonio La Trippa: “Do ut des, ossia tu dai tre voti a me che io do un appalto a te”, “A proposito di politica ... non ci sarebbe qualcosa da mangiare?”.

I referendum

La percezione dell’importanza del proprio voto e del significato che rivestiva cambiò con i referendum. Dal 1946 al 1974 in Italia non se ne fece uso, la cosa politica era gestita dai partiti. Dal 1974 si iniziò a chiedere l’opinione, anche se solo per abrogare una legge, ai cittadini. Era la sensazione di intervenire direttamente nel dibattito pubblico. Questo ebbe tre conseguenze. La prima fu la sconfitta del partito democristiano nel ‘74 nel referendum che voleva abrogare il divorzio; referendum voluto dalla stessa DC. I valori politici di una parte non vennero difesi come ci si attendeva. La stessa cosa si ripeté con il referendum sull’aborto perso dalla DC nel 1981. La seconda conseguenza dei referendum è legata al loro moltiplicarsi e alla loro insignificanza quando si trattava di modificare la politica, non le leggi. Già nel 1978 si votò contro il finanziamento pubblico dei partiti e così nel 1993, ma i partiti sono ancora finanziati pubblicamente. Nel 1995 si votò perché la Rai fosse privatizzata, perché non ci fossero più interruzioni pubblicitarie durante le trasmissioni, nel ’97 per vietare la caccia, ecc. Se nel ‘74 non si metteva in discussione il dovere di votare ad un referendum, nel 2016 il capo del Governo è arrivato a “sconsigliare” di votare. Legittimo, ma il voto è sempre meno percepito come un dovere. La terza conseguenza è legata al grande numero di referendum che dovevano cambiare il modo di fare politica. La gente ha votato su come dovevano procedere le carriere di magistrati e politici, sul modo di votare per cambiare il modo di far politica e tanto altro... eppure la sensazione è che nulla sia cambiato. Anche questo fa diminuire l’affezione.

Il voto di protesta

Oggi gli italiani votano un poco meno e votano diversamente. Non abbiamo le tradizioni del bipolarismo francese, inglese o statunitense. I due grandi partiti del passato si sono trasformati e a volte dissolti perché non hanno saputo cogliere le istanze che provenivano dalla gente, le hanno lasciate a frange che poi sono diventate movimenti politici importanti.
Di fronte alla corruzione di “mani pulite” hanno lasciato spazio ad un imprenditore che si mostrava come nuovo alla politica, non hanno capito che non contavano più le tessere di partito ma un’immagine nuova della politica.
Il Veneto è sempre stato serbatoio di voti e quando questo ha chiesto che vi fosse una maggiore attenzione al proprio territorio, anche per gli scandalosi sprechi che avvenivano in varie parti d’Italia, ha lasciato in mano alla Liga, e poi alla Lega, tale argomento, colpevolizzando ogni linea federalista.
Da decenni si parla di corruzione della politica, dei suoi privilegi, di grandi poteri più forti della politica stessa, e solitamente si liquida la questione come antipolitica o demagogia. Un movimento politico organizzato da un comico e da un guru dell’informatica ha messo in atto dei piccoli segni di controtendenza e questo ha portato il M5S ad avere un sindaco a Roma e uno a Torino, l’attuale capitale e la prima capitale d’Italia.
Oggi si può discutere se i voti delle ultime elezioni amministrative sono di protesta o di richiesta di cambiamento. La questione è se i partiti riescono a capirlo e a rispondervi.

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