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Editoriale: Disarmare il linguaggio

Nel suo Messaggio papa Leone invita a una Quaresima di ascolto e di digiuno, non solo dai cibi, dal peccato e dai vizi, ma anche da tutte quelle parole che feriscono e fanno del male al prossimo
19/02/2026

Nel suo messaggio per la Quaresima di quest’anno, papa Leone XIV invita ad ascoltare e a digiunare. Anzitutto “ascoltare” per dare spazio alla Parola di Dio, anche perché “la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro”. E poi “digiunare” o astenersi non solo dai cibi, dal peccato e dai vizi, ma anche da tutte quelle parole che feriscono e fanno del male al prossimo. Per questo, scrive il Papa, è necessario disarmare il linguaggio, rinunciando a parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, e alle calunnie.

Relazioni violente

Oggi, purtroppo, per un contesto culturale spesso aggressivo e nel quale stanno saltando tutti i “filtri”, le regole della buona educazione e ogni forma di autocontrollo, le persone sono indotte ad agire, e non solo verbalmente, in modo violento e senza misurare le parole. Addirittura si accampa come un merito il dire istintivamente quello che si pensa, senza “peli sulla lingua”, senza preoccuparsi di pensare a quello che si dice. Già da tempo questo modo “sregolato” di rapportarsi con gli altri e con le istituzioni, è entrato in modo stabile nel costume sociale. Lo si vede nei dibattiti politici, verso chi non la pensa come noi, in famiglia, tra i coniugi e, purtroppo, non poche volte negli ambienti scolastici, sia tra i ragazzi che tra i genitori e gli insegnanti. Ormai i toni si stanno alzando e il dialogo sempre più spesso lascia il posto ad accuse, recriminazioni, pretese di aver ragione, difesa insindacabile delle proprie idee.

Il linguaggio nei social media

Dobbiamo, però, rimarcare anche l’influsso che hanno i social media nel plasmare i linguaggi e una mentalità che nelle relazioni propende a giustificare toni aggressivi, libero sfogo agli istinti, parole libere da ogni ritegno e buon gusto. Basta solo scorrere nelle varie chat le reazioni violente e scomposte che molti postano “istintivamente”, quasi fossero sotto una “disconnessione” emotiva.

Ma, sarebbe sufficiente leggere i messaggi che ci scambiamo, per capire come l’abitudine a scrivere “di getto”, saltando ogni filtro (e schiacciando “invio” senza rivedere il testo), porti spesso, oltre che a grossolane sgrammaticature, a scrivere frasi, parole, considerazioni che esulano da ogni corretta forma di dialogo, di rispetto e, persino, di decenza. La logica che presiede l’uso dei social media sembra sia sempre più quella dello “scrivi quello che ti pare o ti passa al momento per la testa”, senza preoccuparti delle conseguenze e dell’impatto che ciò che scriverai con tanta “spontaneità” avranno sui tuoi destinatari.

La violenza del branco

In genere ci si augura che gli adolescenti frequentino qualche gruppo di tipo parrocchiale, sportivo, culturale, in modo da imparare a stare correttamente insieme, alla pari, crescendo in modo armonico, convogliando le energie verso il bene e imparando a governare le insorgenti e anche normali, per certi versi, forme di aggressività.

Oggi, purtroppo, tra gli adolescenti si sta imponendo una forma involutiva e coesa del gruppo, sempre più violenta e trasgressiva. È quella del “branco”, fondato sulla fedeltà e sulla dipendenza tra gli adepti, ognuno dei quali può, in ogni momento, chiamarlo a raccolta per recarsi a intimidire l’avversario o chi ha fatto un torto o uno sgarro, aggredirlo verbalmente o compiere su di lui atti di bullismo, fino a ferirlo e forse anche annientarlo come persona. Sperando che, come accade anche da noi in città, il branco un po’ alla volta non diventi “selvaggio”, passando così dall’aggressione verbale a quella fisica, con veri e propri pestaggi.

Oltre che nelle piazze o nei locali pubblici, il branco può anche rendersi presente in ambienti seri e fortemente educativi, come ad esempio quelli parrocchiali, gli oratori, le scuole. In essi, più che fare danni materiali (a volte ci sono anche quelli), i membri prendono di mira qualche loro coetaneo, più fragile ed esposto, facendogli terra bruciata attorno, fino a costringerlo a lasciare il campo. Ogni forma di educazione, compresa quella che si attua nelle scuole, dovrebbe sempre insegnare ai ragazzi a disarmare le parole e a costruire ponti e mai barriere con gli altri.

Non uccidere

Bisogna ricordarsi che l’offesa agli altri e ogni forma di violenza anche solo verbale si ripercuoterà, prima o poi, nel buon andamento della nostra vita. Nel vangelo di domenica scorsa Gesù, nel declinare il comandamento “non uccidere”, afferma che chi si adira con il suo prossimo o lo aggredisce con parole offensive, quali “stupido” o “pazzo”, finirà nel fuoco della Geenna. La Geenna non era altro che la valle alla periferia di Gerusalemme dove si bruciavano le immondizie e dalla quale salivano sempre cattivi odori. Forse Gesù vuole anche dirci che, se uno insulta o aggredisce il fratello, finirà, prima o poi, con il buttare la propria vita nell’immondizia, emanerà cattivo odore e manderà in fumo la propria umanità.

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