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Con la forza della fede: reportage dal Pakistan

Pellegrinaggio dove essere cristiani significa subire ingiustizie e spesso essere uccisi, come è accaduto a Shahbaz Bhatti, ministro cattolico per le Minoranze, ucciso nel 2011. Nel suo nome oggi la nostra diocesi sostiene un progetto di protezione e difesa legale dei poveri di ogni minoranza

“Cosa vai a fare in Pakistan?!” è stata la domanda tra il preoccupato e il sorpreso che mi è stata rivolta di continuo le settimane precedenti il viaggio di quattro giorni in Pakistan, tra Lahore, Faisalabad, Khushpur e Islamabad. Confesso che in questo tempo è risuonata viva anche per me la domanda di Gesù riguardo al Battista: “Cosa siete andati a vedere…?”. Mi sono reso conto di aver dato risposta qualche ora prima di rientrare, congedandoci dai cristiani di Islamabad. Ho detto loro di aver fatto un pellegrinaggio. Un pellegrinaggio ad un santuario dove è custodita la forza della fede. Qui non c’è nessun vantaggio nell’essere cristiani. Anzi. La perseveranza ha un significato preciso. Ha l’odore della morte, l’amaro gusto dell’ingiustizia subita, l’incertezza della mancanza di garanzie. Questi luoghi tristemente e drammaticamente noti per attentati e sangue sparso sono abitati da minoranze perseguitate.

Un filo rosso ha attraversato il nostro pellegrinare. Rosso come il sangue versato da tanti fratelli e operatori di giustizia (di fedi differenti). Rosso come l’amore di una vita donata fino alla morte, preventivata. Quella di Shahbaz Bhatti. Il giovane ministro cattolico delle Minoranze e dell’Armonia nazionale ucciso dai talebani la mattina del 2 marzo 2011. Fuori casa. Indifeso perché aveva rifiutato la scorta per non mettere in pericolo altre persone.

Quel filo rosso si è snodato dalla sua tomba, in un pellegrinaggio notturno, a Khushpur, suo villaggio natale. Dove tutti si sentono padre e madre di un figlio martire. Orgogliosi di un fratello che ha acquistato fama per la difesa dei poveri, degli indifesi di qualunque appartenenza religiosa.

La sua opera continua a generare semi di speranza, come l’accoglienza cordiale dell’Imam della grande Moschea di Lahore che ci ha introdotti a visitarla e poi ha pranzato con noi. Shahbaz ha costruito relazioni in nome dell’unico Dio. E allora, con sorpresa, in quel Pakistan identificato come campo di addestramento del terrorismo internazionale incontri credenti, Imam, avvocati che scendono nella mischia per difendere, in nome della fede, ogni uomo perché figlio di Dio. L’Imam così ha affrontato la folla per dissuaderla dal bruciare le case dei cristiani. Dialoghi con l’avvocato musulmano che ha accettato di difendere la ragazza disabile ingiustamente accusata di blasfemia. Quel banchetto interreligioso, nel cuore di una delle città conosciute per le bombe esplose tra la folla, aveva il sapore di una vera eucaristia, un rendimento di grazie per le vie di fraternità aperte e percorse insieme. L’incontro a Lahore, presso gli uffici dell’Apma (Alleanza di tutte le minoranze) fondata da Bhatti è stato drammaticamente commovente. Grazie anche al contributo economico della nostra diocesi, stiamo offrendo copertura legale e coloro che non possono altrimenti difendersi. Abbiamo raccolto le lacrime di un uomo anziano picchiato, con la figlia disabile, perché ritenuto senza tutele; abbiamo incrociato il dolore di una ragazzina violentata nella casa dove prestava servizio con la madre; è entrata nel nostro cuore la tristezza mista a paura di una giovane costretta a ‘sposare’ un pretendente musulmano e dichiarata convertita, che è riuscita a fuggire e per questo denunciata. Abbiamo capito le discriminazioni sul lavoro subite solo perché non musulmani. Quando l’ingiustizia prende un volto, la puoi vedere negli occhi, ti entra nel cuore e nelle viscere e fa salire la ribellione e il grido. Come quello di tanti poveri diffusi nel mondo. Capisci quanto costa la fedeltà al Signore Gesù e quanto forte possa essere la tentazione di saltare dall’altra parte. Quella del potere. Della garanzia. La parte della tutela.

Siamo stati testimoni di quanti non si girano dall’altra parte per non vedere. Siamo stati ringraziati tante volte per la nostra presenza tra loro ad ascoltare e a vedere. Siamo diventati motivo di sostegno. Le testimonianze di tanti giovani e adulti che continuano a credere nel seme di giustizia seminato da Shahbaz ci ha aperto il cuore. Di questo uomo colpisce il suo passare dai palazzi del governo, dagli incontri con personalità nazionali e internazionali all’andare nelle periferie dove si sono concentrate le minoranze in sobborghi di miseria. Ci è stato mostrato dove ha dimorato una settimana tra loro, in una piccola stanza, per ricomporre tensioni presenti nell’insediamento di cristiani fuggiti di fronte alle violenze e alle case bruciate.

Shahbaz ci ha fatto aprire le porte di una scuola coranica: anche qui era di casa. In una visita a sorpresa siamo stati accolti come amici. Per l’ennesima volta siamo stati invitati a raccontare in Italia che l’Islam non è il terrorismo. E’ una sua caricatura, che una parte di pakistani rifiuta con decisione. Soffrendo di essere associati a questa deformazione.

La visita del luogo della sua uccisione ha chiuso un percorso di ostilità e di morte, ma, al contempo, pieno di speranza. Chi ha infierito su di lui, con una violenza esagerata non è riuscito a uccidere la speranza. Il segreto di questa esistenza pasquale sta proprio nel suo profondo legame con Gesù. A proposito del pellegrinaggio, aggiungerei che è stato un pellegrinaggio eucaristico. Infatti sono risuonate con forza le parole di Gesù dell’ultima Cena: “Prendete… questo è il mio corpo…. Questo è il mio sangue versato per voi…”. Shahbaz le ha pronunciate con Gesù, e in Gesù la sua vita donata continua ad alimentare la fede, l’amore e la speranza di questo popolo di Dio.

Al nostro ritorno ci ha raggiunto la notizia della morte improvvisa di mons. Anthony Rufin, vescovo di Islamabad. L’avevamo incontrato mentre stava partendo per un lungo viaggio di seicento Km per raggiungere la parrocchia più lontana della sua diocesi. Ad agosto era stato in Italia, passando per Treviso e visitando anche il nostro Vescovo. Una grossa perdita perché si era distinto per la sua sensibilità e vicinanza alla gente. Stava completando la fase diocesana del processo di beatificazione di Shahbaz Bhatti. La sua morte fa mancare un punto di riferimento alla Chiesa pakistana. Un altro motivo di prova per una Chiesa che continua ad inverare l’immagine del pugno di lievito nella pasta.

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